“La manifattura della felicità” – Paolo Crepet

Sto leggendo il libro “Impara a essere felice” scritto da Paolo Crepet, laureato in medicina, in sociologia e in psichiatria.

Crepet impara a essere felice

In passato, di suo, avevo già letto “I figli non crescono più” e ne conservo un ricordo vivido e preciso… ricordo il timbro vocale con cui, chiusa nel mio silenzio, leggevo le sue parole, quasi lui fosse davanti a me e mi stesse parlando… influenze benefiche – almeno ogni tanto – della televisione! Mi capita la stessa cosa quando leggo qualche libro di Corrado Augias.

Vabbe’, sorvoliamo su questi miei sottofondi audio-cartacei …

Inutile scrivere che anche questo libro mi sta piacendo molto, il suo modo di scrivere è fluido, corrente, piccato e pungente, a tratti.

Crepet parte parlandomi dell’auspicata felicità infantile… che non deve essere lo specchio della felicità genitoriale. Tutti adesso stiamo asserendo con la testa, questa cosa si sa, giusto? Eppure…

Di capitolo in capitolo il bambino che abbiamo al fianco… ma anche il bambino che siamo stati e che, auguriamocelo, ancora custodiamo con protezione, cresce e si interseca con ciò che lo pregna: la vita.

Si parla di felicità da “ultimo banco” e di frustrazione da “prima fila”, di outsider, di mattoncini Lego colorati, di giochi di legno e di stivali di gomma sporchi di fango.

Esiste ancora la bottega di Luigi Grassi, il titolare dell’Ospedale delle bambole?

Il pezzetto tratto dal libro, che voglio adesso riportare, appartiene al capitolo “La manifattura della felicità”.

Lo riporto perché penso racchiuda in sé molte più parole di quante non siano state scritte, spunti e riflessioni che non possono non convergere su un unico punto: crescere conoscendo il valore delle cose, attraversare le varie fasi di progettazione, ricerca dei materiali, realizzazione del prodotto, gratificazione personale nel vedere l’oggetto pensato materializzarsi sotto ai propri occhi grazie all’uso delle proprie capacità!

L’autostima non può non giovarne e il suo stretto collegamento con la felicità è palese.

Realizzare una bella cosa è un atto di bellezza per gli occhi e il cuore – ma qui parlo da artigiana, figlia di artigiani…

Ho conosciuto e frequentato centinaia di artigiani. Sono sempre stato rapito dalla loro manualità, che accordassero un pianoforte, assemblassero un biliardo, tirassero una tela, restaurassero un violino, incorniciassero un quadro. Stessa gestualità, pari tenerezza nell’avvicinare la materia, toccarla, accarezzarla, quasi fosse pelle umana, quasi emanasse calore.
Anche se burbero, un artigiano difficilmente è triste. Il suo agire, il dono di costruire, riparare, rimettere in moto, costituiscono un formidabile antidoto all’avvilimento e alla mestizia, solidarizzano con l’ottimismo, permettono di vedere «oltre».
Non so bene come e perché sia accaduto, ma negli ultimi decenni la manualità è stata pressoché abbandonata. Ciò che ha rappresentato l’essenza della nostra storia, la nostra identità, è diventato delega a un lontano Oriente dove milioni di operai, rinchiusi in fabbriche terrificanti, compongono oggetti a uso degli occidentali. E fatta salva qualche meravigliosa eccezione, in Italia siamo ormai capaci soltanto di assemblare quanto viene prodotto a migliaia di chilometri.

(…)

Viviamo in un’epoca in cui si sta diffondendo una sorta di «perversione cerebrale» della felicità: l’idea che debba essere prodotta solo da esercizi mentali.
Non ti fidare di questa stramba illusione: cerca di essere piú umile e pensa a ciò che le tue dita possono creare. Contribuiresti a ridar vita a un risorgimento manuale che aiuterebbe la nostra comunità a identificare una possibile via d’uscita dalla morsa della crisi economica.
È triste sapere che un giovane non ha mai potuto osservare un pittore poggiare una tela sul cavalletto di fronte a una marina, o un liutaio restaurare uno strumento di duecento anni fa: quelle mani sapienti gli avrebbero insegnato ad amare ciò che l’anima progetta e le dita realizzano. Avrebbe capito che la manualità permette all’uomo di avvicinarsi alla percezione felice del sogno e di trasformarlo in qualcosa di tangibile.

Mi piace, mi piace un sacco che a scrivere queste parole sia un uomo dalle molteplici lauree appese alle pareti!

L’Artigianato come la navicella che porta all’autostima e alla gratificazione personale. Cervello, anima e mani.

Progettazione, realizzazione, fierezza.

Distinzione non omologata.

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E me lo immagino a parlarmi sistemandosi il ciuffo di capelli ribelli.

Crepet

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Una risposta a "“La manifattura della felicità” – Paolo Crepet"

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  1. Questo libro è nella mia lista dei “da leggere” già da un po’. L’ho persino acquistato, ma non ancora ‘affrontato’. Adoro questa parte che hai scelto e sono completamente d’accordo con l’intero ragionamento. Grazie, per avermi dato una ragione bella… per non aspettare ancora! 😊

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