“De morbis artificum diatriba” di Bernardino Ramazzini

Il “De morbis artificum diatriba” o “Trattato delle malattie degli artefici” -scritto dal dottor Ramazzini e tradotto successivamente, dal latino alla lingua italiana, dall’Abate Chiari di Pisa – è una vera chicca!

Molti di voi già sapranno chi è Ramazzini, ma per chi non lo sapesse:

Questo eruditissimo professore nacque a’ 5 di novembre 1633 da onestissimi e civili genitori in Carpi, terra grossa distante 10 miglia incirca da Modena, di dominio de’ principi d’Este. Suo padre chiamossi Bartolommeo Ramazzini, e sua madre Caterina de’ Federzoni. Ne’ primi anni di sua puerizia fece in patria gli studi gramaticali e di lettere umane sin al suo anno diciannovesimo, quando si portò a Parma per attendere alle filosofie nelle scuole de’ padri della compagnia di Gesù, come fece terminando tutto il corso filosofico in tre anni, facendosi conoscere d’ingegno vivace e pronto quanto ciaschedun altro de’ suoi condiscepoli: su la fine de’ quali studi sostenne in pubblico con somma lode le sue conclusioni di filosofia. Stette allora dubbioso se dovesse applicare alle leggi o alla medicina, ma fattavi matura riflessione gli parve che il suo genio e la sua natura più inclinassero alla professione medica; perciò in tre anni, terminato ancora questo studio nell’università di Parma a’ 21 di febbraio dell’anno 1659 ricevette quivi la laurea dottorale in filosofia e medicina.

In Ramazzini, l’idea di catalogare quella che oggi chiamiamo “Medicina del lavoro” pare esser nata durante il suo soggiorno, in qualità di medico condotto, nel Ducato di Castro; stare a contatto con la gente più povera, con la miseria, con il mondo artigiano (molto distante dall’odierno, ovviamente e per fortuna!) con la sistemicità del sistema in cui operava, l’osservazione attenta e oculata dei lavoratori nel corso delle sue indagini geofisiche, l’attenzione da lui rivolta – per esempio – ai vuotatori di fogne (professione che pare essere stata, per lui, la spinta iniziale per la genesi di questo trattato), tutto ha fatto da humus per questa preziosa raccolta che lo ha reso “il padre della medicina del lavoro”.

“Chi ha stese queste notizie, e volgarizzata quest’opera del dotto autore si gloria della fortuna di averlo conosciuto, ossequiato e udito ancor dalla cattedra nell’università di Padova.”

A Padova numerose sono infatti le aule a lui dedicate. Nel 1982 è stata fondata un’accademia internazionale indipendente, costituita da 180 membri, provenienti da 30 nazioni, che prende appunto il nome di Collegium Ramazzini

Ma veniamo al Trattato…

Ho sempre amato leggere l’italiano da poco svezzato dal latino, apprezzandone le influenze subite dalla cultura illuminista (mi piace pure il modello boccacciano tanto amato da Pietro Bembo, ma questo è un altro discorso), mi piacciono le costruzioni inverse, arzigogolate, contorte, richiedenti attenzione e calma nella lettura.

La lingua italiana, infarcita da un lessico arcaico, è per come un’armonia d’inchiostro: suona!

Tuttavia confesso di aver avuto, talvolta, delle difficoltà durante la lettura… di essermi – come dire? – persa e di aver saltato le citazioni in latino o in greco; di certo leggere questo Trattato non è stata una passeggiata ma sono felice di essere comunque giunta alla fine giacché, pur non essendo applicabile ai giorni nostri (sotto nessuna prospettiva, se non quella dell’importanza preventiva) si è trattato di un tuffo in mezzo a usi, costumi e abitudini di una società antica, italiana, di cui non va persa la memoria.

Se oggi abbiamo dei diritti lo dobbiamo a chi, prima di noi, ha sentito la necessità di approfondire le varie situazioni.

In molti dicono la famosa frase “Tutto è già stato scritto!” oppure “Nessuno inventa più nulla, semplicemente nasce un bisogno nuovo capace di trovare una nuova soluzione”

Questo libro, ovviamente, non è una prosa ma un elenco strutturato in modo ottimo, i cui punti sono ben esposti dall’autore.

