Recensione: “Te lo giuro sul cielo”di Luigi Maieron

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“Te lo giuro sul cielo” di Luigi Maieron, pubblicato da Chiarelettere nel 2018, è una storia vera, una storia di confine; ma se alziamo lo sguardo al cielo il confine qual è?

Ho avuto modo di sentir parlare Maieron durante un evento organizzato dalla CCIAA Pordenone e Udine. Ascoltarlo parlare sul palco, sentire la sua voce quasi sussurrata al microfono, timida, riguardosa; ascoltarne la musicalità che tradiva un’emozione sincera, perché si trattava della voce del cuore, mi aveva emozionata e – come spesso mi capita quando la voce è “voce vera” – commossa. Sapevo che questa lettura era una di quelle “da farsi”, concedetemi l’espressione!

Dalla prefazione curata da Mauro Corona, amico dell’autore:

Nel libro il tempo trascorre inesorabile, perdendo qua e là memorie, dolori, gioie e destini umani, come un contadino perde per strada i chicchi della semina. Niente frutterà di quel perduto, niente tornerà a riportare quelle vite dimenticate. Solo le testimonianze di chi le visse potranno scolpire nel marmo della storia le vicende del tempo che fu.

Maieron non offre al lettore una semplice, sterile, autobiografia ma, con un linguaggio lirico che mai tradisce la durezza della sua terra, presenta se stesso, frutto di un seme messo a dimora dentro una zolla di fertile e scura terra, arata nel passato.

Siamo figli dei figli dei figli dei figli…

Siamo le conseguenze, le reazioni, i ricami; siamo il chicco che in primavera germoglia, siamo il campo di grano, siamo la vita che si rinnova. Siamo la nostra storia.

Mi affaccio alle finestre di casa mia; le montagne friulane si stagliano all’orizzonte, paiono comprendermelo, chiudermelo dentro… chiudermelo fuori. Abito in collina ma quelle, quelle lì, sono le montagne della mia Terra.

Su quelle montagne c’è un comune italiano abitato da meno di mille persone, si chiama Cercivento e, ditemi, non sembra forse un nome di luogo inventato per qualche fiaba? Da qualche parte ho letto che Cercivento significa “circondato dai venti” e, in effetti, sullo stemma comunale c’è, appunto, la Rosa dei venti. Insomma, è in questo paesino che l’Autore “mi ha portata”.

Foto presa da udinetoday.it

È incredibile come l’energia positiva resista nei luoghi dove si è fatto del bene. È incredibile come i ricordi ritornino, chiari, caldi, intensi. Tra i nostri pensieri girano le belle note di Cecilia Boschetti, in arte musicante, donna cresciuta restando bambina.

Come scrivevo prima “Te lo giuro sul cielo” è una biografia, una saga famigliare, un corollario di personaggi uno più caratteristico dell’altro, quasi un rosario con chicchi che si sgranano via via che l’autore ci parla del suo passato – ché definirlo rosario, me ne rendo conto, per certi chicchi risulta quasi blasfemo!

In queste pagine c’è poco profumo di incenso e litanie antiche di preghiere attorno al focolare… qui c’è musica davanti al spolert, ci son braccia che fanno male a furia di suonare, ci sono ribellioni e c’è il sudore della passione che brucia. Ci sono cognomi persi e altri ritrovati. C’è un amore eterno che non vuole conoscere regole, che sfida le aule di tribunale e il giudizio dei benpensanti.

Ci sono lacrime che odorano di prugna.

Queste pagine sono un omaggio a Cecilia – Ceci, Cecilio, a seconda della sfumatura dialettale o del lessico familiare – madre dell’autore.

Cecilia, prima donna carnica a guidare una moto e a fare la musicante.

Cecilia che dal padre aveva preso la passione per la musica e che, sognando una fisarmonica nuova, aveva fatto una promessa:

«Sei sicura che vuoi imparare? Sei sicura che non buttiamo via i soldi?»
La piccola rispondeva con tanti sì. «Non consumiamo i soldi per niente, te lo giuro, pari, te lo giuro sul cielo, credimi, pari.»
Il giuramento sul cielo sarebbe rimasto tra i ricordi più belli di Pio, che per anni lo avrebbe raccontato con gioia, ridendo di quella promessa solenne. Rise anche la prima volta, guardando il viso della sua bambina che lo implorava in un modo inaspettato ma convincente. Lasciò andare le domande, non servivano più. Quella promessa risolveva ogni dubbio.
«Te lo giuro sul cielo, credimi, pari.»

“Te lo giuro sul cielo”… esiste un giuramento più sconfinato e poetico? Non credo.

