ILDEGARDA DI BINGEN – Figlia di San Benedetto

ildegarda1

Una Donna semplice divenuta, per grazia di Dio, una grande Donna.

Una Donna che crede fermamente nella veridità

Hildegard von Bingen nasce alla fine dell’estate del 1098 a Bermershein presso Alzey, nella regione dell’Assia renana, nel territorio della sede vescovile di Magonza.

Siamo in Germania e il secolo che la vede crescere, sotto ogni punto di vista, è quello del XII; Ildegarda è l’ultima figlia, la decima, di una famiglia numerosa ed essendo appunto “la decima” viene offerta dai genitori – Ildeberto e Metilde – molto devoti a Dio, secondo le

prescrizioni della Scrittura.

Nel capitolo 59 della Regola di San Benedetto si può leggere che

“i genitori possono offrire il figlio ancora bambino a Dio, basta che avvolgano la carta dello scritto della loro donazione e la mano del piccolo nella tovaglia dell’altare e così l’offerta sarà valida e definitiva.”

Ildegarda non solo dimostra fin da piccola una spiccata intelligenza e una salute un po’ cagionevole ma, soprattutto, sembra possedere un dono mistico e, questo, influisce non poco sulla decisione dei genitori che la affidano a una  donna che avrà il compito di condurla lungo la strada del Signore.

San Benedetto fu inondato da un fascio luminoso in cui sembra essersi rivelato ai suoi occhi, il mondo intero; avvenne di notte, mentre davanti alla finestra della torretta era raccolto in preghiera.

Esperienze simili visse Ildegarda, non limitandosi ad un episodio ma vivendole in maniera continua fin dalla tenera età dei tre anni, quando

ancora non conosceva le parole per poterle raccontare agli altri.

In seguito, dettando al monaco l’esperienza per la stesura di Vite, è lei stessa a dire:

“Dio, già nel formarmi, quando nel seno di mia madre spirò l’alito vitale, impresse nell’anima mia questa visione. Già nell’età di tre anni vidi una luce così grande che la mia anima ne fu sgomenta, ma a causa della mia tenera età non ero capace di esprimere quanto provavo. Da quando a otto anni avevo lasciato i miei per essere offerta alla vita spirituale fino a quindici anni, ero solita a raccontare con semplicità quanto vedevo nella mia visione, sicchè chi mi ascoltava se ne stupiva, chiedendosi da dove e da chi io conoscessi quanto dicevo. E io stessa me ne meravigliavo, perché mentre nell’anima mia avevo le visioni di molte cose, continuavo anche a vedere quanto mi stava intorno. Queste cose però non succedevano ad altre persone, me l’aveva assicurato la mia tutrice, mentre avevo sempre creduto che fosse così e allora mi spaventai e cercai perciò, per quanto mi era possibile, di tener nascosto quello che provavo. D’altro canto, debole com’ero di salute, avevo pochi rapporti con le altre persone e conoscevo poche cose della vita comune. Questa visione, invece, mi metteva a contatto con il mondo.”

Più avanti negli anni, in una lettera in risposta ad un giovane monaco vallone, Guibert de Gembloux, scrisse:

“Sin dalla prime infanzia e fino all’ora presente trovo la mia gioia in questa visione; in questa visione la mia anima sale fino alle altezze del firmamento. Quanto io nella visione vedo, non l’avverto con gli occhi che vedono quanto sta di fuori, né l’ascolto con le orecchie esteriori, né l’avverto con il pensiero del mio cuore, né con altra mediazione dei cinque sensi. Piuttosto lo vedo nell’anima mia ad occhi aperti, perché mai ho provato la perdita di conoscenza propria dell’estasi, mentre questa visione io l’ho da sveglia, di giorno come di notte. E la luce che io vedo non ha a che fare con il luogo in cui mi trovo; è molto, molto più luminosa di ogni nube che porta con sé il sole e non riesco a scorgerne né altezza, né lunghezza, né larghezza. Mi è stato fatto conoscere il suo nome: ombra della luce vivente. Come il sole, la luna, le stelle si specchiano nell’acqua, così in questa luce mi si presentano, sfavillanti, scritti, parole, virtù, azioni e quanto lo vedo e apprendo nella visione lo conservo a lungo nella memoria, perché mi basta di vedere alcunché nella visione per ritenerlo a mente, Vedo, ascolto e so, tutto nello stesso tempo e in un istante apprendo perfettamente quello che poi so…non so nulla che non abbia veduto”.