Capo I. Delle malattie alle quali stan sottoposti quei che cavano i metalli.
Capo II. Delle malattie degl’indoratori.
Capo III. Delle malattie de’ chirurghi unguentari.
Capo IV. Delle malattie de’ chimici.
Capo V. Delle malattie de’ pignattai.
Capo VI. Delle malattie degli stagnai.
Capo VII. Delle malattie degli specchiai e vetrai.
Capo VIII. Delle malattie de’ pittori.
Capo IX. Delle malattie di quelli che lavorano il solfo.
Capo X. Delle malattie de’ fabbri da ferro.
Capo XI. Delle malattie de’ fornaciai da gesso e da calcina.
Capo XII. Delle malattie degli speziali.
Capo XIII. Delle malattie dei cava-fosse.
Capo XIV. Delle malattie dei cava-macchie.
Capo XV. Delle malattie alle quali stanno sottoposti quelli che fanno olio, i cuoiai e altri artefici sordidi.
Capo XVI. Delle malattie di quelli che lavorano il tabacco.
Capo XVII. Delle malattie de’ beccamorti.
Capo XVIII. Delle malattie delle levatrici.
Capo XIX. Delle malattie delle nutrici.
Capo XX. Delle malattie alle quali sono soggetti i vinaiuoli, quelli che fanno la birra e la cervogia.
Capo XXI. Delle malattie de’ panattieri e de’ mugnai.

Capo XXII. Delle malattie di coloro che fanno l’amido.
Capo XXIII. Delle malattie, dalle quali sogliono esser tormentati i crivellatori e misuratori.
Capo XXIV. Delle malattie de’ cavapietre.
Capo XXV. Delle malattie delle lavandaie.
Capo XXVI. Delle malattie dalle quali sogliono venir travagliati gli scardassatori del lino, della canapa, e della bavella, o sia filaticcio.
Capo XXVII. Delle malattie de’ bagnaiuoli.
Capo XXVIII. Delle malattie di coloro che lavorano alle saline.
Capo XXIX. Delle malattie alle quali sono sottoposti gli artefici statari.
Capo XXX. Degli artefici che siedono, e loro malattie.
Capo XXXI. Delle malattie de’ Giudei.
Capo XXXII. Delle malattie di quelli che corrono.
Capo XXXIII. Delle malattie de’ domatori de’ cavalli.
Capo XXXIV. Delle malattie de’ facchini.
Capo XXXV. Delle malattie de’ lottatori.
Capo XXXVI. Delle malattie dei lavoratori di minuzie.
Capo XXXVII. Delle malattie de’ suonatori di strumenti da fiato, cantori ed altri simili.
Capo XXXVIII. Delle malattie degli agricoltori.
Capo XXIX. Delle malattie de’ pescatori.
Capo XL. Delle malattie de’ soldati.
Dissertazione Delle malattie dei letterati.
Capo XLI. Delle malattie degli stampatori.
Capo XLII. Delle malattie degli scrivani e notai.
Capo XLIII. Delle malattie dei confettieri.
Capo XLIV. Delle malattie dei tessitori e tessitrici

Capo XLV. Delle malattie de’ calderai.
Capo XLVI. Delle malattie degli artefici da legname.
Capo XLVII. Delle malattie di quelli che arruotano i rasoi e le lancette.
Capo XLVIII. Delle malattie de’ mattonieri.
Capo XLIX. Delle malattie dei cava-pozzi.
Capo L. Delle malattie de’ marinai e de’ remiganti.
Capo LI. Delle malattie de’ cacciatori.
Capo LII. Delle malattie de’ saponai.
Dissertazione Circa la maniera di conservare in sanità le sacre vergini

Mi sono divertita nello scoprire figure professionali impensabili e mi sono rattristata per le condizioni di vita dei più… ma quest’ultima cosa, logicamente, non è stata la scoperta dell’acqua calda!

Ho letto che nelle miniere di mercurio friulane (storia della mia terra, dunque) c’è testimonianza di un operaio (e badate che niun operaio poteva reggere per più di sei ore di fila) si era impregnato di talmente tanto mercurio che se si metteva in bocca un pezzo di rame, ma se anche solo si limitasse a maneggiarlo con le dita, lo faceva bianco.

E il preservare le misere vesti a discapito della propria pelle? Raccapricciante… non nel senso dell’orrido ma dello “spaventoso”.

Dallo stesso mi è stato detto, che nelle miniere di Gossar, dove si cava il vitriolo in polvere, gli operai lavorano nudi. Essendo che, se ivi dimorassero vestiti per lo spazio di una intera giornata, usciti che fossero di colà, tutte le vestimenta loro n’anderebbero in polvere, per la qual cagione forse quei che al tempo di Galeno nelle miniere di Cipro portavan fuora l’acqua del vitriolo, lavoravano senza vesti.

E quanto poteva essere deleterio l’utilizzo dell’olio di noce per accendere anche solo le lanterne? E le candele di sevo?