Ma attenzione, di pagina in pagina, il fatto che Cecilia non sia proprio margherite e nuvole è ben chiaro. Cecilia, donna carnica doc, è fatta di Vita pura, quella che anima il corpo come fosse abitato da mille formiche indisciplinate; lei è sangue bollente, fronde di alberi mosse da un vento agitato, ritmo di musica incalzante e mai – se non in sporadiche occasioni – calante; lei è ribellione, campo sconfinato, terra senza staccionate. Lei è libertà… e i figli, con questo, non sempre fanno la quadra.

Per certi versi ho adorato Cecilia, per molti altri un po’ meno.

Sono orgogliosa che nel passato delle donne friulane (pure nel mio, quindi, anche se non sono carnica) ci siano nomi come quelli di Cecilia Boschetti, una donna che ha combattuto per la propria passione e si è conquistata il nome di stella del folk carnico.

Chi ho più ancora adorato, però, è stata Anna.

Anna, dal cuore innamorato. Anna che sfida le intemperie per “andare a vedere con i suoi occhi”. Anna che attraversa il confine a piedi. Anna che spera, vede e si volta indietro. Anna che aveva male al cuore. Anna a cui il cuore suggeriva di rimanere ai piedi di quell’albero, di lasciarsi rapire dalla notte e di lasciare che la neve le cucisse addosso un nuovo abito da sposa.

Ad Anna (sua bisnonna paterna) Luigi Maieron ha dedicato un libro La neve di Anna e una canzone:

Cristallizzare il passato, cristallizzare i ricordi, le memorie, i battiti del cuore, le vite.

Anna che, invece, l’indomani si rialza in piedi e ritorna dai suoi figli.

Il libro di Maieron è pieno di forza e di determinazione “al femminile”

“Erano abituate a pretendere molto da se stesse, le donne di Carnia, a essere pazienti e tenaci, a vincere le battaglie senza azioni vistose. Si muovevano con cautela, attente ai segni che la vita lasciava e pronte a qualsiasi impresa. Anna aveva fatto tutta quella strada senza poter dire neppure una parola, eppure aveva smascherato uno dei lati peggiori dell’autorità, quello di voler imporre una ragione che non c’è. L’aveva fatta uscire dalla sua tana e le aveva sparato in faccia con il silenzio e l’obbedienza.”

Vita di montagna, aneddoti, streghe, paure, dicerie. Pedaline della Guzzi sostituite da due pezzi di legno di misura più lunga dell’originale, tappo del serbatoio rimpiazzato da un sughero di damigiana; moto Lambretta Capri, di seconda mano, con il motore truccato.

Augusta (la nonna materna dell’Autore) che parlando della miseria dice «Ha una faccia cattiva e denti storti» e sua figlia (Cecilia) che le risponde «Ma prima o poi vedrai che taglia la corda».

Queste sono pagine di emozione narrata. Pagine di dolori grandi, di schiaffi in faccia dati dalla vita. Pagine di sconfitte mai definitive… ogni caduta era seguita da un rinnovato alzarsi in piedi, un raddrizzare la schiena con ancora più dignità e forza in corpo. Pagine di povertà forse in tasca ma mai nell’animo e nel cuore.

Tutto questo c’è in questo meraviglioso libro composto da storie inanellate in modo musicale, con parole messe vicine come fossero note su uno spartito genealogico.

Spartiti, fogli, note, mosse da un vento capace di intrufolarsi dentro le pieghe dell’anima.

Luigi Maieron, Te lo giuro sul cielo, musica

Foto di cocoparisienne da Pixabay

Mi ripeteva che aveva visto due guerre, ed erano state due guerre di troppo. Non le importava di chi fosse il torto o la ragione, per lei aveva senso solo rinunciare alla lotta, evitare di accalorarsi su principi che nascondevano troppe verità per pretendere di imporre una sola ragione. Contava solo capirsi.

Di cose da scrivere su questo libro ce ne sarebbero ancora molte e mi rendo conto di fare dei torti non citando molti dei protagonisti di questo libro. Me ne dispiace… ma il fatto è che da queste pagine davvero esce un piccolo mondo antico pieno di domande e ricerche di risposte. Si potrebbero intavolare discussioni sociologiche, discussioni sui rapporti genitoriali in bilico, sulla resilienza, sulla forza delle donne, sul potere curativo dell’arte, sull’importanza della memoria storica personale, sul dialetto come radice culturale, sulle impronte epigenetiche… bla, bla, bla… tabain di chi a doman di sere… in un solo articolo questo non si può fare e tutto è riassumibile (e non semplificabile) scrivendo:

è davvero un bel libro, capace di rapire e portare al centro di altre vite, mentre la musica invade il cielo e muove sassi a terra e foglie sui rami.

Buona lettura,

Lisa.

Leggi l’estratto gratis, qui.

2 risposte a "Recensione: “Te lo giuro sul cielo”di Luigi Maieron"

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