“La vita segreta dei semi” di Jonathan Silvertown

“La vita segreta dei semi” di Jonathan Silvertown

 

La vita segreta dei semi

La vita segreta dei semi” scritto da Jonathan Silvertown e pubblicato dalla Bollati Boringhieri nel 2010, è l’ultimo viaggio che ho fatto grazie alla lettura.

L’autore, tra le altre cose,  è un professore di ecologia alla Milton Keynes Open University.

Come vorrei non essere, per natura, curiosa ad ampio spettro!

Avessi pochi interessi e volessi conoscere meno su quel che mi circonda, le mie letture sarebbero monotematiche e il mio cervello non penserebbe di essere su un tapis roulant, sottosforzo.

A attirarmi è stato il titolo che, come una promessa, mi ha socchiuso una porta misteriosa su una piccolissima parola che mi intrappolato la curiosità: “semi”.

Seme

Non ho scelto a caso questa immagine che ritrae il seme dell’avocado. Rimanda alla mente la perfezione cosmica, la totalità della creazione racchiusa dentro un Uovo.

Ma andiamo avanti con questo libro… leggere la sinossi è stato un attimo:

Se il cuore di una mela racchiude un frutteto invisibile, come recita un proverbio gallese, proviamo a immaginare quali scrigni di tesori abbia in serbo quell’enorme semenzaio che – secondo Henry Thoreau – è la terra. Nel caso dei semi scienza e fantasia gareggiano, ma la prima sembra avere la meglio: romanzi gotici e d’avventura, trame amorose, drammi della fiducia tradita non riuscirebbero a eguagliare gli ardimenti, l’abilità di raggiro, le seduzioni di cui i semi hanno dato prova, fin da tempi remotissimi, nella loro vita evolutiva. È merito di Jonathan Silvertown saperci stupire e incantare con vicende insospettate di corredi genetici, embrioni, veleni, predatori, fragranze, voli, colori, che rendono trasparenti anche metafore comuni e usi letterari. Apprendiamo così come la tartaruga che in Furore di John Steinbeck lascia cadere dal guscio semi di avena ottemperi a una strategia di dispersione della pianta. E quando mangeremo un fico, non potremo più ignorare lo straordinario rapporto, iniziato milioni di anni fa, tra l’infiorescenza carnosa non dischiusa (il frutto, per noi) e i suoi agenti impollinatori, delle vespe di pochi millimetri, che accedono ai semi ricevendo in cambio ospitalità per le proprie uova in apposite camere larvali. Impalpabili o scultorei, sopiti per millenni o germoglianti in un baleno, alati o zavorrati di grassi, appetitosi o letali, i semi sono fattori di civilizzazione e di socialità. Il libro di Silvertown ci familiarizza con l’esistenza germinale di ciò che insaporisce la nostra dieta, lussureggia nei nostri parchi, arricchisce la nostra farmacopea.

Immergermi nelle parole dell’autore è stato il passo successivo.

Come dicevo all’inizio, Jonathan Silvertown è un professore universitario ed è per questo che, talvolta ma non spesso, sentivo le mie sinapsi andare in affanno, poi rileggevo le frasi con più calma, cercavo qualche termine sul dizionario, capivo e proseguivo. Imparavo, quindi. E gongolavo.

Nel complesso, però, la scrittura è molto fluida e risulta molo comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

Un saggio che potrebbe essere un romanzo, ci si sente come un personaggio lillipuziano che si fa strada da fogliame, terra e rami alla ricerca dei nativi residenti dentro ai semi.  L’autore ci porta indietro all’alba dell’esistenza, quando il mondo marino colonizzò la terra.

In ballo la conservazione della specie… e questa è la storia che attraversa tutto il nostro passato. Evolversi per non soccombere; nuovi usi per vecchi strumenti.

“Saper vedere le cose racchiuse nel seme, ecco dove sta il genio”

Si fa irriverente, Silvertown, ci apre il sipario sull’intimità degli abitanti del Regno Botanica; ci fa stare zitti, rapiti e affascinati, mentre sotto ai nostri occhi tutti fanno l’amore! Talvolta alziamo le spalle – questa la sapevo – altre spalanchiamo la bocca e ci scappa un “ah però!

