“Un certo grado di disordine”- Enrico Aldobrandi

Enrico Aldobrandi, Un certo grado di disordine, recensione, Lisa Molaro, senso di colpa,

Cerco le parole giuste per iniziare a scrivere questa recensione.

Cerco, ma non le trovo.

Devo essere delicata, camminare su un prato di ortiche e margherite.

Devo far capire tutto il dolore che c’è in queste pagine ma lo devo fare senza allontanare i lettori che questo sentimento rifuggono per le le loro letture.

Non so se partirò con il “piede” giusto ma tant’è, io inizio a scrivere.

Per l’immagine di copertina di questo articolo ho scelto un’immagine che rappresentasse un insieme di volti disarmonici tra loro, accozzaglie di colori ed espressioni, il tutto inclinato rispetto alla copertina del libro “Un certo grado di disordine” di Enrico Aldobrandi, Youcanprint editore.

La copertina mi sembra così, statica, mentre il resto del mondo, l’umanità appunto, si accosta.

Focale in questo romanzo, è l’intreccio di ogni personaggio con il mondo che lo circonda e, ancor di più, con il mondo che dentro lui stesso abita.

Diversi le storie che ruotano attorno al “Gruppo Ascolto Solidale” che fa da filo accentratore in questo romanzo… qualcuno, loro, li chiama, semplicemente, “I diroccati“.

Un dolore è sempre un dolore, soggettivo o oggettivo esso sia, è sempre uno strappo alla quiete, una lacerazione più, o meno, impattante.

Ma quando il dolore credi di averlo provocato, anzi, quando di questo ne sei proprio certo perché, sì, è un dato di fatto… ecco, in questo caso cosa fai? Come reagisci? Quanto puoi sopportarlo? Forse lo rifuggi o forse lo astrai a tal punto da farne il tuo unico cosmo. E così ti ritrovi a respirare dentro una stanza in cui le finestre non vengono aperte da quelli che paiono essere secoli, ti ossigeni con un senso di colpa che ti fa sentire indegno di essere sopravvissuto a quella tragedia.

“I diroccati” conoscono bene l’incapacità di perdonarsi e ognuno di loro vive, o sopravvive, in modo soggettivo il proprio malvenire.

“Non era forse questo l’amore, in fondo? Rinunciare a una parte di sé per alimentare il fuoco sacro che tiene in vita l’altro e vivere felici nella luce riflessa generata da quelle fiamme?”

Tiziano, su quelle fiamme, ha gettato un secchio d’acqua gelido. E non separandosi, non litigando, non sbattendo porte o usando violenza, no, lo ha fatto addormentandosi alla guida, di notte, mentre sua moglie e i suoi due figli dormivano sereni accanto a lui.

Ed ecco che

“Tiziano era uno spazio chiuso, finito, come l’area di un triangolo, come un recipiente che può contenere solo quello per cui è stato fatto e non una goccia di più”

Tiziano, in teoria, è il protagonista di questo libro di Aldobrandi ma i personaggi con cui entra in relazione, gli altri diroccati, non sono meno degni di menzione, anzi!

L’Autore ha caratterizzato benissimo, con un generoso e accurato utilizzo di metafore (che adoro!), sia i personaggi maschili sia quelli femminili e, per questo, la sua attenzione verso i comportamenti umani si nota.

Facciamo la conoscenza, attraverso le sue parole, con una donna che pare incapace di generare vita e che, quando diventerà madre lo scoprirà durante giorni di confusa lacerazione. Una donna invecchiata in fretta, come una mela morsa e lasciata lì.

Conosciamo una ragazza che quel figlio, invece, proprio non lo voleva… o non lo vuole ancora?

Conosciamo chi sta combattendo una bestia in corpo, una tangibile, una che non lascia scampo alla speranza di guarigione.

Conosciamo un figlio diverso. Diverso perché la madre lo ha ustionato, non per sua volontà ma per lo sgambetto di un destino inclemente.

Conosciamo gente, entriamo dentro il loro essere incapaci di perdonare se stessi.

