“Pizza quanto ne sai veramente” di Marco Celeschi

Amo la pizza, amo la convivialità che da sempre attorno a lei ruota, amo i cornicioni gonfi, i colori che su di Lei si fondono e confondono… e sì, amo persino quelle piccole macchioline – se sono piccole, ben si intenda – nere, di pasta bruciacchiata, che tanto mi fanno pensare agli antichi focolari domestici, alla genuinità dei sapori buoni, quelli di un tempo che non ho vissuto ma che mi viene narrato anche attraverso il cibo che mangio.

Oltre ad amare questa nostra tipicità italiana, sono curiosa per natura e, consapevole del fatto che mai, di tutto, ne saprò abbastanza, mi sono addentrata in questo saggio-denuncia, pubblicato da Bonfirraro editore, scritto da un insider del settore – Marco Celeschi, autore della pizza più cara d’Italia e proprietario di una pizzeria nella città di Catania, che ha deciso di cimentarsi in questo progetto editoriale quasi per dovere morale, nel rispetto e nella difesa di una pietanza che sembra venir incolpata dei molti mali del mondo!

Premetto, come ho scritto sopra l’autore è il proprietario di una pizzeria esclusiva; alla “Corte dei medici” una pizza può sfiorare i 50 euro… attenti, vi vedo, state facendo smorfie e strabuzzando gli occhi. Lo so!

Starete sicuramente pensando che questo suo saggio sia una ottima scelta di marketing, una arguta mossa pubblicitaria… beh, di certo non ho intenzione di smentirvi e penso nemmeno l’autore stesso intenda farlo, ed è giusto sia così!

Non è forse corretto sostenere il proprio prodotto quando si è certi della qualità offerta? Ritengo che un buon imprenditore debba essere il primo sostenitore di se stesso, il primo, quindi, a credere nel proprio prodotto!

Marco Celeschi, attraverso le pagine di questo libro, vuole farci riflettere su quelli che lui ritiene – ma sempre allega link di approfondimento affinché il lettore si informi da sé – essere i sette principali falsi miti sulla pizza:

la farina doppio zero è veleno; la pizza fa ingrassare; alla ricerca dell’ingrediente magico: pizze nere, paste super-proteiche e altre patacche; il lievito madre contro il lievito di birra; i grani antichi sono i migliori; l’ideologia del km zero; la pizza e gli alimenti cotti ad alte temperature provocano il cancro – frutto di un “marketing di bassa lega”, di “giornalismo d’accatto”, di “luoghi comuni” e di frasi fatte, come afferma lo stesso autore, che finiscono per minare l’atteggiamento del consumatore. Celeschi racconta la sua esperienza con l’intento di denunciare, informare e sgonfiare certe bolle alimentari che hanno rovinato il mercato e terrorizzato i consumatori.

Mi piace quando un mio interlocutore – e l’autore di un libro che sto leggendo, può esserlo – mi espone la sua teoria arricchendo di storia e citazioni la sua tesi espositiva e mi induce a cambiare, delle volte, il mio punto di vista. Non necessariamente devo essere poi concorde su tutta la linea, ma ammiro chi, senza pomposa arroganza, mi amplia i limiti della conoscenza.

Innovare è riprovevole solo per coloro i quali pensano che sarebbe meglio mettere il cervello in una scatola. Immagina di essere chiuso all’interno di una scatola: da quel punto di vista hai un’unica visione del mondo in cui ti trovi e puoi conoscere solo ciò che la scatola contiene. Una situazione che fa comodo a chi ti vuole propinare sempre la stessa minestra. L’attitudine di “pensare “fuori dalla scatola” si può però apprendere con il giusto esercizio e approccio mentale attraverso una sana curiosità e un pizzico di avventura.”

Un esempio veloce veloce? Se scrivo “Kamut” a cosa pensate? Se vi chiedo cosa esso sia, siete sicuri di conoscerne la risposta? Io ne sono rimasta basita… vi invito a leggere il libro per saperne di più!

Capitolo dopo capitolo, con un ritmo espositivo ben congeniato, l’autore ci parla di Regionalismo critico, citando Kenneth Frampton – architetto inglese – ci narra di studi moderni che implementano i saperi antichi, di analisi e combinazioni.

