Una parola tira l’altra su “Mantieni il bacio” di Massimo Recalcati

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La mia recensione su “Mantieni il bacio” di Massimo Recalcati pubblicata sul sito CasaLettori.com e in parte modificata – informalizzata un po’ – per questo mio piccolo loft 😉

Come l’Autore specifica nell’introduzione del libro, “Mantieni il bacio” nasce come una sorta di “copione” del ciclo di trasmissioni televisive – sette – andato in onda su Rai3 con il titolo di Lessico amoroso (gennaio-marzo 2019); monologhi di cui non mi son persa una puntata dal momento che avevo messo la registrazione in “collega serie”.

Psicoanalista lacaniano, saggista e accademico, Massimo Recalcati parlando al pubblico presente in sala e rivolgendosi anche a me – attraverso lo schermo televisivo – rendeva il silenzio che circondava le sue parole ASSOLUTO. Io ero – come lo sono sempre, del resto – rapita dalla sua ritmica espositiva, dal suo tono di voce pacato e sicuro, dalla sua sensibilità che trapelava dalla gestualità e dalle sue parole quanto dalle sue pausemi vien da pensare al concetto di ‘pieno/vuoto’ ma cerco di mantenere le fila del discorso senza divagare… – Sì perché non c’erano silenzi calati senza motivo d’essere.

Parole, immagini e citazioni che si amalgamavano dentro un cerchio armonico di cultura e beltà.

Avendo già letto – e adorato –  “A libro aperto. Una vita è i suoi libri” (trovate la mia recensione qui) ed essendo catturata dalla saggistica come i riflessi di miele che restano appiccicati sull’alveare, capite bene che questo suo “copione” non me lo potevo proprio perdere!

Peccato sia stata una lettura troppo breve, in questo libro di pagine ne  avrei lette ancora e ancora e ancora… anzi, certi temi li avrei proprio voluti sviscerare mooooolto di più!

Ma andiamo per ordine ripartendo dall’inizio…

Una copertina meravigliosa – un fotogramma tratto da Spellbound, di Alfred Hitchcock – mi ha fatta calare, sin da subito, dentro un contesto che profuma di buono, di eleganza di tempi andati – spero non del tutto -, di corteggiamento, di schiene diritte e mani protese. 

Com’è nato il titolo?

L’autore ci spiega che tutto è iniziato con la complicità della “lezione di Pilates” unita alla sua attività onirica, al suo inconscio:

 “Il titolo di questo libro nasce da un mio breve sogno. Il giorno precedente Arianna, la mia insegnante di pilates che da tempo mi aiuta a tenere in sesto la mia povera schiena logorata da trent’anni di pratica della psicoanalisi, mi aveva sottoposto a un esercizio particolare: sdraiato a pancia in su, tenendo le ginocchia unite, dovevo ruotare alternativamente una delle gambe. Arianna mi invitava in questa postura scomoda e innaturale a “mantenere il bacio” tra le ginocchia che la rotazione della gamba tendeva invece a disfare. “Massimo,” mi diceva seriamente, “mantieni il bacio.” (…)”

Mantieni il bacio, dunque!

Lo trovo un titolo M-E-R-A-V-I-G-L-I-O-S-O

“Mentre mantengo il bacio, tocco la tua lingua, la tua voce, la tua parola, il tuo nome. Mentre mantengo il bacio, trasformo il tuo corpo in una nuova lingua e in un nuovo alfabeto. Sento tutta la storia del tuo corpo depositata sul mistero unico della tua lingua. Sento tutta la vita che ho vissuto passare in questa nuova lingua che siamo diventati ora. Mantengo allora il bacio; lo trattengo nella memoria e nel tempo. La tua lingua di rosa o di caramella, di pioggia o di neve, di mare o di vento. (…)”

Per me, questo, è lirismo puro!

Ed è con questo senso di diletto nel cuore che ho divorato i sette capitoli del libro, capitoli in cui Massimo Recalcati narra – perché questo fa: narra, romanza, rende vivi – di Promessa, di Desiderio, di Figli, di Tradimento e Perdono, di Violenza, di Separazioni e, infine, di Amore che dura.

Ovviamente la sua prospettiva è psicoanalitica e Lacan è spesso citato ma i riferimenti e le citazioni attinte dai saggi – dalla letteratura in genere – sono molteplici: s’incappa in Barthesma non potrebbe essere altrimenti, anzi, che sia stato citato mi pare pure doveroso! – quanto in Neruda, in Benigni, in Sartre, in Omero, in Roth, in Schopenhauer, Salter, in Gualtieri, in Lévinas e potrei proseguire ancora per un’altra riga, questo è certo!

D’altra parte cosa c’è di più narrato, ammirato, studiato dell’amore? Non certo l’odio che di lui ne è parte!