“Il dolore ti ha rivestito dentro come intonaco, sei un sarcofago di tormenti interiori da cui non esce nulla, una centrale atomica della sofferenza in disuso che continua a produrre scorie impossibili da smaltire. Cinque anni che racconti la stessa identica storia, il tono è andato via via appiattendosi, di pari passo con la costruzione del sarcofago”

Accadimenti reali, non distopici o fantascientifici, bensì eventi capaci di far capolino durante un momento banale, in un giorno qualunque, a persone qualsiasi… è inutile tappare le orecchie per non sentire le sirene cantare, delle volte non basta, la loro vera vittoria è la paura del disgusto di sé.

Nessuno è immune dal destino… ma poi? Poi che si fa?

Nel libro c’è chi ha scelto di lottare, chi scappa, chi mente, chi rifiuta, chi odia, chi ha rabbia e chi aiuta gli altri per sentirsi meglio.

Nel libro c’è chi resta e chi se ne va, nel vero senso della parola; ed è duro, è devastante, è dissacrante, è impietoso e, per alcuni, irrispettoso verso la Vita… ma questa è la vita e ognuno vive, o meno, la propria.

Niente pagine dal profumo di talco, niente edulcorazioni o abbellimenti… tutto è lì, davanti al lettore. La frutta ammaccata è insieme a quella fresca, perché sì, dopo ogni giorno ne segue sempre un altro e, seppur con fatica, seppur lentamente, si può ricominciare a mettere un piede dietro l’altro.

Lettura consigliatissima,

Lisa.

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre. “

Platone

sofferenza, senso di colpa, speranza, tenacia

Sinossi

In un brutto edificio di periferia ogni settimana si riunisce il “Gruppo Ascolto Solidale”, uomini e donne maltrattati dal destino che faticano ad andare avanti. Questa è la storia di Claudia, vedova giovanissima e madre iperprotettiva, tanto abile nella cura delle sue amate piante quanto incapace di gestire l’ordinaria amministrazione del quotidiano. Questa è la storia di Lucia, che ha visto svanire uno dopo l’altro i suoi progetti in seguito a una maternità non cercata, non voluta, soltanto subita. Ma soprattutto è la storia di Marco, che ha perso moglie e figli in un incidente d’auto al ritorno dalle vacanze. Ormai estraneo ai sentimenti, Marco impiegherà non poco tempo a rendersi conto che la vita ha radici solidissime e che una nuova opportunità può germogliare perfino lassù, al settimo piano di quel palazzo anonimo, ma allo stesso tempo sarà costretto ad affrontare un rancore che ha radici altrettanto solide e un passato che non si può chiudere come si chiude una porta. Questa è una storia di rapporti umani che si incrociano, si sfiorano e infine si toccano proprio là, dove nessuno pensava potesse ancora nascere qualcosa.

11 risposte a "“Un certo grado di disordine”- Enrico Aldobrandi"

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  1. Questo libro ti ha dato molto da fare, pensare e scrivere. Probabilmente ha avuto la capacità di farti uscire e rientrae da te attraverso i suoi personaggi. Un libro dovrebbe avre sempre tale obiettivo, ma senza dirlo, solo leggendolo. Grazie del passaggio da me. Ciao

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    1. è mia abitudine leggere libri che capaci di scandagliare le pieghe dell’animo umano. Ci sono stati dei periodi in cui ne necessitavo per metabolizzare, capire, analizzare, risolvere…
      Ora, questo libro mi ha dato da riflettere, sì. Sai perché? Perché il punto di vista non è dei soliti, non appartiene alla vittima in sé di un accadimento, ma di chi ha fatto, spesso involontariamente, accadere qualche cosa capace di alterare per sempre la vita del suo prossimo. Questo mi ha dato da pensare, per questo mi servivano le parole giuste…
      In questo romanzo tutto è talmente delicato (nel senso che, con delicatezza, va trattato) e tutto è forte e lancinante. Un libro di contrasti, non solo di ombre e oscurità d’animo bensì conseguenze e intrecci umani.

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        1. Lo specchio va sempre interpretato come in effeti nella vita quotidiana ma troppe cose ci scivolano addosso senza coglierle. Alora lo specchio non è mai solo l’immagine riflessa.

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