Tra Cerere e Papaveri

Quadro: William-Adolphe Bouguereau – L’estate

estate Mauro Schievanos

Beatitudine.

Beatitudine…

questo sto, ora, provando.

Il mio sguardo si incaglia nell’aria che mi circonda… nulla, nulla mi cattura l’attenzione. Troppo movimento ho in corpo, troppa passione! Guardo il vuoto perché in lui ritrovo il

tutto. I miei capelli si annodano, come fili di corvino cotone, ai gambi di raffinata seta dorata che il baco della natura ha, pazientemente, filato.

Il ricordo di te mi è dolce, caro, soave.

Sono passate poche ore dall’ultimo nostro incontro e ancora sento le tue mani, forti e callose, accarezzarmi la testa dolcemente. Come io fossi seme da avviluppare col tuo calore. Tale mi sento. Cerere dov’è? Mi guarda da dietro, in me si riconosce… io in lei mi specchio, ritrovando i miei connotati, i contorni del mio corpo in trasformazione continua. La mia indole è la sua. Tengo fra le dita questo papavero che Demetra ti ha lasciato cogliere per me. Lei, senza marito. Io, che in te spero. I petali si afflosciano per colpa del raggio di sole, il calore favorisce il nostro comune, pigro, adagiarsi. Lui arresta la sua crescita e io… io provo a rallentare i battiti impetuosi del mio cuore, rosso come il suo colore acceso. Desiderio e realtà, in essi mi sto lasciando addormentare. Demetra, quando tu andasti in cerca di tua figlia, non trovandola e sentendoti vinta, mangiasti il papavero anelando sollievo alle tue pene. Io, invece, lo tengo qui stancamente in mano, vicino al mio cuore. Ne sento la morbidezza evanescente, ne immagino la virilità maschile. Oblio… e silenzio, attorno a me.

Se ne andrà il suo seme, trasportato dal vento. Lo farà in silenzio e da lui rispunterà, nuovamente, il  desiderio rinnovato.

Rimarrà un po’ dentro di te, Cerere, il seme del grano che mi circonda. Dall’ombra alla luce, come questo mio grande amore che sta germogliando in modo burrascoso. Una volta mietuto, poi, il grano si trasformerà in pane così come questo sentimento, che si fa serpe nel mio petto, diverrà cibo per la mia anima insaziabile.

Sorrido. Sorrido perdendomi in questo vuoto, così pieno, che mi invade dentro e fuori. Staticità in natura, gli steli non si muovono; non mi sussurra, in volto, un alito di vento. I miei piedi liberi, scalzi sulla tiepida erba. Non un insetto, su di me si posa, ora. Fra fili di seta d’oro, macchie scarlatte, aria immobile… beatitudine che mi riempie come giara che vuole riempirsi di unione.

Lisa.

3 risposte a "Tra Cerere e Papaveri"

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      1. Non ne dubito. In effetti il dipinto merita; diverse volte mi è capityato di voler scrivere qualcosa lasciando fluire le emozioni che suscita un dipinto, ma non ce n’è mai stato modo

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