Una parola tira l’altra su “Il lato fresco del cuscino” di Vittorio Zucconi

Il lato fresco del cuscino, Vittorio Zucconi






Leggere “Il lato fresco del cuscino” di Vittorio Zucconi, giornalista e scrittore italiano naturalizzato statunitense, è stato come… come… avete presente quelle cene in cui c’è, magari, quel vostro amico intellettuale che, grazie a una dialettica fluida e ben ritmata, riesce a trasportarvi nel suo mondo di aneddoti e pillole di cultura e voi state lì, rapiti, ad ascoltare le sue parole senza fiatare? Ecco, questo libro per me è stato questo!

Edito con la Feltrinelli Editore, Zucconi ha firmato questo libro che non è un semplice diario di ricordi, non un memoir scontato, non un romanzo e non una cronaca… ma tutto questo e molto altro!

Un giorno chiamo Carlo al telefono e gli dico: “Mi è tornata la voglia di scrivere un libro”.
Era ora, mi risponde lui. Su che cosa?
“Sulle cose.”
Quali cose?
Ascoltami. Le cose, le cose, insomma gli oggetti, la radiolina, la prima auto, il primo computer portatile, il motorino Velosolex, i miei cani che pure non sono certamente cose, sai, che hanno fatto la mia vita e l’hanno resa un poco più bella. Tutti scrivono della mamma, del primo amore, della paura, della tristezza, della morte, delle gioie, tutti rigurgitano saggi su dove va il mondo che neppure loro sanno dove vada, ma io vorrei fare un’autobiografia delle cose che raccontano la nostra vita. Che ci aiutano a vivere.

Zucconi, con tutta la sua umana sensibilità, mi ha raccontato della sua infanzia milanese, della colonna sonora che gli permetteva di scivolare nel sonno: il ticchettio ritmato e frenetico della macchina da scrivere di suo padre: una Olivetti Lettera 22.

Le gocce battevano metalliche sul tetto della mia insonnia come chicchi di grandine sulla lamiera di un pollaio, eppure mi cullavano e mi rassicuravano nella paura della notte. Non riuscivo a dormire, ma se la Olivetti Lettera 22 di mio padre batteva, significava che l’universo era in pace con se stesso. Non c’era bisogno di dormire, bastava sognare. C’è chi ha bisogno di orsacchiotti e cagnolini di peluche per addormentarsi. Io avevo la Lettera 22.

Nella vita di ognuno di noi ci sono degli oggetti che potrebbero scivolare nell’anonimato di una discarica indifferenziata non fosse per quella loro capacità di veicolare dentro le proprie comfort-zone, dentro gusci di morbida ovatta in cui ci si sente al sicuri, protetti, rimandando alla testa – e al cuore – quella salvifica sensazione di familiarità.

E allora ecco che dalla penna di Zucconi escono ricordi legati alla macchina da scrivere del padre o al suo portatile “Stay hungryStay foolish“; alla piada, alla mitica Bianchina che gli ha salvato la vita e ai primi videoregistratori Betamax così importanti per gli stranieri nella Mosca sovietica; al Caccia Phantom F-4, ai wafer al cioccolato offerto da un prete in territorio di guerra e divorato assieme alla giornalista della concorrenza: Oriana Fallaci; ricordi legati alle prime radioline “da stadio”, quelle con due rotelle laterali, una per la sintonizzazione e l’altra per il volume; il ricordo, dolcissimo, della mostarda che il maestro Viganò centellinava nell’ora della ricreazione, azzerando le classi sociali e mettendo figli di borghesi e figli di disoccupati, sullo stesso piano. E ancora, teiere di Hiroshima ricevute in dono e pioggia fitta, densa e nera che cade dal cielo. Ricordi di strade bianche, infinite, seguendo le campagne elettorali di Jimmy Carter, Gerald Ford, Paul Efthemios Tsongas, Ronald Reagan, George Bush Sr., Michael Dukakis, Gary Hart, William Jefferson Clinton, Robert Dole, Albert Gore, George Bush Jr., Barack Hussein Obama, John McCain, Mitt Romney e Hillary Rodham Clinton, inutile aggiungervi che per molti di loro gli aneddoti non vengono centellinati, trova un capitolo a lei dedicato persino la spilla “American Eagle”, simbolo massimo dell’americanità imperiale e rapace. Poi l’odore della tipografia, del piombo fuso e dei caratteri incisi con maestria artigianale, odore che la rete, di certo, non ha. Odore anche di stanze di alberghi diroccati, “dello stanzone alla frontiera fra Arabia Saudita e Iraq, in un villaggio di cammellieri beduini chiamato Hafar al-Batin, nel quale Mario Platero del “Sole 24 Ore”, un collega del Giornale Radio Rai e io trascorremmo la notte nervosa nell’attesa che l’attacco americano contro Saddam Hussein partisse” notte trascorsa insonne non per il rumore delle pale degli elicotteri d’assalto che sorvolavano il loro cielo “ma per il rigurgito di liquame che gorgogliava dal cesso alla turca piazzato nel mezzo della stanza.” A questi ricordi si contrappongono quelli dei ben più lussuosi hotel pentastellati: Ritz Carlton, Mandarin, Hyatt, De Russie, Hilton.