Niuna cloaca però, niuna fossa conturbata stimo trovarsi, dove i lavoranti più vengano molestati dal fetore, quanto ne’ luoghi, dove sogliono lavorarsi le candele di sevo. Essendo che non i lavoranti soli ma eziandio le case vicine, grave nocumento ne risentono, pel cui motivo tali lavori sogliono mandarsi a fare ne’ luoghi più vili della città, e lungo le mura, come ottimamente considera, e avverte, il Zacchia (Quaest. med. leg. l. 5, q. 7) il quale specialmente fa menzione delle botteghe, nelle quali sogliono fondersi le candele di sevo. Stante che quando hanno incominciato a bollire le caldaie, nelle quali sta un mescuglio di sevo di becco, di bove, di porco, spargesi tosto d’ogn’intorno un’esalazione così puzzolenta e nauseosa, che tutto il vicinato ne resta infettato. Nocumento grave adunque ne ricevono cotesti artefici mentre stanno sopra le caldaie bollenti, e imbevono con la bocca e con le narici quelle grasse particelle, dalle quali nella tessitura de’ polmoni fannosi grandi ingozzamenti, d’onde ne susseguono le difficoltà di respiro e dolori di capo; soprattutto poi la nausea e la voglia di vomitare. (…)

E delle passioni uterine? Degli isterismi? Degli affetti isterici? (vivaddio che siamo nel 2019 và!) Chè altrimenti bisognava soffocare gli isteristi con le cose fetide da applicare sotto al naso; il vino odorosissimo viene lodato e così non sempre le cose fetide acquistano le perturbazioni uterine e, del fumo della lucerna spenta, con cui si risvegliano gli insulti uterini, s’estinguono i feti, si è un’osservazione molto antica.

Particolari le annotazioni di Ramazzini inerenti alla levatrici e alle nutrici.

Dal ministero de’ beccamorti si è totalmente differente l’uffizio delle levatrici, perchè queste procurano di far venir l’uomo sul teatro di questa terra, e quelli ne curano la partenza, e tuttavia l’impiego di ambidue riguardando il principio e ’l fine della vita mortale, abbastanza ne fa palese qual siasi la condizione dell’uomo. Le levatrici adunque se non riportano danni cotanto gravi mentre assistono ai parti, come i beccamorti sotterrando i cadaveri, contuttociò non ne vanno immuni, nè sempre nell’accoglier i parti, vanno esenti da malattie a motivo dello spurgo copioso che vien fuori dall’utero, come elleno n’affermano, e la pratica osservazione di non poche me l’ha fatto palese. (…)

Alle levatrici dopo compiuto il suo ministero ne vengon dietro le nutrici, che nata che sia la creatura la prendono ad alimentare: queste parimente nel progresso del lattare sogliono venir assalite da varie malattie. Qui poi sotto nome di nutrice non solo voglio che s’intendano quelle donne che per mercede allattano gli altrui parti, ma eziandio quelle che allevano i propri. Le malattie poi, dalle quali per lo più vengono travagliate, sono tabidezza, affetti isterici, pustule, rogna, dolor di testa, vertigini, asma e debolezza di vista; molti altri mali ancora patiscono le nutrici principalmente nelle mammelle, qualor il latte ridonda, mentre si ristagna; qualor le stesse mammelle s’infiammano patiscono l’ascesso, e ne’ capezzoli nascono le crepature.(…)

Per par condicio dovrei riportare un pezzo di ogni capitolo ma capite bene che la cosa non sia possibile senza arrecarvi tedio… mi limito quindi a dirvi che Ramazzini ha fatto un lavoro talmente oculato da non aver tralasciato niun – tanto per dirla a modo suo! – arteficio. Mi ha “parlato” persino del turgore delle membra di chi, per professione, facendo il soldato periva sul campo di battaglia…

Insomma, una lettura che è stata per me interessante e in molti l’hanno portata come “tesi di dottorato”.

Karl Marx (1818-1883) cita Ramazzini all’interno del Capitale, precisamente dove vien esposto l’argomento della produzione del plusvalore relativo, dell’incidenza del lavoro manifatturiero e scrive inoltre, più avanti nel libro:

Poichè l’operaio dedica la maggior parte della sua vita al processo di produzione, le condizioni di questo processo costituiscono in gran parte le condizioni del processo attivo della sua esistenza, le sue condizioni di vita

Voglio concludere queste mie parole sul libro di Ramazzini citando le sue stesse parole:

Giacchè in questa operetta non è mia intenzione di scrivere trattati interi de’ morbi, e le cure loro intere con un grand’apparecchio di ricette, ma solamente di suggerire a’ professori del medicare alcuni avvisi per una cauzion più felice de’ miseri artefici.

Lui intendeva suggerire…

e questo suo suggerire gli è valso il riconoscimento d’esser stato in grado di rivoluzionare la scienza medica “semplicemente” mettendo il “focus” sull’importanza di tutelare la salute dei lavoratori. 

3 risposte a "“De morbis artificum diatriba” di Bernardino Ramazzini"

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