Come ho scritto prima, questo libro richiama alla mente il meraviglioso saggio di Barthes “Frammenti di discorsi amorosi” (che ho terminato di rileggere ieri) perché, come in quel caso, inanella tra di loro le figure composte dalle emozioni di cui questo “Sentimento” si pregna. Siamo noi le molteplici figure, rappresentazioni, capsule di gelosia, di ardore, di stereotipi che si credono originali – ma che di originale hanno solo la propria tela e le scelte dei colori con cui riempiono una cornice scolpita all’inizio della Storia, quella con la S maiuscola, quella che ci appartiene anche se non ci ha visti nascere -e questo è bello, affascinante, carico di vita che ci si porta appresso dai tempi dei tempi. 

Leggerne non può che avvincermi, permettendomi di continuare sempre a pormi domande senza volerne mai conoscere tutte le risposte… ché quello è impossibile, perché, come diceva qualcuno che aveva la barba e indossava la toga, qualcuno più importante di me: “So di non sapere” e voglio continuare a non sapere per sempre!

E quindi – come al solito, perché leggere serve anche a questo – anche da queste pagine mi sono uscite riflessioni e immagini sull’amor ardente, su fiamme che rendono cenere, su lingue di fuoco che salgono al cielo in un turbinio di scintille impazzite e su braci che, invece, si mantengono in vita perché alimentate dal giusto alito e dal giusto bouquet di ramoscelli.

Questo non significa, però, che l’amor che dura è l’amore parco, tirchio di attenzioni… tutt’altro!

L’amore non è un letto che può essere disfatto o abbandonato, spostato o cambiato. Ulisse ricava il suo letto da un albero, lo rende talamo. Sceglie un olivo, che è un albero dalla crescita lenta e longevo, un albero che conosce il mistero della durata. Il suo letto è un’immagine della forza solida del suo amore, della sua fedeltà alla promessa. Per questo può rinunciare all’immortalità offertagli dalla dea Calipso per ritornare a casa, per ritrovare la propria donna. È la follia dell’amore quando c’è: il letto degli amanti dovrebbe avere sempre la forma dell’albero.

“Per sempre” è l’espressione che abita ogni discorso d’amore degno di questo nome. “Per sempre” è il tentativo che ogni amore compie per significare la propria pura e stupida casualità in una manifestazione dell’eterno.

Mi è piaciuto molto il capitolo sulla genitorialità. Per salute personale non sono madre – se non d’idee e parole – ma guardandomi attorno capisco l’importanza del dover evidenziare il fatto che il figlio debba essere figlio non del seme o dell’utero, ma del desiderio di chi lo ha messo al mondo.

Figlio del desiderio… che bella espressione!

Una frase che sembra scontata – tanto assodata dovrebbe essere – eppure così delle volte non è.  

Massimo Recalcati espone azioni e reazioni in spot amalgamati tra loro con fluidità e compartecipazione.

Temi importanti, temi di un’attualità che è tale dal tempo andato e sarà tale nel futuro. 

Parole come chiavi in elenco, come al solito, che scrivo di getto pensando a questo libro:

Sacrifici d’amore, amputazioni di parte di sé, cuori offerti, sofferti, accarezzati, sbeffeggiati.

Cuori piangenti, economia del risarcimento del rimborso, donazioni a mani piene e occhi chiusi. 

Istinto, parte selvaggia, fuoco, follia, passione, matrice erotica, segreto, teorie freudiane, riproduzione della specie, eccedenza lussuriosa, corpi che diventano libri.

Perdono, rielaborazione, imperfezione, consapevolezza, impossibilità decisionale, ferite che diventano poesie.

Libertà, possesso, Achille e la tartaruga, “essere in fuga”, Proust.

Separtizione, separazione, lacerazione, lutto, squarcio, buco nero, voragine, odio, attaccamento.

Amor che dura, amor che ama, amor che respira “lontananza”, amor che dà ciò che non ha. Amor.

Termino scrivendo che questa raccolta di brevi lezioni sull’amore non ha mai il tono della saccenza, della pomposità, del tedio ma – come del resto è tipico dell’autore -invece, pare sempre di essergli innanzi, seduti insieme durante un convivio, IN una comunione di idee e riflessioni.

Certi pezzi – molti a onor del vero – sono di una dolcezza poetica infinita, dolcezza che però non rende mai banale ciò di cui tratta.

Insomma, un libro che ho trovato molto piacevole da leggere… ma questo lo avevate capito già dopo la fine del primo paragrafo. Sono fatta così, ve lo scrivo sempre:

Non ho il dono della sintesi e, forse, nemmeno lo voglio!

Lisa.

4 risposte a "Una parola tira l’altra su “Mantieni il bacio” di Massimo Recalcati"

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