La clonazione delle stanze ha un prezzo. Esige quel momento di incertezza al risveglio, quando ci si chiede in quale città ci si trovi, sul genere “se oggi è giovedì, deve essere il Texas”. Non c’è nulla, nelle lampade, nelle sovraccoperte, nelle tappezzerie, nel mobilio, nel minibar con le stesse noccioline, gli stessi biscottini sigillati, le stesse bottiglie di soft drink e di liquori, la stessa moquette studiata per reggere ogni sorta di macchia umana che le distingua da quella che hai lasciato la sera precedente e quella di due giorni prima. Occorre uno sforzo di concentrazione per ricalibrare il proprio Gps mentale e collocarsi a Salt Lake City, a Miami, a Boston o a San Diego.
La ricompensa è la familiarità, il ritrovare tutto come lo si era lasciato a migliaia di chilometri e ore di volo di distanza.

La familiarità, il sentirsi a casa, sopratutto se per professione sei un girovago che ruota il mappamondo quasi in modo incessante, beh… ha un prezzo? Ha un prezzo la familiarità? Il guscio di noce dentro cui ti acciambelli tra fiocchi di ovatta, quanto vale e quanto è narrabile?

All’elenco sopra citato, vanno aggiunti, ovviamente, anche i libri di pelle rossa con incisione in oro.

Erano oggetti incantati, con quella finta pelle scabra, ma tenera, le finiture in oro, i nomi in stampatello sul dorso e in corsivo svolazzante sulla copertina, senza titoli che sarebbero stati offensivi per quegli autori, le pagine dense in finissima carta India, che scivolava con sensualità da indumenti intimi tra le dita, mentre il dorso scrocchiava, intonso.

Dicevo: all’elenco sopra citato vanno aggiunti i tanti volti importanti nella vita di Zucconi, le partite con il figlio, gli amici fotografi, i politici, gli attori… ancora, però, non solo! Ampio margine viene dedicato a Platone, il gattone serafico e “pieno di sè” di casa, a Vox, il pastore tedesco tanto amato quanto amabile, che viveva in un quasi eterno senso di colpa, pudico e timido, e al suo opposto successore tronfio e fin troppo sicuro di sè: “Rajko von Schwarzwald, banalmente ribattezzato Max perché non si montasse troppo la testa.”

Tirando le fila, arrivando alla chiusa, in queste pagine gran parte degli eventi importanti che hanno segnato la storia della seconda metà del XX secolo e dell’inizio del XXI secolo, vengono narrati da Zucconi non con piglio giornalistico, razionale e super partes  (chè poi, sarebbe bello fosse così sempre, il giornalismo!), ma con un punto di vista soggettivo. umano, soggettivo.

Un libro che si legge d’un fiato e che regala, oltre ad attimi di indignazione storica, anche sorrisi di una infinita tenerezza… quella tenerezza lì, quella che appartiene a tutti e che ci fa prendere il mano il nostro filo di Teseo, riportandoci alla mente i nostri cibi dell’infanzia .