Rifacendo qualche passo indietro, quindi, sappiamo che all’età di otto anni Ildegarda, la sua tutrice Uda di Gingelheim e la quattordicenne Jutta di Spanheim, che aspirava alla vita eremitica (attenzione: seguendo le regole, la vita eremitica significava il ritiro dalla società di non meno di tre persone insieme. La completa solitudine era sconsigliata perché presupponeva il mancato confronto oggettivo e la mancanza di sostegno nelle avversità) giunsero a Disibodenberg e il 1° novembre del 1112  Ildegarda, insieme ad una sua coetanea, seguì Jutta nell’eremitaggio sul monte Disibodo, monastero diroccato, sopravvissuto all’invasione degli Unni nell’899.

Vi restarono per ventiquattro anni, anni in cui la comunità crebbe.

Alla morte di Jutta, erano in quindici circa e Ildegarda fu eletta Maestra nel 1136.

Abbazia di Disibodenberg:

abbazia

Dalle sue lettere, da ciò che di lei conosciamo, dalle sue parole, trasuda una grandissima modestia, un’insicurezza, una grande timidezza che la fa sentire piccola davanti agli altri e davanti a Dio.

Si dedica alle mansioni femminile e alla recita delle preghiere.

Col passare degli anni, abbandona il monastero di Disibodo e fonda un convento sul monte di San Ruperto.

Nel 1141  la sua vita subisce un’altra svolta, durante una visione le arriva potente il messaggio di Dio: non deve limitarsi a vedere ma deve iniziare a scrivere ciò che le visioni le comunicano:

“‘O essere fragile, cenere da cenere e putredine da putredine, scrivi quello che vedi e odi’”

Ildegarda si spaventa, deve farlo lei?

All’epoca i sogni dei maschi vengono interpretati, mentre quelli delle femmine non vengono presi in considerazione…

deve davvero farlo?

Non la prenderanno per eretica?

Non è troppo incolta per pretendere attenzione?

Non senza difficoltà iniziò a scrivere, ma l’insicurezza non si trasformava in sicurezza e decise di chiedere consiglio a Bernardo di Chiaravalle, che nel 1147 si trovava a Treviri per il Sinodo assieme ad un altro cisterciense, Papa Eugenio III.

Bernardo di Chiaravalle le dà l’approvazione e anche il Papa, dopo aver fatto svolgere delle ricerche su di lei e aver espresso la volontà di leggere il libro in stesura, le diede l’approvazione a procedere.

Così prende vita il suo primo libro: lo Scivias, che verrà portato a termine nel 1151.

Una miniatura dello Scivias:

ildegarda2

Un animo semplice raccoglie piano piano rispetto e gratificazione, come pietre solide attorno alle mura del suo convento.

Ebbe modo di conoscere sempre più persone influenti e potenti, ma il suo comportamento sembra non conoscere trasformazione:

una donna semplice, questo resta.

Un diamante grezzo dalle mille sfaccettature, trasparente e prezioso al suo contempo, piccolo ma non invisibile.

Piano piano diventa sempre più diretta e nelle sue molteplici lettere scrive ciò che vede, senza edulcorazioni o spargimento di miele.

Un’importante pietra, lungo il cammino di Ildegarda, la mette anche Federico Barbarossa, quando, il 18 aprile del 1163, le concede la piena autonomia gestionale del suo monastero di Rupertsberg.

Ildegarda è una donna molto pratica che non ama interferenze dal mondo laico o da quello ecclesiastico e quindi per lei è, ovviamente, una cosa importantissima.

L’onestà gratifica, e lei aveva un senso della giustizia molto spiccato.

