Violette, Demetra, l’amore materno, Amalia Moretti Foggia e antichi rimedi per la tosse…

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Ancora per pochi giorni, nei nostri prati – e nei nostri vasi – possiamo ammirare la bellezza delle svariate specie di Viole e Violette.

‘Viola’… che bel nome, dal suono dolce, eufonico, delicato!

Rocco Scodellaro (poeta, scrittore e politico italiano) le aveva paragonate a fanciulli scalzi; il Poeta delle due muse (cultura umanistica e cultura scientifica) Leonardo Sinisgalli le citò scrivendo “Come una melodia blu
su le rive dei colli ancora tremava una viola”
; Fabrizio Caramagna – che si autodefinisce ‘ricercatore di meraviglie’ – le descrive come occhi di un giardino che abbraccia il cielo e Ada Negri (scrittrice e poetessa che adoro e di cui ho letto “Stella mattutina”) ne descrisse la timidezza nei versi:

Anche quest’ anno andrai per le violette lungo le prode, nel febbraio acerbo. Quelle pallide, sai, che han tanto freddo, ma spuntano lo stesso, appena sciolte l’ultime nevi; e fra uno scroscio e un raggio ti dicono: “Domani è primavera!”

Potrei proseguire citando a lungo versi di altri poeti (Pascoli, Rodari – che ne ha pure fatto soggetto di una filastrocca – Mark Twain che ha paragonato il perdono alla fragranza che la viola lascia sul tacco di chi l’ha calpestata – la fragranza rimasta sul tacco, che genialità pensarvici!

Ma riagganciamoci al titolo dell’articolo e partiamo con un po’ di mitologia 😉

Qui tocca ripassare un attimo il rapimento di Persefone…

Persefone è la dea degli Inferi, figlia di Demetra e di Zeus, almeno secondo la versione più corrente. La leggenda principale di Persefone è incentrata sulla storia del suo rapimento da parte di Ade, suo zio (fratello di Zeus) il quale si era di lei perdutamente innamorato; Ade negli Inferi, benché alloggiasse in un sontuoso palazzo, non riusciva a trovare una dea disposta a diventare sua sposa. Vide la bella Persefone e la rapì mentre ella stava raccogliendo dei fiori, in compagnia di altre ninfe.

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Luca Giordano, “Ratto di Proserpina” (Proserpina è il nome romano di Persefone)

Mentre sua figlia veniva rapita, Demetra ovviamente era assente e non chiedetemi dove fosse perché non lo so 😀 e da quando scoprì che sua figlia non si trovava con le altre, iniziò a peregrinare per la Grecia in cerca della figlia. Dicono che mentre camminasse, in lontananza le arrivassero delle grida capaci di lacerarle il cuore e che un tremendo presentimento si impadronisse dei suoi pensieri.

Demetra, madre, era mossa da una disperazione facilmente immaginabile.

Cercò e cercò ancora.

Urlò il nome di sua figlia e ancora urlò.

Nemmeno la notte interruppe il suo cercare, al bagliore di torce ardenti, astenendosi dal bere, dal mangiare e dal bere, continuava imperterrita.

Ma qualcuno, prima o poi, le cose te le deve dire in faccia e quel qualcuno, in questo caso fu Elio – il dio del Sole – il quale la mise al corrente circa quello che era realmente accaduto. Demetra non volle ritornare sull’Olimpo e, in preda alla disperazione, assunse le spoglie di una povera e lacera vecchietta per potersi mescolare agli esseri umani senza il rischio di poter venire riconosciuta. Tralasciando la parte che la vede peregrinante nel nostro regno umano, stringo le corde arrivando al punto: lo scoramento e l’infinita tristezza di Demetra – Dea materna della Terra – fecero avvizzire l’erba, rammollire gli alberi, e sui fiori smisero di spuntare i fiori giacché alla Terra vennero a mancare le energie della Dea Madre.