Il terzo capitolo ha per titolo: Perfino i fagioli lo fanno – Sesso

“Gli uccelli lo fanno, le api lo fanno,

anche le pulci ammaestrate lo fanno

(…) La gente dice che a Boston perfino i fagioli lo fanno.”

Cole Porter, Lets’do it, 1928

“Non c’è futuro evolutivo nell’essere maschi se non esistono le femmine, mentre popolazioni interamente femminili sono del tutto funzionali”

Viene spiegato, quasi narrando, perché alcune specie, nonostante abbiano sviluppato un processo di clonazione, non abbiano rinunciato del tutto a far l’amore.

L’amore… questo sentimento che tutto smuove…

E germina così, sotto ai nostri occhi, il seme della vita.

“Un seme in fase di germinazione è così potente che le navi da trasporto in legno finivano per sfasciarsi se il loro carico di riso, dopo essersi bagnato, iniziava a germogliare”

Come di ciliegia in ciliegia, facendo rotolare i noccioli uno ad uno, si leggono capitoli che parlano magari della citotossina, estratta dai semi di ricino e capace di bloccare la sintesi proteica di tutte le cellule dell’organismo; più letale del veleno di cobra e attualmente ancora senza antidoto. Perché certi semi sono tossici? Chi combattono? Che nemico vogliono lasciar fuori “dalle mura”?

Tra le pagine ci si immerge in scene d’amore, scene di crimini, polizieschi o atti storici.

“Agli inizi del XIX secolo, la Chiesa Ortodossa russa emanò un decreto che proibiva il consumo di una serie di alimenti ricchi di olio durante la Quaresima e l’Avvento.”

Per fortuna, la ricerca non aveva ancora inserito certi semi, preziosissimi, in elenco… talvolta l’ignoranza salvaguarda!

Di aneddoto in aneddoto, di storia in storia, di ricerca in ricerca, sono giunta alla fine del saggio con il dispiacere di abbandonarne il sapere.

Lo sapevate? In passato, per misurare il tempo, i polinesiani infilzavano diverse noci -dalle grandi dimensioni – sulla nervatura centrale di una foglia di palma e accendevano la noce in cima. L’autore, scherzando, ci fa immaginare un genitore che dice, con cipiglio severo, al figlio: “Vedi di essere a casa entro la terza noce!”

Insomma, fra queste pagine si ride pure!

Ci si ritrova perfino a dibattere circa il duello: vino o birra… e l’ammiraglio Nelson finirà immerso dentro un barile di Rum.

“Dalle parole di Plinio trapela tutto il disprezzo del patrizio cultore del vino che osserva i costumi incivili di barbari che vivono alla periferia dell’Impero”.

E i microbi astemi? Si parla pure di loro, tra fiumi di etanolo.  E, ancora, perché i roditori spuntano le ghiande? Perché la rosa si ammala? Chi la attacca? Perché solo l’Ape regina fa i discendenti? Che rapporto di parentela c’è dentro l’alveare? Come vivono i semi alati? Quanto incide il fato? Quanto sono previdenti le specie botaniche? A cosa servono i veleni, in natura, e a chi? Quanti coni ottici hanno i mammiferi? E gli uccelli? Perché vedere, o non vedere, gli ultravioletti è fondamentale per la sopravvivenza? Cosa contengono i semi che mangiamo? Come cucinarli? Come farli fiorire… in padella – pop corn speciali – o sotto terra?

La parola seme e il fascino con cui mi avviluppa, impreziosito da storia, genetica e evoluzione della specie, è talmente piccola e talmente genitrice di vita primordiale.

Simbolo di una natura segreta, di creazione dell’infinitamente grande partendo da qualche cosa di infinitamente piccolo.

Mi viene in mente Persefone, a cui è bastato mettere sotto ai denti un seme di melagrana perché la sua permanenza nel regno degli Inferi si sia trasformato in un soggiorno… ma rischio di divagare, adesso, prendendo sentieri non scientifici.

Melograno Persefone Seme

“Persefone” è un dipinto a olio su tela, di Dante Gabriel Rossetti, realizzato nel 1874 e conservato nella Tate Britain di Londra.

L’avrete sicuramente capito: consiglio la lettura di questo libro a tutti, giacché la consapevolezza del Tutto è sempre consigliata senza limitazioni e selezioni… naturali – o meno – che siano!

Per quanto mi riguarda, temo che per un po’ non mangerò fichi… il perché lo capirete leggendo.

 

 

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