Soffriva ogni volta che una delle sue “figlie” si allontanava dalla strada maestra e in una delle sue lettere si può leggere:

““…erano avvolte nella rete di spiriti aerei, che combattevano contro di noi e che le avevano catturate per mezzo di vanità. Alcune mi guardavano con occhi torvi e di nascosto mi mordevano con le loro critiche, dicendo che non potevano sottomettersi alla stretta della disciplina regolare, alla quale io le volevo costringere. Ma Dio mi diede sollievo per mezzo delle altre consorelle buone e sagge”.

Tra una delusione e l’altra, comunque, il nome di Ildegarda compie sempre più passi, diventa sempre più conosciuto e i suoi consigli, richiesti.

Tutto procede rettamente, nel nome della giustizia, della devozione e del rispetto cosmico (ma di questo parlerò più tardi).

L’ultimo anno di vita è segnato da un triste avvenimento.

Lei acconsente alla sepoltura, nel suo monastero, di una persona che aveva ricevuto una scomunica ma che, poco prima, di morire aveva ricevuto l’assoluzione dopo essersi convertito.

Il clero, ovviamente, non è d’accordo e la obbliga a rimuovere il corpo… cosa che lei assolutamente non farà e anzi

ne occulterà la tomba.

Verrà per questo scomunicata, nel suo monastero non si potrà più cantare (cosa per lei importantissima perché l’armonia creata attraverso il canto, giunge subito alle orecchie del Signore) e non si potranno celebrare riti liturgici all’interno del suo monastero, recitare la messa, ricevere la comunione.

“Il corpo è l’indumento dell’anima e questa ha una voce che è vita, per questo è opportuno, è bene, che il corpo insieme all’anima per mezzo della voce canti le lodi di Dio”

17 settembre 1179.

In cielo compare una croce celeste, Ildegarda muore.

Di lei restano, come dicevo prima, numerose lettere, molti trattati, molte “Vite”.

Nonostante si considerasse incolta e ammettesse lacune intellettuali, snocciolava nozioni e nomi importanti con naturalezza e competenza.

Conosceva le erbe e ne sapeva far buon uso.

Conosceva la medicina e pareva averla studiata da sempre.

Conosceva e componeva musiche sacre dicendo di non aver mai suonato uno strumento.

Eppure…

eppure il suo nome era grande e tale è rimasto nei secoli.

Inventò persino un codice che usava, dicono, all’interno del monastero assieme alle sue “figlie”.

Su questo alfabeto in codice, su questi simboli criptici, ancora ci sono molti studi in corso e, pare, numerosi punti interrogativi.

Io non sono una storica, sono solo una lettrice che si appassiona guardando indietro nel tempo e facendo la conoscenza di donne che hanno indossato, come copricapo, la D maiuscola!

Il suo primo libro, come scrivevo sopra, è lo Scivias, sembra che lei abbia spiegato questo titolo usando la frase:

“Ho conosciuto le vie del Signore”

In questo primo libro, la fede trasuda da ogni miniatura o carattere vergato.

L’essere umano, in quanto creatura di Dio, è posto al centro del mondo… laddove Dio è il mondo.

È così che potrebbe regnare l’armonia e che gli uomini sarebbero stati puri se non avessero commesso il peccato originale.

Il secondo libro è il Liber Vitae Meritorum (1158-63)

in esso viene trattato il bene e il male: vizi e virtù combattono a duello: da una parte una dialettica semplice, dall’altra una forbita, che inganna l’udito e l’animo di chi ascolta. Scrive le Vite di San Disibodo, di San Ruperto e interpreta la Regola di San Benedetto e settanta canti con musiche celestiali (alcune delle quali ho ascoltato su youtube, sono davvero capaci di donare armonia); scrive le Spiegazioni di Sant’ Atanasio e un piccolo dramma teatrale: Ordo Virtutum.

Suor Angela Carlevaris, durante le conferenze che tenne su Ildegarda, si riferisce al suo terzo libro come a un’opera magnifica e piena di fascino, si tratta del Libro delle operazioni di Dio (1163-1160)

miniatura dal Liber Divinorum Operum

ildegarda7

Leggendo ciò di cui tratta, non ho dubbi sul fatto che sia un libro intrigante e ricco di armonia: i soggetti sono l’uomo e il cosmo che lo circonda.

