Recensione “Un litro di lacrime” di Kitō Aya

Un litro di lacrime, Kitō Aya, letteratura contemporanea, letteratura giapponese, atassia spinocerebellare

Un litro di lacrime“, nato dall’incitamento di una neurologa (Yamamoto Hiroko, professoressa di Neurologia presso l’Università d’igiene e salute Fujita), dalla forza e dal coraggio della voce narrante, Aya, e dalla determinazione di sua madre, Shioka (infermiera che lavora in ambito socio-sanitario), è un libro che è stato letto da milioni di persone in tutto il mondo ed è stato pubblicato postumo, per volontà della madre e della Dottoressa di Aya.

Io l’ho letto d’un fiato!

Nel vasto mondo asiatico, il diario di Kito Aya ha conosciuto un successo inarrestabile: pubblicato sul finire degli anni Ottanta in Giappone, ha venduto oltre un milione di copie. Una platea affollata per il racconto in prima persona di una ragazzina quindicenne che ha ispirato e incantato un intero continente. Aya racconta dieci anni della propria vita, racconta l’adolescenza e l’inizio dell’età adulta, una vita come tante, ma senza prospettiva, un’esistenza minata dalla malattia, ecco la differenza. Ed è racchiusa qui la potenza di queste pagine: nella ribellione, nell’ironia, nella fragilità che si trasforma in forza, che fanno di Aya un simbolo, una figura di culto. Perché, al di là della sua particolare condizione, è riuscita a gridare con voce limpida cosa vuol dire diventare grandi, e a contare quante lacrime servono per affrontare le sconfitte.

Kitō Aya, luglio 1962 – maggio 1988.

 Aya racconta in prima persona la sua storia vera: quella di una ragazza di 15 anni a cui il mondo crolla lentamente addosso. Si sgretolano le rocce sotto i passi delicati di un’adolescenza che ha molte domande e troppe poche risposte. Si sgretola il suolo, si apre il cielo, piovono lacrime, dentro e fuori; lacrime di una ragazzina che scopre di avere una malattia incurabile e degenerativa chiamata atassia spinocerebellare che colpisce l’apparato nervoso centrale impedendo via via tutti i movimenti autonomi del corpo.

Con un lessico adolescenziale, uno stile narrativo semplice (ma mai banale o infantile) Aya mi ha portata al suo fianco… e spesso, come è prevedibile e logico, avrei voluto poterle stringere la mano, poterle asciugare le lacrime, poterle offrire anche solo un secondo di respiro, di serenità, di quiete. Queste sono pagine difficili da leggere, l’impatto emotivo è alto e non può essere diversamente. Assistere al dolore altrui non è mai facile, mai superficiale, mai è una lastra di ghiaccio su cui lasciarsi scivolare inermi… ma quando il dolore prende la voce narrante di una ragazzina che, come tutti, chiede solo la possibilità di poter crescere come i suoi coetanei, beh, stringe il cuore con una presa ancor maggiore.

Una madre che sembra fredda ma che in realtà fredda non è: a muoverla è una forza che sembra appartenere a un altro mondo, una forza genitrice che sprona la figlia a comportarsi come “se nulla fosse”; una madre che mai istiga il dubbio dell’impotenza verso una malattia che è granitica. Una madre che nasconde le sue lacrime e mostra alla figlia solo il suo sguardo da tigre.

Finché le sue dita non hanno smesso di collaborare, finché la sua grafia non è diventata indecifrabile, Aya ha scritto i suoi pensieri, le sue speranze, i suoi timori e i suoi sogni.

Basta, non continuerò oltre. Ma scrivere mi ha almeno alleggerita un po’. Mi impegno così tanto nello studio solo perché è l’unica cosa che mi riesce. Se mi togliessero anche quello, di me non resterebbe altro che un corpo infermo. Non voglio nemmeno pensarci.
È triste, e difficile da accettare, ma è la realtà.
Non mi importerebbe essere stupida, se soltanto avessi un corpo sano.

Ricordo una frase di un professore che insegnava giapponese moderno alla Higashi.
«Per scrivere un buon tema è fondamentale verificare di aver capito cosa ci chiede la traccia, e attenerci con onestà alla consegna. Quell’onestà nasce dal non avere pregiudizi, qualcosa cui si arriva attraverso la lettura. Più libri leggete, più i pregiudizi scompaiono.»
Ebbene, intendo leggere più libri possibile e provare a immedesimarmi nei differenti personaggi. Perché sono arrivata alla conclusione che l’abilità nel comprendere il cuore degli altri si può coltivare anche attraverso la lettura.

Attraverso le “sue parole” assistiamo al decorso di una malattia inclemente che non lascia “vantaggio” alla speranza. Eppure Aya non molla di un centimetro, dimostrando una forza e una determinazione straordinaria. Urla al mondo il suo bisogno di aiuto, anche se la voce non le fa da spalla.

Invece di contare le cose che perdi, prenditi cura di quelle che ti rimangono” Hiroko Yamamoto

Questo libro è stato inedito per trent’anni in Europa,ma è arrivato a noi, grazie alla Rizzoli, traduzione di Caterina Zolea, con la stessa forza con cui è stato scritto – e voluto – in origine.

Se la morte è un argomento spesso narrato nella letteratura giapponese, la malattia non lo è altrettanto. Parlare della propria malattia, del proprio decadimento, in Giappone è indice di atteggiamento passivo che mal “si sposa” all’interno un popolo che cerca una società perfetta e una “società perfetta” non può avere persone che zoppicano. Questo è il triste sunto di un diktat appartenente a una Nazione che invece, come tutte le altre al mondo, è popolata non da robot ma da umani.

Le cose, anche se forse in modo lento, stanno cambiando e questo è merito anche di libri come questo e di persone come Mao Kobayashi, blogger giapponese, morta il 22 giugno 2017, a 34 anni. A piangerla è stato un intero Paese: perché lei per prima ha rotto il tabù che circonda le malattie gravi, come il cancro al seno che l’ha uccisa. Mao Kobayashi raccontava infatti la sua malattia all’interno del suo blog.

Concludendo:

Questo è un libro intenso, ad alto impatto emotivo; un libro che profuma di speranza bambina… là dove speranza non c’è! Pagine piene di lacrime, certo, ma altrettanto ricche di sapori buoni, di genuinità, di sogni e di amicizia. Pagine importanti da leggere.

Un litro di lacrime, Kitō Aya, diario, libro, letteratura giapponese, atassia spinocerebellare
“Un litro di lacrime” è un romanzo dolcissimo, in cui nuvole leggere accompagnano il volo delle gru fatte con l’origami.

Secondo una leggenda asiatica la Gru vive mille anni perché conosce il segreto della longevità sopratutto grazie a una tecnica di respirazione molto lenta. Il suo stare su una gamba sola rappresenterebbe la capacità di razionare le energie ottimizzando le forze a disposizione; la Gru si fa simbolo, quindi, di un perfetto equilibrio.

Dal libro:

“Ho come il presentimento che mi regaleranno mille gru di carta (ma è solo un’impressione). “

È usanza preparare ai malati mille origami a forma di gru – simbolo di longevità e buona salute – per augurare una pronta guarigione. (N.d.T.)

6 risposte a "Recensione “Un litro di lacrime” di Kitō Aya"

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