Tutto l’Olimpo, a questo punto, si preoccupò e Zeus dopo aver provato in vari modi a far rientrare Demetra all’Olimpo, chiese (ma conoscendo il tipo presumo che impose 😉 ) a Ermes di andare da Ade per convincerlo a liberare sua figlia Persefone; nel frattempo disse a Demetra che presto avrebbe potuto ricongiungersi con la figlia… sempre che quest’ultima non fosse caduta in tentazione, nel regno dei morti, assaggiando qualche cibo. Alla richiesta di Ermes Ade, furbo quanto innamorato, ubbidì ma prima di liberare Persefone, le offrì della melagrana che ella – ahi – accettò!

Bastò che lei ne mangiasse un seme…

ma chi può esser certo che lei non sia stata NON vittima di inganno e che non abbia, invece, inconsciamente accettato il seme per mantenersi collegata ad Ade?

Proserpina, Dante Gabriel Rossetti, quadro, mitologia, melagrana, melograno
Dante Gabriel Rossetti, “Proserpina”, 1874

Certo è che quel seme rubicondo fu sufficiente a legare definitivamente Persefone agli Inferi e quindi Zeus – che qualche cosa doveva pur fare per risolvere il misfatto! – decise ch’ella avrebbe diviso il proprio tempo tra il mondo di Ade e il mondo terreno, avrebbe passato quattro mesi negli Inferi e il resto dell’anno, tra la primavera e l’autunno, sarebbe stata con sua madre!

Fin dalla prima volta che Persefone tornò sulla Terra, quest’ultima l’accolse creando in suo onore dei piccoli fiori profumati, omaggiandola di viole come “pensieri d’amore” e così nacquero, appunto, le “viole del pensiero”.

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Di storie mitologiche legate alle violette ce ne sarebbero ancora, alcune riguardano speciali giumente… ok, non resisto, ve ne racconto un’altra brevemente:

Sempre nella mitologia greca, si narra che la violetta sia nata per la ninfa fluviale Io (etimologicamente, il termine ‘Viola’ deriva dal greco antico Iov (ion), “viola”=”fiore blu scuro” ) la quale, sedotta da Zeus, fu tramutata da lui in giovenca quando, durante l’amplesso, rischiarono di essere scoperti dalla dea Era (sovrana dell’Olimpo e patrona, tra le altre cose, del matrimonio)! Secondo questa versione mitologica, la viola sarebbe stata creata da Zeus per la ninfa trasformata, affinché di violette potesse nutrirsi, invece dei soliti e comuni foraggi per comuni giumente.

Inoltre le viole, assieme a papaveri e anenomi, erano dedicate a Venere e a Diana:


“tutti i fiori che crescono nelle vallette non frequentate e negli angoli
ombrosi, non contaminati dal passo dell‟uomo, appartenevano in particolar
modo.”

Basta mitologia altrimenti di parola in parola, qui, non ne usciamo!

Lasciamo un attimo da parte la Grecia antica e facciamo un salto in Francia giacché questi delicatissimi fiorellini furono protagonisti dell’amore tra Josephine (Giuseppina Beauharnais) e Napoleone.

Napoleone, infatti, cominciò ad amare questo fiore dopo il suo primo incontro con Josephine, la quale gli donò il mazzolino di violette che portava appuntato sul vestito.

Avevo visto anche un quadro che la raffigurava con le violette appuntate al vestito ma, ahimè, non lo trovo più!

In tutti i luoghi che conquistò, l’Imperatore fece piantare viole e violette nei giardini per “sentire odor di Corsica, odore di casa” e quel suo amico, tal Goethe 😉 , avrebbe goduto nell’ammirare questi giardini fioriti, lui che ovunque andasse ne spargeva dei semi che si portava sempre appresso! Al momento di partire per l’esilio a Sant’Elena, Napoleone rassicurò l’amata dicendole che avrebbe fatto ritorno a Parigi “alla stagione delle viole”.

Alla sua morte, fra le sue cose, fu trovato un piccolo medaglione in cristallo e oro al cui interno erano contenute le violette donategli da Josephine ma qui le versioni si sdoppiano perché ci chi dice che le violette del medaglione non fossero un dono della moglie bensì delle violette che Napoleone aveva raccolta sulla tomba di lei, tomba su cui aveva in precedenza fatto piantare questi fiori del pensiero.