Un uno composto da continue e incessanti integrazioni reciproche.

La natura che si interseca con l’uomo, con i suoi organi e con la sua anima, creando una unità cosmica.

Tutti i suoi scritti sono pregni , come dicevo, di una elevata spiritualità che la governa e che vuole trasmettere a chi la circonda.

“…tre sono quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue e questi tre sono concordi” (1Gv 5,7.8). il Padre, il Verbo e lo Spirito. Ildegarda dice: “I tre sono una cosa sola. Lo Spirito: un uomo non può dirsi uomo se è solo spirito, se non ha la materia sanguinea del corpo. Né formano un uomo vivente il corpo e il sangue, senza l’anima. Questi due, anima e corpo, non vengono a nuova vita in grazia della nuova legge, se non per l’acqua della rigenerazione e così sono una cosa sola nella Redenzione”.

Come ci sono tre Persone di Dio che formano la Trinità, così ci sono tre elementi che formano l’uomo.

“Tu, o uomo, o donna, perché hai nel tuo cuore la cognizione del bene e del male, sei posto come ad un bivio. Se tu consideri il male e vuoi fuggirlo, pensa in che modo ti si è insegnato a declinare e fuggire il male e a fare il bene. Pensa che il Padre celeste non ha risparmiato il Figlio suo per liberarti e prega Dio che ti soccorra. Tu affermi che non puoi operare il bene? Sei ingiusto e bugiardo, hai gli occhi per vedere, gli orecchi per sentire, eccetera… Tu devi scegliere: opponiti al male e fa il bene”.

Ogni uomo conosce il bene e il male, ognuno è libero di fare le proprie scelte, ognuno è responsabile per le proprie azioni.

“’Non abbiamo mai visto Dio’ dicono alcuni, ma Dio si rivela nella grandezza, nell’armonia del creato. Non si vede forse Dio nell’avvicendarsi del giorno e della notte? Non si vede nel seme gettato nel solco ed irrigato dalla pioggia, sicché germini? Perché non cercare Dio nelle Scritture? Dio che è il Creatore. Dio si vede con la faccia della fede e si abbraccia con la carità”.

Macro e micro cosmo si inanellano insieme.

Acqua,aria, terra e fuoco si mescolano; scienza e fede camminano vicini perché senza porsi domande e senza accrescere la propria conoscenza non si possono ottenere risposte.

Così scrive Suor Angela Carlevaris:

“Il simbolo fondamentale d’Ildegarda per l’unità del corpo con l’anima è la crescita e la figura dell’albero. Ciò che è la linfa nell’albero, lo è l’anima nel corpo ed essa sviluppa le sue forze spirituali come l’albero sviluppa i rami e le foglie. L’intelletto è come il verde dei rami e delle foglie, la volontà, come i suoi fiori, l’animo, come i frutti appena formati, la ragione, come quelli pienamente maturi, i sensi si possono assomigliare al suo estendersi in altezza e larghezza.”

Che citazione splendida, che magnifica immagine! Fa bene al cuore e all’anima, leggere queste righe.

Queste righe sono “il bene” , la virtù, la vita!

Mi piacerebbe concludere così questo articolo, ma sarebbe un peccato non citare ciò che ha scritto del corpo umano: ad esempio tra la cassa toracica dell’uomo e l’atmosfera, Ildegarda riscontra la seguente analogia:

i polmoni sono la congiunzione, la comunicazione, con la ragione,

i reni, con la fecondità della terra, il fegato, con la sensibilità, la sensitività;

la bocca è la portatrice della voce e del suono, le orecchie, come due ali, fanno entrare ed uscire ogni voce, gli occhi sono strade per gli uomini.

Il naso corrisponde all’aria, comunica il gusto e opera come organo della sapienza, perché l’uomo sappia orientarsi nel mondo, come anche perché sappia tenersi lontano da ciò che in esso può nuocergli: per questo simboleggia l’ordine della natura e della cultura.

