Recensione del romanzo-inchiesta “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao

Matilde Serao, romanzo inchiesta, Il ventre di Napoli, verismo italiano

Questo libro, divenuto un classico della letteratura italiana, è nato in risposta a una frase di Agostino De Pretis – politico italiano – che nel 1884, quando un’epidemia di colera colpì Napoli con conseguente apertura della polemica della questione meridionale, disse:

“Bisogna sventrare Napoli!”

Matilde Serao – napoletana per parte di padre e greca per parte di madre – scrittrice e giornalista, nonché fondatrice con suo marito, Edoardo Scarfoglio, del Corriere di Roma e de Il Mattino, beh, lei a questa esclamazione di De Pretis ci ha visto nero!

D’altra parte, la Serao era una donna che, con grande intelligenza e un’abilissima “penna”, non elargiva sconti a nessuno e diceva pane del pane e vino del vino!

Scarfoglio, scrisse così, di lei, a un’amica:

” «Questa donna tanto convenzionale e pettegola e falsa tra la gente e tanto semplice, tanto affettuosa, tanto schietta nell’intimità, tanto vanitosa con gli altri e tanto umile meco, tanto brutta nella vita comune e tanto bella nei momenti dell’amore, tanto incorreggibile e arruffona e tanto docile agli insegnamenti, mi piace troppo, troppo, troppo.» “

Matilde Serao

Guardate questa foto. Ora che ho letto il libro, ritrovo nelle parole da lei scritte tutta la schiettezza di uno sguardo diretto, incisivo, che sfida l’opinione altrui, in special modo se contrasta la propria.

Ed ecco che l’autrice, quindi, si rivolge, all’inizio del libro, direttamente a De Pretis:

Efficace la frase. Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, poichè voi siete il governo e il governo deve saper tutto. Non sono fatte pel governo, certamente, le descrizioncelle colorite di cronisti con intenzioni letterarie, che parlano della via Caracciolo, del mare glauco, del cielo di cobalto, delle signore belle e dei vapori violetti del tramonto: tutta questa rettorichetta a base di golfo e di colline fiorite, di cui noi abbiamo già fatto e oggi continuiamo a fare ammenda onorevole, inginocchiati umilmente innanzi alla patria che soffre; tutta questa minuta e facile letteratura frammentaria, serve per quella parte di pubblico che non vuole essere seccata con racconti di miserie. (…) Vi avranno fatto vedere una, due, tre strade dei quartieri bassi e ne avete avuto orrore. Ma non avete visto tutto; i napoletani istessi che vi conducevano, non conoscono tutti i quartieri bassi. La via dei Mercanti l’avete percorsa tutta? Sarà larga dieci palmi, tanto che le carrozze non ci possono passare, ed è sinuosa, si torce come un budello: le case altissime la immergono, durante le più belle giornate, in una luce scialba e morta: nel mezzo della via il ruscello è nero, fetido, non si muove, impantanato: è fatto di liscivia e di saponata lurida, di acqua di maccheroni e di acqua di minestra, una miscela fetente che imputridisce. In quella strada dei Mercanti, che è una delle principali del quartiere Porto, c’è di tutto: botteghe oscure, dove si agitano delle ombre, a vendere di tutto, agenzie di pegni, banchi lotto; e ogni tanto un portoncino nero, ogni tanto un angiporto fangoso, ogni tanto un friggitore, da cui esce il fetore dell’olio cattivo, ogni tanto un salumaio, dalla cui bottega esce un puzzo di formaggio che fermenta e di lardo fradicio. (…) Per levare la corruzione materiale e quella morale, per rifare la salute e la coscienza a quella povera gente, per insegnar loro come si vive – essi sanno morire, come avete visto – per dir loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna in gran parte rifarla.

E poi il libro “parte”, la penna dell’autrice scivola su fogli da colorare con la vita di una Napoli che è ventre umano, pancia, intestino.

“Il ventre di Napoli” era stato concepito come un reportage giornalistico a puntate e, da abile esponente del verismo italiano, la Serao, aveva l’intento di descrivere la sua Napoli senza edulcorazioni e vezzi eleganti.

Non sono mai stata a Napoli, eppure la amo attraverso le pagine dei libri che ho letto (penso a Erri De Luca, alla Cibrario con il suo “Lo scornuso”, a Giuseppe Marotta e al suo “E i bambini osservano muti; potrei anche proseguire oltre) la amo proprio perché la letteratura ambientata a Napoli è come un grande pentolone – un ventre, dopotutto – in cui ingredienti dai sapori più svariati si uniscono pur mantenendo la propria unicità.

La Serao, sin dalle prime righe, mi ha portata là… in quella Napoli ottocentesca che tanto pullulava di vita.

Mi ha fatto camminare su terreni lubridi, sdrucciolevoli, sporchi, pericolosi:

“Io sono donna e non posso dirvi che siano queste strade, poichè ivi l’abbiezione diventa così profonda, così miseranda, la natura umana si degrada talmente, che vengono alla faccia le fiamme della vergogna.”

Mi ha portata innanzi all’opulenza caratteriale di abitanti pittorici:

Questo popolo ama i colori allegri, esso che adorna di nappe e nappine i cavalli dei carri, che s’impiuma di pennacchietti multicolori nei giorni di festa, che porta i fazzoletti scarlatti al collo, che mette un pomidoro sopra un sacco di farina per ottenere un effetto pittorico e che ha creato un monumento di ottoni scintillanti, di legni dipinti, di limoni fragranti, di bicchieri e di bottiglie, un monumentino che è una festa degli occhi: il banco dell’acquaiuolo.

