“Eravamo bambini abbastanza” di Carola Susani

bambini abbastanza

Eravamo bambini abbastanza” è un romanzo di Carola Susani, pubblicato dalla Minimum fax nel 2012.

I “bambini abbastanza” di questo romanzo sono sette: Ana, Catardzina, Leonid, Alex, Filip, Dragan, e Manuel (a dire il vero, alla fine dovremmo aggiungere anche un neonato, ma di lui non conosciamo il nome).

Sono bambini scomparsi, rapiti, sottratti alle loro famiglie da una persona dal passato misterioso, un uomo che, per tutto il libro – tranne un probabile accenno al cognome, verso la fine – sarà chiamato “Il Raptor” perché sembra, a detta dei bambini, un velociraptor predatore sempre pronto a entrare in azione.

L’originalità di questo romanzo è che, in esso, non si pone l’accento sul panico dei familiari o sul tam-tam mediatico, non si assiste a frenetiche ricerche o a crisi di disperato – e giustificato – panico.

Tutto questo resta fuori.

I sette bambini rapiti uno per volta, durante il tragitto del Raptor verso Roma, in poco tempo – e con estrema facilità – formano un branco ed è proprio nel fulcro sacro di quel branco che l’Autrice ci porta: dentro i loro rifugi, dentro fabbriche piene di materiale tossico, nascosti dietro cespugli, davanti a muri anneriti, dentro acque di un gelido – e infausto per qualcuno – fiume.

Ci porta davanti a quei bambini abbastanza, davanti ai loro sguardi affamati, davanti a occhi gonfi di fame ma pieni, anche, di vita!

Sconcertante è la velocità con cui questi bambini si sono adattati alla loro nuova famiglia, dimenticando quasi le loro vere origine. Tutto tradito, tutto passato in secondo piano rispetto a una famiglia illegale, illecita, sconveniente, delinquente, malfamata, errabonda, gitana. Una nuova famiglia da cui, pur avendone la possibilità, non vogliono scappare.

Ci sono regole, linee guida, rituali…

Il Raptor è abilissimo nel dare ai vari bambini, di volta in volta inseriti nel clan, un nuovo senso di appartenenza, senso in cui loro si sentono protetti e di cui si sentono responsabili.

“Invece funzionava così: se sbagli il Raptor se la prende con un altro. Se fai qualcosa che non va bene, non metti nei guai te stesso, ma qualcuno del gruppo”

E le punizioni non sono all’acqua di rose!

“Un modo per farci sentire uniti, un solo corpo, responsabili gli uni degli altri.”

“Ormai ci voleva un amore più forte, o semplicemente una forza più forte, per portarmi via.”

L’epilogo del libro viene svelato, dall’Autrice, all’inizio della narrazione: i bambini – anche se, purtroppo, non tutti – alla fine verranno tratti in salvo e il Raptor verrà ucciso, dalle forze dell’ordine, con un colpo di pistola. Nessun effetto sorpresa, quindi. L’autrice non voleva tenerci sulle spine ma farci respirare la stessa aria respirata da quei fanciulli di strada… che, di strada, in origine non erano. L’aria di bambini che, però, restano tali nonostante le avversità più scabrose.

Sono passati pochi anni dalla fine di tutto, sembra un millennio. Questa storia, quello che abbiamo passato con il Raptor, è lontanissima, come se non ci fosse mai stata, come se fosse capitata a un altro oppure in un’altra dimensione. Durante il giorno me ne ricordo come un sogno. E sto tranquillo: ho dodici anni, una famiglia che ci tiene, vado bene a scuola, tutti mi guardano come uno che si è salvato per miracolo, uno che è tornato da un posto peggiore della morte. Ma certe volte mi sveglio di notte e non riconosco la stanza, corro spaventato nella camera dei miei genitori, li guardo mentre dormono e non capisco che ci faccio qui. In quelle notti per un momento mi viene in mente che la vita vera era quella, la nostra con il Raptor, e che questa – la scuola, i genitori, i regali di compleanno, la piscina – è come un giro in giostra, un esercizio finto che non allena a niente.
Il Raptor l’ha chiamato Raptor Alexander. Diceva che la curva che faceva la sua schiena, il suo modo di stare in piedi e di correre, e come si appostava, gli facevano venire in mente un predatore. Non un predatore elegante come un grande felino: gli facevano venire in mente un predatore secco, un rettile bipede estinto, un velociraptor. Quando sono arrivato io, lo chiamavano già così.

Bambini nonostante tutto.

