Tra Cielo e Terra, un sentiero di tavolette d’argilla.

Nella città di Erech c’era un uomo grande e potente che si chiamava Gilgamesh.

Per due terzi egli era divino, e per un terzo era umano.

Era il più forte guerriero di tutto l’Oriente; nessuno poteva superarlo in combattimento, nessuno poteva vincerlo con la lancia. Esso dominava la popolazione di Erech con il suo potere e la sua forza: governava gli abitanti con mano di ferro, prendendo tutti i giovani al suo servizio e facendo sua ogni donna che desiderava.
Gli abitanti di Erech, non potendo più oltre sopportare le sue sopraffazioni, un giorno implorarono l’aiuto del cielo. Il Signore del cielo intese la loro preghiera e chiamò la dea Aruru, quella stessa dea che nei tempi antichi aveva plasmato l’uomo dall’argilla.

Gilgamesh

Così inizia, dopo una ricca prefazione all’opera, il libro che ho appena terminato di leggere.

Un viaggio fatto percorrendo sentieri antichi, che profumano d’argilla e mitologia.

Il lavoro certosino di archeologi, traduttori ed esperti di semiotica, mi ha permesso di leggere storie narrate in epoche lontanissime su tavolette, per fortune, ritrovate.

 

Verso la metà del secolo XIX a Kuyun-gik, sito dell’antica Ninive e ultima capitale del regno assiro, venne riportata alla luce la biblioteca del re Assurbanipal. Le tavolette su cui erano state incise le storie, narrate in questo libro, sono oggi custodite al British Museum di Londra. 

Una raccolta fantastica di letteratura folcloristica, storie babilonesi, ittite o sumere, si palesano sotto ai miei occhi curiosi e mai sazi.

In principio erano correnti d’acqua, salata e dolce, che si mescolavano, in modo indistinguibile, formando un uno cosmico.

In principio non c’era cielo e terra.

Poi, di leggenda in leggenda, incontriamo aquile e serpenti, figure dalle molte teste o dai molti occhi, fauci che sputano fuoco o dardi conficcati in gola.

Arcate celesti a creare firmamenti; carattere che forma rigagnoli e discendenze.

Conclavi di divinità, tranelli e furbizie.

Storie fatte, in origine, per essere udite durante rappresentazioni teatrali.

Tavolette destinate a sacerdoti e persone dotte, che ne recitavano il contenuto agli ascoltatori e, quindi, narrate al tempo presente.

I protagonisti sono svariati, anche se certi sono ricorrenti: la vergine Anat, il possente Baal, il toro El, la regina dei mari Asherath.

Si rincorre l’immortalità, si sfida i pregiudizi e il buonsenso, ci si dimentica la pianta magica che, prontamente, viene sottratta da un serpente che subito ringiovanirà mutando la pelle.

Ci si ferirà il calcagno, o la mano, per colpa della porta che si chiuderà improvvisa.

Si attraversano gli usci… uno, due, tre… fin quasi al settimo.

Infatti, allorché gli dèi crearono l’uomo, a lui dettero la morte, e tennero per sé la vita eterna. Perciò, godi di quanto ti è concesso: mangia, bevi, sii allegro; è per questo che sei nato!

Marduk trema di rabbia e fa tremare chi incontra.

Il Dio della giustizia non osa guardare e, delle volte, non ci prova neppure.

La sete di potere, sempre, annebbia la vista e fa sanguinare gli occhi.

Dalle pietre viene generata vita.

Il cielo diviene un enorme uccellaccio che spezza le acque con le sue ali gigantesche.

Si alza il vento, l’imbarcazione di Adapa si rovescia e un maleficio viene rivolto al cielo livido. L’ala dell’uccello si spezza e per sette giorni non un alito di vento incresperà il mare.

Qualcuno infilerà gli stivali al contrario, la neve smetterà di sciogliersi e le stagioni fermeranno la loro ciclicità.

Il tempo si dilata, si restringe, si sfuma e si contorna.

Il tempo non esiste.

Il tempo si fa immortale.

Questa raccolta di storie è tutta così: avvincente e piena zeppa di simboli e folcrore.

L’unico, personale, neo è che avrei preferito leggerle di fila giacché ci si immerge in un contesto magico che trasporta su calessi guidati da figure alate.

Ogni leggenda è, invece, seguita da un esaustivo commento dell’autore che è interessantissimo leggere proprio per la dovizia di spiegazioni e comparazioni che analizza, ma il registro, ovviamente, cambia e ciò mi ha reso poco scorrevole il tutto.

Questo non significa che avrei preferito non leggere le note, anzi!

In effetti sarebbe stato poco utile anche riportarle tutte alla fine del libro, avrebbero penso il loro senso e questo è un dato di fatto.

In conclusione, comunque, consiglio di leggere questa chicca a chi non si accontenta di aver letto Omero.

Un libro colto, saggio, meticoloso e ricco di “perchè”… seppur mitologici!

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Šamaš, divinità del sole, Sippar, prima età del ferro, 870 A.C., calco in gesso di originale in calcare – Oriental Institute Museum, University of Chicago.

 

Gaster antiche storie

4 risposte a "Tra Cielo e Terra, un sentiero di tavolette d’argilla."

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