Mi ha fatta fare ilari smorfie davanti ai danni provocati dalla Smorfia:

Una donna dà un pugno a un’altra, e le rompe la faccia; davanti al giudice, si scolpa, dicendo: m’ha chiammata sittantotto; il giudice deve prendere la smorfia e vedere a che corrisponde di oltraggioso quel numero.

Mi ha fatto immedesimare nella popolana che vede passare l’impegnatrice che va alla passeggiata, è passata sotto ai miei occhi “portando al collo il laccetto d’oro che ella ha dovuto impegnare, alle orecchie gli orecchini di una vicina, e sulle spalle il mantello di velluto della signora del terzo piano: e dietro le porte, dietro le finestre, quando l’impegnatrice passa, vi sono dei sospiri repressi, delle lagrime inghiottite, dei pallori subitanei: l’impegnatrice sembra un idolo indiano, a cui si sacrifichi oro e sangue. Alcune impegnatrici più astute e più calcolatrici, impegnano di nuovo, ma al Banco, gli oggetti di oro e di valore, guadagnandoci ancora, poichè il Banco dà onestamente il terzo del valore ed esse neppure il quinto: così aumentano i loro capitali e mettono gli oggetti al sicuro.”

Mi ha parlato di maccheroni, odor di frittura, di erbaggi e di asini che percorrono le strette viuzze con il loro carico di frutta. Mi ha parlato di sporcizia e decoro, di arte e miseria. Mi ha parlato di credenze, scommesse, impegni e disimpegni. Mi ha parlato di altarini e di usura.

E infine nell’ultimo, meraviglioso, capitolo mi ha parlato della Pietà materna.

Ho visto donne sterili, la domenica, andare con il marito all’Annunziata, là dove si riuniscono le trovatelle e fra le bimbe e i bimbi, allora svezzati già grandicelli, ne scelgono uno con cui hanno più simpatizzato, e, fatta la dichiarazione al governatore della pia opera, porta con sè, trionfando, per lo più la piccola figlia della Madonna.

Un caso frequente di pietà è questo: una madre troppo debole o infiacchita dal lavoro ha un bambino, ma non ha latte. Vi è sempre un’amica o una vicina o qualunque estranea che offre il suo latte; ne allatterà due, che importa? il Signore ci penserà a mandarle il latte sufficiente. Tre volte al giorno la madre dal seno arido porta il suo bimbo in casa della madre felice: e seduta sulla soglia, guarda malinconicamente il suo figlio succhiare la vita. Bisogna aver visto questa scena e avere inteso il tono di voce sommesso, umile, riconoscente con cui ella dice, riprendendosi in collo il bimbo: u Signore t’u renne la carità che fai a sto figlio. E la madre di latte finisce per mettere amore a questo secondo bimbo, e allo svezzamento ci soffre di non vederlo più: e ogni tanto va a ritrovarlo, a portargli un soldo di frutta o un amuleto della Vergine; il bimbo ha due madri

Ecco, la Serao mi ha portata lì, in mezzo a povertà, miseria e lerciume… ma, attraverso le sue parole, ho sentito forte la sua denuncia all’ipocrisia di una politica che non voleva vedere la dignità di un popolo forte che affrontava tutto questo sempre con l’allegria dipinta in volto!

“Qualunque sia la veste di cui si copra l’uomo dalla coscienza infida, io lo riconoscerò: qualunque sia la maschera che copra il suo viso, io ne discioglierò i nodi: in qualunque modo mi si tenti di ingannare, non vi si giungerà più. ”

Matilde Serao

Matilde Serao con Eleonora Duse, Francesco Paolo e Tristan Bernard
Matilde Serao con Eleonora Duse, Francesco Paolo e Tristan Bernard
“Pescatori a Napoli”, olio su tela, Attilio Pratella. Archivio Marciano Arte

Non mi dilungo ulteriormente, questo libro è vivo e vivido; le descrizioni dell’autrice escono dalla carta stampata e si palesano lasciandosi percepire attraverso tutti e cinque i sensi.

Come sempre si dice e si scrive: leggere è viaggiare nel tempo e nello spazio.

Lisa.

12 risposte a "Recensione del romanzo-inchiesta “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao"

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  1. La ragazza o la donna che partoriva e che allattava oltre il proprio figlio anche altre creature le cui mamme non ne avevano era chiamata Mammazezzella. Queste mamme tenevano le zizze piene di latte e anche con grande sacrificio fisico, spesso pativano la fame perché i loro uomini non lavoravano, si concedevano alle bocche avide di quei ninnilli meno fortunati.

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      1. In un libro a cui sto lavorando uno dei personaggi, Colomba detta Mammazezzella,
        è una donna che pregata da conoscenti del vicolo, le chiedono di allattere i propri figli. E lei anche quando si sente male per penuria di cibo, non si nega.

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        1. Si, da un po’ di tempo. Cosa che che sta facendo anche un amico del nostro gruppo, quindi potremo trovare dei punti di contatto o punti di vista differenti o convergenti o altri spunti e stimoli.

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