“Il mondo delle cose senza nome” di Daniela Rossi

Il mondo delle cose senza nome, Daniela Rossi, sordità

“Il mondo delle cose senza nome” scritto da Daniela Rossi (psicologa e giornalista) ed edito da Fazi Editore nel 2004 e da Bompiani nel 2010, è stato tradotto anche in lingua tedesca dall’editore Kunstmann e ha ricevuto il Premio Anima 2005 per la Letteratura.

“Il mondo delle cose senza nome” è una lettera intima che l’autrice ha scritto al figlio, Andrea, una lettera d’amore in cui il cuore di una madre viene divelto davanti agli occhi del figlio e del mondo, facendo rumore.

Daniela diviene madre alla nascita di Andrea; Daniela diviene madre di un figlio con un handicap invisibile, talmente invisibile che lei stessa lo vedrà solo dopo un bel po’: Andrea è affetto da sordità.

Andrea è un bambino sano e allegro.
Daniela la sua felicissima madre.
Fino a quando le parole brutali di un medico le rivelano una verità sconvolgente: suo figlio è sordo.
È un bambino che si muove in un mondo fatto di “cose senza nome”: da quando è nato non ha mai sentito suoni, rumori, musiche, parole della loro vita insieme.
Per Daniela è una rivelazione angosciante, un dolore che deve sforzarsi di superare reinventando una comunicazione con lui.
Inizia così il racconto serrato e coinvolgente di un’appassionata avventura umana, dallo smarrimento dei primi mesi alla determinazione di offrire ad Andrea la possibilità di un’esistenza normale, preservandone socievolezza, simpatia, curiosità, allegria, amicizie e la naturale predisposizione al linguaggio.

La forma stilistica scelta dall’autrice ha permesso che si entrasse “dentro casa sua” in modo confidenziale e diretto; tolti convenevoli o svolazzi, pulite etichette di “eticamente corretto”, eliminato fiorellini, giuggiole o miele per rendere la pillola più dolce. Via tutto! Qui c’è una madre che scrive al figlio tutto il suo dolore per non aver potuto capire, per esempio, che mentre gli cantava le filastrocche quando era infante non sapeva che le sue parole non avevano la consistenza che del vento.

Sono otto anni che ci sei, molti di più che ti penso.
Da bambina guardavo gli occhi fissi delle bambole e sentivo che eri già nella mia vita, fermo ad aspettarmi in un giorno lontano.
Non ho mai immaginato che saresti stato un bambino sordo, non ho mai pensato alla sordità prima di te e ti sono venuta incontro attraverso i miei amori, cercando il tuo viso e i tuoi capelli, fino a trovare tuo padre.

In queste pagine c’è il grido di dolore di una donna che impara ad essere la mamma di un bambino che non sente come dovrebbe sentire; una donna che sa ascoltare il proprio cuore e che va contro il mondo per alzarne il timbro.

Ora so che nascendo portiamo con noi, per qualche ora, il ricordo di un’esistenza senza tempo. Tu e i tuoi occhi, catapultati in quella stanza di ospedale, eravate stupefatti e consapevoli e all’improvviso ti ho amato completamente perché ti ho riconosciuto.
Arrossato, sfinito, identico a me.
Quali suoni hai potuto ascoltare i primi mesi che abbiamo vissuto insieme? Parlavo, cantavo, inventavo nomi per le tue dita che si muovevano leggère come alghe, sceglievo musiche che accompagnassero i tuoi giochi.
Più di un anno siamo andati avanti, io e il mondo, prima di scoprire il muro di vetro che ti circondava.

Mi aggrappo al tuo sguardo per riconoscerti e non perderti.
I nostri occhi si cercano sempre per sentire la forza del ponte invisibile che ci tiene uniti.
E se prima eravamo liberi, ora devo cercare tanta gente, comunque sia, qualunque cosa pensi di noi, purché conosca quello che credo di non sapere: il modo giusto per aiutarti.
Ufficio Anziani e Handicappati.
Superare quella porta spingendo il tuo passeggino è camminare verso una lama di coltello e lasciarla scorrere attraverso il cuore.
Perché proprio io devo portarti qui?
Tu non c’entri, sei piccolo e bellissimo.
Mi sto sbagliando, Dio si sta sbagliando.

Sono pagine molto particolari perché, oltre all’argomento che merita tutto il rispetto del mondo, a meritare il rispetto è anche il modo in cui una madre decide di affrontarlo.

Daniela Rossi rifiuta le etichette sociali che ghettizzerebbero suo figlio; rifiuta il linguaggio dei segni, rifiuta l’idea che suo figlio possa vivere, in futuro, vendendo ninnoli inutili ai tavoli di un bar anonimo.

Daniela Rossi pretende, giustamente, una vita dignitosa per il figlio e il suo cuore vive giorni di battiti diversi, di emozioni in contrasto.

E allora ricominciamo, con questi sentimenti estremi e opposti che non mi lasciano mai.
Insieme all’amore, la determinazione terribile ed egoista di un animale che vuole salvare il cucciolo e per lui chiede all’universo di riempire culle di bimbi sordi perché non sia solo e gli altri, crescendo, non possano fargli male.

Leggendo le sue parole, l’ho vista. L’ho immaginata, vista, correre nella foresta, sotto la tempesta, con il figlio in braccio; una mano sul capo di Andrea mentre ne proteggeva il volto dalle fronte che le graffiavano le braccia. Una madre, una tigre che vuole salvare il proprio cucciolo, un’immagine potente e senza via di interpretazione soggettiva. Certe forze sono oggettive!

Sono pagine di amore disperato, di sofferenze non solo filiali ma figlie di una convivenza vittima di smottamento emotivo – perché rimanere in piedi contro vento è difficile.

Pagine in cui anche la denuncia sociale trova ampio respiro.

Il bambino non udente può avere diritto a una vita piena o vedersela strappare dal cuore a seconda che il caso porti i suoi genitori di fronte a uno dei tanti medici sensibili o nello studio di chi non ha scrupoli.
Io per te imparerò a scegliere.

Siamo andati avanti attraverso un oceano di difficoltà mentre spesso chi poteva aiutarci è rimasto asciutto sulla riva a commentare.

Ecco, leggere questo libro è un po’ come non volgere le spalle all’oceano; forse dovremmo tutti riflettere sull’importanza di una comunicazione che va oltre i sensi conosciuti e i mezzi convenzionati; forse dovremmo tutti imparare ad ascoltare con tutti i sensi, non solo con l’apparato uditivo e l’abbinata codificazione acquisita negli anni dello sviluppo.

Una risposta a "“Il mondo delle cose senza nome” di Daniela Rossi"

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  1. Interessante; grazie del suggerimento, Lisa! Anni fa lessi un libro proprio su un ragazzo sordo che amava la musica classica. Ora non ricordo chi fosse l’autrice, né ricordo il titolo. Te lo faccio sapere presto. 🙂

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