E pensare che anche la sua seconda moglie, Maria Luisa d’Austria, amava le violette tanto da farle piantare, anch’ella, ovunque!

Così Maria Luisa d’Austria – Maria Luigia di Parma – scriveva ad un’amica: “Vi prego di farmi tenere qualche pianta di violette di Parma con l’istruzione scritta per piantarle e farle fiorire […] sarò contenta di coltivare ancora questo leggiadro piccolo fiore.

Ah l’amour…

Carte illustrate fiori vintage, viole, Pinterest
Carte illustrate fiori vintage – immagine Pinterest

Ma se vogliamo ritornare alla nostra amata letteratura, al folklore e alle tradizioni legate alla violetta, non possiamo non citare Sogno di una notte di mezza estate la commedia di William Shakespeare in cui si legge che Oberon dice a Puck di mettere del succo di viola del pensiero sugli occhi di Titania affinché, al risveglio, si innamori del primo uomo che incontra.

Una curiosità: nel Gloucestershire – contea dell’Inghilterra sud-occidentale – la viola del pensiero è stata onorata da ogni sorta di nome romantico, uno di questi è “baciami dietro al cancello del giardino”.

E Amalia Moretti Foggianelle mentite spoglie del Dottor Amal, nome che scelse per mimetizzare il suo sesso che, all’epoca, veniva malvisto se abbinato alla professione medica – cosa scrisse, citando le violette, nel suo libro “Parla il dottor Amal su piante medicinali“?

Una tosse insistente e secca? Anche qualche brividino freddo? Il termometro segna persino qualche lineetta? Presto a letto, allora. Si metta subito una palata di brace nello scaldino od acqua bollente in due bottiglie, e tu – con lo scialletto della moglie sulle spalle ed un berretto in testa – sotto, nel lettuccio caldo, a farvi una bella sudata.
Che c’è di riposto in casa? Tiglio, violette? Un bel pizzico, allora, in una scodella; vi si versi sopra un po’ d’acqua bollente; si copra; si coli dopo cinque minuti; si addolcisca con un cucchiaino di sudorifero miele (in casa, un vasetto di miele non deve mai mancare); e tu, lì sotto, al caldo, centellinalo tutto, il buon infuso così caldo.

Sempre citando il libro “Parla il Dottor Amal su piante medicinali“:

VIOLETTA (Viola odorata)
(Marzo)
Sono, le violette, i primi fiori che salutano la stagione novella.
Sono i fiori che, per il colore sì tristerello e mite, e per il profumo sì soave, simboleggiano le fanciulle (ormai quanto rare!) che, modeste, lavorano da mane a sera nascoste nel chiuso della casa.
Sono per noi (che siamo ora vecchi) il vivo ricordo del nostro gioire quando, ragazzi, nelle soleggiate domeniche di Quaresima, tanto godevamo cercar violette fra le erbe degli spalti; e coglierne a fasci; e metterle al fresco nell’acqua; e portarle l’indomani a scuola per offrirle alla maestra; e averne così, in cambio, un sorriso ed un «grazie!».
Sono i fiori che contengono un alcaloide amaro, la violina, che è il loro principio attivo; e che contengono anche un olio essenziale, una mucillaggine, calce, ferro e cianina (la sostanza, cioè, che li colora).
Sono i fiori che, per quella loro violina, hanno proprietà emollienti, pettorali, diaforetiche (che facilitano cioè il sudore) ed anche leggermente diuretiche.

Sono i fiori che ogni massaia previdente e saggia dovrebbe quindi cogliere in un secco mattino di tardo marzo e quando il sole abbia di già tolto alle erbe l’umidore della notte; che dovrebbe tosto – privati dei peduncoli – seccare al calore della stufa; riporre poscia, ancora caldi, in un vaso di vetro bene asciutto e ben tappato; e tenere infine al buio, dentro all’armadietto riservato ai medicamenti familiari.