Bambini nonostante i calci, le punizioni, il modo di far soldi adescando clienti adulti.

Bambini nonostante la fame, il freddo, l’umidità, la paura.

Bambini nonostante la notte.

Bambini nonostante l’indifferenza della gente, nonostante il ribrezzo di chi scosta il fetore lercio che li circonda.

Bambini nonostante tutto. Bambini abbastanza.

Con uno stile narrativo veloce e un periodare paratattico, leggiamo di bambini che, governati da una hybris che li fa sentire invincibili, commettono più di una stupidata… oltre a perdere il confine del giusto con l’ingiusto, ovviamente!

Non sono zingari – Manuel è stato rapito nel nord dell’Italia e gli altri in vari paesi dell’Est Europa – ma come zingari vivono e lo spirito d’avventura, il sapore del proibito, ai bambini, purtroppo, spesso basta.

In queste pagine, a parer mio, la vera protagonista è La Sindrome di Stoccolma.

La patologia per cui l’inverosimile rapporto affettivo tra le vittime di sequestro di persona e i loro rapitori sembra poter essere una risposta emotiva automatica, spesso inconscia, al trauma dell’esser stato rapito, strappato dalla propria quotidianità e gettato in pasto a una vita “altra”; una sindrome che coinvolge sia i sequestrati sia i sequestratori, quasi fosse una risposta di difesa al fine di preservare la propria integrità. Il non riconoscere il male e, anzi, identificarlo come il bene.

Ed è proprio questo che accade a tutti questi bambini che non vogliono essere liberati e che – seppur a tratti il pensiero della fuga o la speranza di essere riconosciuti da qualcuno faccia capolino in un angolo del cuore – per la maggior parte del tempo si coalizzano per non esser scoperti e difendono il Raptor prendendosene cura, litigandosi il posto a sedere al suo fianco, quasi mendicando le sue attenzioni.

Pensare a Oliver Twist di Dickens, per me, è stato automatico e immediato: avevo una banda di bambini ladruncoli e un Fagin alto e smilzo, claudicante, che metteva in scena teatrini per allenare il suo clan ai piccoli furti di strada. La differenza, però, è che tra questi bambini abbastanza non c’è “un Oliver” che sente la mancanza della mamma, non c’è “un Oliver” scontento e triste.

Questo libro di Carola Susani – per ora non ne ho letti altri – è intenso e commovente, una storia fatta di tante microstorie, ogni microstoria un cuore e ogni cuore un perché romanzato da Alex, uno dei bambini abbastanza del libro. Ma questa è un’altra storia…

Buona lettura,

Lisa.

Sinossi:

In una giornata di sole, sette ragazzini entrano a Roma a piccoli gruppi. Sono vestiti poveramente e hanno poco bagaglio: chi una borsa da mare, chi uno zaino con una pianola, chi un sacco da cui spunta una coperta. Insieme a loro c’è un adulto. Hanno attraversato l’Europa con mezzi di fortuna, ma non sono dei rom. Sono bambini rapiti. Uno dopo l’altro, nei mesi precedenti, sono stati sottratti alle loro famiglie da un uomo ombroso ed enigmatico, dal passato misterioso, che chiamano «Il Raptor». La cosa ancora più misteriosa sta tuttavia nel fatto che nessuno di questi bambini sembra sentire la mancanza dei genitori. In breve tempo, hanno dato vita a una comunità autosufficiente, con regole e rituali tutti propri, e ora stanno bene attenti a non dare troppo nell’occhio perché la cosa peggiore che potrebbe capitargli è di tornare a casa. Ma tutti i viaggi – specie quelli iniziatici – hanno un inizio e una fine. Sospeso tra favola nera, parabola sull’esistenza, storia di formazione, il nuovo romanzo di Carola Susani è un libro intenso e commovente, dove ogni luogo comune sui bambini e sulle loro «esistenze segrete» viene rovesciato, portandoci rivivere tutto ciò che di quell’età perduta credevamo di non ricordare più.

Finalista al Premio Rapallo – Carige, Vincitore del Premio per la letteratura di Viaggio L’albatros – Città di Palestina 2012, Vincitore del Premio Opera di Narrativa – Premio Prata e Vincitore del Premio Lo Straniero 2012.

4 risposte a "“Eravamo bambini abbastanza” di Carola Susani"

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  1. Bella recensione come sempre, la tua, ma non mi convince; per carità, la trama è interessante, ma il fatto che ci siano di mezzo i bambini non mi va giù… buona serata, cara Lisa! 😉

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