“La bellezza di Ippolita” di Elio Bartolini

“La bellezza di Ippolita” di Elio Bartolini

Bartolini

Spesso, io e mio cugino – oculato lettore – parliamo di libri e, proprio durante una di queste chiacchierate mi ha citato questo piccolo romanzo che lo aveva colpito in particolar modo.

Sta di fatto che, qualche giorno fa, me lo ha portato a casa e, ora che anche io l’ho letto, ho capito il motivo del suo esserne colpito.

Mentre scrivo ho il libricino al fianco; proviene dalla “Libreria Internazionale Sperling & Kupfer” di Milano, edito Arnoldo Mondadori Editore – collana la Medusa Degli Italiani – nel 1955; l’esterno è stato protetto da una copertinatura trasparente un po’ segnata dal tempo, quanti polpastrelli l’avranno sfiorata?

Ho aperto, con rispetto, il libro e un’ondata di nostalgico romanticismo mi ha subito pervasa alla vista di 170 pagine imbrunite, perfettamente sfumate dagli anni, fragili poco meno delle foglie autunnali di cui richiamano il colore.

Pagine datate ma pulite, senza patacche, senza angoli piegati, senza deturpanti sottolineature. Pagine che portano il rispetto a loro dedicato da chi, prima di me, le aveva scorse.

Elio Bartolini è stato un giornalista, sceneggiatore, saggista e poeta e anche in questo libro, definito dai critici uno dei migliori scritti del 1955, ha narrato la mia terra, il Friuli, in un modo meraviglioso!

L’autore non ci porta “dentro” la protagonista, Ippolita, ma ci fa respirare la sua aria, ci fa assistere alle conseguenze delle sue azioni, ci rende partecipi dei suoi passi… senza farci camminare al suo fianco.

Non è scontato che ci si debba immedesimare nei protagonisti dei romanzi, non è obbligatorio amarli o patteggiare per loro… Ippolita, ad esempio, non la si ammira e non la si ama; piuttosto la si rispetta, come vanno rispettate le vite altrui, cariche ognuna del proprio fardello esperienziale.

Ippolita, vittima della propria bellezza dirompente, si è sentita costipata in abiti contadini ma dopo essere fuggita a Trieste e a Milano, ha fatto ritorno nel suo paese natale, con un figlio in grembo… un figlio di padre incerto.

Come riuscirà a districarsi tra pregiudizi e chiacchiere di paese, si svelerà al lettore lungo lo scorrere delle pagine.

Non nascondo che, a tratti, mi ha veramente irritata, questa donna sfacciata che prende la vita di petto, sfidando la sorte con uno sguardo pretenzioso e una lingua selvaggia.

Ippolita riempie di disgusto la sua trovata inerzia, da lei “usata” come scudo per un mondo che l’ha delusa con finte illusioni cittadine.

Attraverso una prosa secca, asciutta, senza fronzoli ma ricca di dettagli, senza parole superflue eppur pregna di sfumature, Bartolini focalizza un tassello umano e ce lo pone, con liricismo, davanti agli occhi.

Ho sentito il gorgoglio del Fiume Tagliamento, ho visto i campi verdi del granturco, ho annusato il carburante della stazione di servizio… ho sentito, attraverso queste pagine, la vita rurale di quasi sessant’anni fa, con le sue speranze e le sue certezze dure come il diamante.

Ippolita, nella mitologia, era una Amazzone – per molti mitografi ne è stata la Regina – e doveva difendere la sua cintura da Ercole.

Anche l’Ippolita romanzata da Bartolini è una donna guerriera… che non riesce a difendersi dalla vita.

Bartolini

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