Sono i fiori che, così seccati e riposti, conserveranno più a lungo il loro profumo, se la saggia massaia, dentro a quel vaso, riporrà anche un po’ del rizoma, cioè della radice, di quella pianta che vien chiamata «iride fiorentina» o «giaggiolo».
Sono i fiori della pianta, le radici della quale contengono violina molto più in abbondanza di quella ch’è contenuta nei petali dei fiori. La massaia previdente e saggia dovrebbe quindi raccogliere anche le radici della pianta; e pulirle del terriccio; e seccarle pure nella stufa; e farne un cartoccio; e riporre anche questo in quel tale armadietto dopo avervi, però, scritto sopra: «Radici emetiche di violette».

Sono i fiori, con i quali la massaia potrà sempre fare un certo infuso casalingo, veramente efficace perché emolliente, e che potrà giovare a calmar la tosse, qualora i bronchi siano invasi dal catarro. Basterà, infatti, per avere il medicamento, che ella versi 1 litro d’acqua bollente sopra 15 gr. di fiori freschi o sopra 20 gr. di fiori secchi; che addolcisca con il miele; che copra ben bene il recipiente; che lasci il tutto, così a macero, per mezz’ora; e che, infine, coli.


Sono i fiori con i quali la massaia laboriosa potrà ammannire, a primavera, anche lo sciroppo di violette. Dovrà, a ciò, far macerare per 12 ore gr. 50 di freschi petali in gr. 100 d’acqua bollente; filtrare; aggiungere grammi 300 di zucchero; far ribollire fino a che tutto lo zucchero sia disciolto; e filtrare poi di nuovo, attraverso ad un grosso panno e mentre lo sciroppo sarà ancora caldo. Lo sciroppo di violette è un leggero lassativo, e ogni mamma, porgendone un cucchiaio al suo bambino, potrà sempre constatarne l’effetto sorprendente.

Sono i fiori della pianta con la quale una massaia che sia accorta potrà sempre preparare un decotto che serva quale emetico possente. A ciò, farà bollire in gr. 300 d’acqua, gr. 20 di radici di violette; lascerà bollire fino a che l’acqua sarà diminuita di metà del suo volume; e quel suo decotto, veramente salutare, potrà allora porgerlo (nella certezza dell’effetto) a chi avesse la necessità di vuotare lo stomaco.

Sono i fiori della pianta con i quali la massaia potrà anche allestire una pozione pettorale ed espettorante, una pozione ottima cioè a calmar la tosse ed a liberare i bronchi dal catarro. Dovrà allora, la massaia, preparare quel tal decotto del quale ho appena detto, ma più leggero (dovrà, cioè, bollire invece di gr. 20, gr. 5 di radici) e dovrà aggiungere poscia gr. 50 di sciroppo di violette. Tale pozione, che dovrà venir sorbita a cucchiai, in due giornate, unirà in tal modo, all’azione leggermente emetica ed espettorante della violina che abbonda nelle radici, le azioni emollienti, lassative e diaforetiche dei principî che abbondano nei fiori. Dalla pozione casalinga, potrà quindi avere gran vantaggio chi tossisce di una tosse insistente e secca, chi tanto fatica nell’espettorare, e persino un bimbo che bruciasse per la febbre e avesse la gola tutta infiammata ed arsa, perchè affetto dal morbillo.

Sono i fiori che, maturando, danno piccoli semi che sono diuretici e litontritici, cioè che promuovono il funzionar dei reni e spezzettano i piccoli calcoli formatisi e fermatisi in vescica. Narrasi, infatti, che con soli decotti di semi di violetta (gr. 20 su di 1 litro d’acqua) l’imperatore Massimiliano potè venir liberato da un grosso calcolo vescicale che lo martoriava. Sono infine le violette che fiorirono in un sì lontano marzo, quei fiori secchi ed ormai tutti sbriciolati, che – a ricordo del suo primo amore – ognuno conserva fra le pagine di un certo testo…

Io sono, al mio solito, estasiata!

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Ops… scusatemi, quando sono partita scrivendo questo articolo non era mia intenzione dilungarmi troppo, non volevo scrivere un articolo lungo e forse per alcuni tedioso… ma come potevo? Ditemi, come potevo essere più sintetica? Cosa avrei dovuto tagliare? Cosa “non scrivere”?

Io… boh… confido nella vostra pazienza!

Alla prossima, con altri fiori, altre leggende e altre parole che si tirano l’una con l’altra 😀

Lisa.

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