Delle volte non mi sono stupita, altre ho fatto “spallucce” ma spesso ho pensato “ah però!”

Con ironia, l’autore picchietta su convinzioni che si stanno facendo calcaree in questa nostra società volta, e ben venga questo, al benessere psicofisico dell’individuo.

“La farina 00 è veleno? Perchè allora quando offri una pizza napoletana a tua suocera lei continua a stare benissimo? Riprova con la cicuta e vedrai la differenza!”


Si susseguono dati, statistiche, analisi, specifiche, paragrafi non proprio all’acqua di rose ma fondamentali per le fila del discorso:

“La farina di tipo 00 ha subito un abburattamento del 50%; la farina di tipo 0 del 72%, quella di tipo 1 dell’80% e quella di tipo 2 dell’85%. La farina integrale è stata sottoposta soltanto a una prima fase di macinazione, senza ulteriori buratti, e ha un tasso di abburattamento del 100%. La farina integrale, quindi, contiene tutte le parti del chicco macinato, crusca compresa”

E il glucomannano? Ne vogliamo parlare? Lo sapevate che può ridurre l’assorbimento dei farmaci, inficiando una terapia in corso? Lo sapevate che il carbone (immaginatevi la pizza nera che tanto andava di moda l’anno scorso) oltre all’aria ingloba anche i principi nutritivi e i farmaci?

Insomma, qui non si sta osannando la pizza come panacea di tutti i mali, non pensiate questo, qui semplicemente si analizzano dati presi per “veri” con troppa leggerezza, forse.

L’autore mi ha contestualizzato ogni informazione datami, ed è questo che mi è piaciuto in prima istanza!

Ho scelto un pezzo, durante la lettura, che ben racchiude il senso di questo libro:

“Crudisti, sushisti, vegetariani, vegani, gluten free, no carb: fra etica e dietetica la ricerca del modello alimentare virtuoso è diventata la nuova religione globale. E come tutte le religioni nascenti produce continue contrapposizioni, scismi, eresie, sette, abiurie. Ciascun credo si ritiene l’unica via verso la salvezza. E verso l’immortalità. O almeno quel suo succedaneo salutistico che chiamiamo longevità.”

Mi sono posta una domanda, durante la lettura di questo libro: perché sarei disposta a pagare 50 euro – forse anche di più – per una portata di pesce freschissimo e di alta qualità ma la stessa cosa non farei per degustare una pizza? Non è forse la pizza un pasto completo che difficilmente mi lascerà spazio vuoto nello stomaco?

La qualità fa la differenza, sempre ed è giusto che sia così! Chi architetta con meticoloso puntiglio ciò che deve finire nella mia pancia, chi cerca di creare un ambiente ottimale contestualizzando anche le piante che sfiorano la mia vista mentre mangio, chi è attento ai dettagli, agli abbinamenti, all’innovazione che rispetta la tradizione senza violentarla ma rispettandola e, anzi, quasi portandola in evidenza attraverso ossimori culinari; chi mi cita personaggi storici attraverso un menù particolare, chi mi spiega che legno arde nel suo forno a legna, chi… ma ché, davvero devo proseguire? La ricerca e la cura del dettaglio, mi sto ripetendo, lo so, va premiata.

Trovo geniale anche il fatto che un ristoratore scriva un libro per analizzare il prodotto che vende! Pubblicità, dicevamo prima? Ben venga, quando è intelligente, argomentata, contestualizzata e innovativa! Dopo tutto, non siamo forse dotati di ratio? Non abbiamo una testa per trarre ognuno le proprie conclusioni?

Non siamo liberi di informarci ascoltando più campane?

Ma dimenticavo, abitiamo in una Nazione che si sta lamentando perché quest’ultime disturbano la quiete cittadina…

“In realtà, cosa significa naturale in una società tecnologica in cui la stessa natura è ormai un avatar?”

http://www.bonfirraroeditore.it/manualistica/pizza,-quanto-ne-sai-veramente-detail.html

3 risposte a "“Pizza quanto ne sai veramente” di Marco Celeschi"

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  1. Con tutta la simpatia, cinquanta euro per una pizza non li spenderei nemmeno se fosse farcita di lamine d’oro… già quelli che te le propongono a 9-10 mi fanno venire l’orticaria… comunque ognuno è liberissimo, eh!

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