I piedi corrispondono ai fiumi, essi portano gli uomini attraverso il corso della loro esistenza.

Così lo schema elementare del corpo è posto in rapporto con le forze della natura.

(tratto dalle Conferenze su Santa Ildegarda – Di Sr. Angela Carlevaris, dell’Ordine di San Benedetto.)

La natura, gli organi, le correlazioni con il cibo, le buone abitudini, i disturbi del corpo umano e della psiche… tutti argomenti cari a Ildegarda (mai ancora proclamata Santa nonostante la “pratica” sia più volte stata avviata) che ne ha copiosamente scritto, senza mai dare ricette mediche ma fornendo consigli e suggerimenti di vita.

Ho trovato all’interno del libro – Gottfried Hertzka / Wighard Strehlow

“Manuale della medicina di Santa Ildegarda”

Erbe medicinali e cereali per vivere in salute, Casa Editrice Athesia- Bolzano

numerose chicche e ve ne riporto una, senza assumerne la responsabilità nel caso voleste provarla.

Siccome non sono naturopata o medico, preferisco non riportare quelle che utilizzano per via interna erbe (me le leggo da sola e ne faccio tesoro!).

“Con la pomata di abete, in casi di dolori allo stomaco sul cosiddetto plesso solare, si fa un massaggio molto gradevole. Prima si comincia a massaggiare la regione del cuore e poi lo stomaco. Quando l’abete si fa verde si tagliano un pezzo di corteccia, delle foglie e le punte di quest’albero, si tagliano pure dei piccoli pezzi del suo legno, in modo di non far perdere il suo succo (come succede in marzo ed anche in maggio), aggiungendo della salvia per metà del peso dell’abete. Poi si fa cuocere tutto bene nell’acqua, finché diventa denso. Aggiungere anche del burro, che in maggio viene preparato dal latte della mucca, e si filtra con un telo, facendone una pomata. E se una persona ha dolori allo stomaco o alla milza, frizioni con questa pomata prima il cuore (a causa della debolezza del cuore), poi lo stomaco, se i dolori sono allo stomaco, o alla milza, se i dolori sono lì, e la pomata penetrerà con la sua forza tutta la pelle, in modo che si guarirà presto» (PI 1233 A).

Andrei avanti per ore, ho trovato su internet, e nei libri, moltissime citazioni a lei attribuite, moltissime informazioni e altrettanti aneddoti…

come posso mettere il cappello a questo articolo?

Come posso concluderlo?

Mi sembra di aver dimenticato di dire troppe cose, tutto era degno di evidenziatura! Io sono affascinata da questa Donna ricca di fede, ricca di spiritualità, di conoscenza e di curiosità.

Mi perdo dentro le correlazioni tra cosmo e corpo, lo faccio sempre.

Ne resto intrappolata, rapita, ipnotizzata…

Posso solo, come sempre, inchinarmi al cospetto di una donna che si professa “semplice” e dire, ancora una volta: Grazie Storia!

Storia non necessariamente bellica, non  combattuta nel campo di guerra ma nel cuore delle persone.

Ognuno di noi è piccolo, ognuno di noi può essere semplice… e “semplice” è uno dei più complessi aggettivi al mondo.

Questo… al di là della fede personale che ognuno ha.

4 risposte a "ILDEGARDA DI BINGEN – Figlia di San Benedetto"

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  1. E non ebbe timore di rimproverare l’Imperatore quando si mise contro il Papa… una grande mistica, poco conosciuta in Italia, che si sta riscoprendo anche grazie alle numerose rievocazioni medievali che fioriscono un pò da ogni parte… bell’articolo, mi piace.

    Piace a 1 persona

    1. Amo i tempi moderni, con tutte le loro comodità e ricerche che ci hanno migliorato – migliorato? – ma trovo pregni di vita gli anni luminosi di un’epoca ritenuta buia. Ho fatto anche la scuola da amanuense, imparando a scrivere con calami e piume. Anni in cui il fermento motivazionale, spesso femminile, era capace di smuovere sassi impossibili anche solo da sfiorare. Grazie, penso sia fondamentale parlare del passato per capire meglio il presente.

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