Per me, la poco salutare scarpetta con il burro fuso, l’uovo alla coque della domenica mattina o lo zabaglione che mi facevano o mia madre o mia nonna. Odori d’infanzia, odore di bolla dorata, di cristalli di ghiaccio, di neve sulle guance. Odore di pelle sull’erba verde e maggiolini catturati al volo, lasciati vibrare all’interno del pugno chiuso, scoppi d’ilarità fanciulla e poi aprire il palmo, liberandoli al cielo e guardarli volare lontano. Con il costume, attraversare correndo, l’irrigatore del giardino che oscillava da destra a sinistra sprigionando acqua in pioggia e formando arcobaleni sotto al sole; mangiacassette giallo senape, a valigetta, con il quale ascoltare le fiabe narrate (altro che audiobook moderni!) Mi pare la collana si chiamasse “I cantastorie” e mia madre mi ha comperato la collana intera. Le stanze attigue, delle varie pensioni in cui con mia cugina (un anno di me più piccola) e le mie due nonne, trascorrevamo le prime vacanze senza genitori; noi bambine, una nonna a testa e l’alfabeto morse, fatto di tre colpetti in ripetizione cadenzata, con cui comunicavamo da una parete all’altra; e le colazioni d’albergo con il pane, il panetto di burro e la marmellata alle fragole, monoporzione. L’insegna della prima pensione: un cavallino bianco, rampante. Potrei proseguire e mi piacerebbe pure non fosse che temo il rischio di annoiarvi!

Mi impongo uno stop, riprendo in mano il senso di queste mie parole, una tirata dall’altra, e vi dico che sì: questo libro merita esser letto!

Lisa.

10 risposte a "Una parola tira l’altra su “Il lato fresco del cuscino” di Vittorio Zucconi"

Add yours

  1. Come ti capisco, anche io vorrei poter moltiplicare le ore a disposizione! Bella questa tua condivisione di ricordo… grazie. Sono convinta, a questo punto, che il libro non potrà non piacerti! Aspetto, poi, il tuo commento per averne conferma.

    "Mi piace"

  2. Zucconi per anni mi ha fatto compagnia mentre studiavo, poi mentre tornavo nel lungo viaggio lavoro casa. Sempre disincantato e disilluso sul mondo, ma allo stesso tempo curioso e amante del prossimo e delle sue contraddizioni. Spero di riuscire a trovare il tempo per leggerlo. Devo moltiplicare per due le ore del giorno.

    "Mi piace"

    1. Per vari motivi, lo è.
      È dolce perché, magari, condivide con Il lettore certi passaggi di crescita personale, nominando oggetti che possono far parte la vita di molti. Io non ho vissuto gli anni della Bianchina, ma l’ho sentita spesso nominare e ho pensato alle auto di mio padre, alle sue alfa romeo grigio metallizzate o verde oliva; ho pensato alla Olivetti nera che avevamo in casa, prima che mi regalassero la macchina da scrivere elettrica. Ho pensato agli oggetti che hanno segnato il mio crescere. E sì, è stato un bel tuffo nei ricordi.
      E poi Zucconi è stato un giornalista di quelli tosti, di quelli importanti e, quindi, i suoi ricordi intimi si fondono con quelli della Storia mondiale contemporanea, interessante è anche per questo.
      Tu hai oggetti che riportano nella comfort zone?

      Piace a 1 persona

        1. Con i libri, ovviamente, sfondiamo una porta aperta 🙂, custodisco tuttora, gelosamente, il “mio primo”: I tuoi cuccioli – edizioni Lilliput. Rileggo ancora la storia di Celestino, in esso contenuta. Mi ricorda perché sono cresciuta con la gentilezza per principio.

          Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

vibrisse, bollettino

di letture e scritture a cura di giulio mozzi

un blog malin-comico

ho detto sì all'amore ma non avevo capito la domanda

Manuel Chiacchiararelli

Scrittore, Fotografo, Guida Naturalistica, Girovago / Writer, Photographer, Naturalist Guide, Wanderer

friulimosaicodilingue

*più lingue conosci più vali*

Sindrome di Stendhal

"Tutte le arti si assomigliano - un tentativo per riempire gli spazi vuoti." Samuel Beckett

Libri vagabondi

Un viaggio infinito tra le pagine magiche dei libri

Amabililettureblog

" La Vita inizia dove finisce la Paura". cit. OSHO

THE SECRET BOOKREADER

Il Blog del Lettore Segreto

LA GAZZETTA DEL SOLE

Solo notizie positive

BiblioBuscate

Il blog della biblioteca di Buscate

Metis Magazine

NEWS IS ALL YOU NEED

Vally's Bookshelf

Non riesco a dormire se non sono circondata da libri

libreria La Vispa Teresa

libreria per ragazzi

Babe, Val Resia

Pratiche, saperi, credenze, rituali e folklore in Val Resia (Udine) Friuli Venezia Giulia

La poltrona gialla

Racconto storie di libri, cibi, luoghi, viaggi, persone, fantasia

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: