“Parasite” di Bong Joon-ho

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Finalmente ieri sera abbiamo visto, su Sky, “Parasite” del regista coreano Bong Joon-ho. Il film dura 136 minuti, minuti in cui non ci si distrae un attimo, non si abbassano gli occhi, non si guarda fuori dalla finestra, non si pensa al mondo fuori casa ma si è “semplicemente” lì, lì dove tutto si svolge; lì nel luogo dove albergano gli opposti!

Non voglio scrivere troppo della trama, non amo lo spoiler, in coda all’articolo allegherò il trailer ufficiale – accidenti, in una sola frase ho usato due termini inglesi, i puristi della lingua italiana stanno già leggendo un altro blog mentre i termini da due son diventati tre!

In questo film l’Oriente si palesa attraverso molte, microscopiche, sfumature ma questo era esattamente ciò che mi aspettavo: la cura dei dettagli, del visibile e dell’invisibile, è tipica delle produzioni orientali, siano esse pellicole cinematografiche, opere letterarie o manufatti.

“Parasite”, dunque.

Scricchiola uno scarafaggio, mentre scappa, disturbato, da un rumore improvviso; scappa e fa rumore, come rumore fanno i topi nelle fogne. Miseria, grigiore, dimensione di fosca umidità, povertà che alimenta una fame di rivalsa sociale.

immagine presa da: rollingstone.it

Scricchiola il lucido parquet mentre piedi, avvolti in morbide pantofole, quasi ci scivolano sopra. Tentenna la voce delicata, fragile, di chi ha il battito accelerato dall’ansia.

Contrasti, piani sociali ai vertici opposti.

Il parassita è, per definizione canonica, un “Organismo che vive per un tempo più o meno lungo a spese di altro organismo vivente in una condizione di simbiosi disarmonica, dalla quale il parassita trae un beneficio alterando la biologia dell’ospite e arrivando in alcuni casi anche a ucciderlo“; nessun altro titolo sarebbe stato altrettanto pertinente!

Parassita, per estensione, nel film, è un nucleo familiare – composto da quattro persone – che si intrufola nella vita di un altro nucleo composto da altrettante quattro persone, corredate di personale di servizio.

Parassiti sono loro; loro che, vivendo in una condizione di simbiosi disarmonica appunto, si alimentano depredando la fiducia a loro rivolta. Si alimentano fino a fomentarsi, a crederci davvero, a ribaltare il loro mondo… o forse no.

Ho trovato tutto il film – e per ‘tutto’ intendo proprio ‘tutto’ – geniale!

Da amante degli anfratti della psiche quale sono, mi è piaciuto molto il modo in cui i protagonisti sono stati caratterizzati e le loro azioni contestualizzate.

Focale la citazione “Il miglior piano nella vita è quello di non farsi mai dei piani”.

Puoi essere povero o puoi essere ricco, ma nulla di proteggerà dal tuo destino. Tutto può essere imprevedibile e far troppi piani vuol dire, necessariamente, vederli prima o poi scombinati.

Basta un solo pezzo del domino a far cadere tutta l’onda che da esso dipende!

Detto tra noi: io sono una persona che ha bisogno di pianificare anche la colazione, o quasi.

Ritornando al film…

Ho provato ad arrivare al finale prima del dovuto, non ci sono riuscita. Mentre il film procedeva, ho scritto numerose costole. Non sono riuscita a prevedere l’evolversi della trama, impreparata come tutti i protagonisti dai piani sfalsati.

Ho provato a cercare i passi falsi del regista, le scene esagerate, le scene splatter, le cadute di logica o di stile, le assurdità, le banalità… ebbene, non ho trovato una sola di queste cose! Nulla! Durante questa visione sono molte le cose d’impatto che accadono, eppure non una sola di queste è neppure verosimile: tutto può realmente accadere! Tutto ha una sua logica, prevedibile o meno. Il sangue che poteva esser splatter non lo è stato, le scene erotiche (una sola, in realtà) non è stata volgare ma, anzi, quasi è risultata pudica e castigata… repressa come i protagonisti, in modo pertinente. Le scene bucoliche sono state chiassose come spesso può esserlo l’estrema semplicità, senza regole, senza ritegno, quella “semplicità” di chi è abituato a mangiare con la bocca aperta, per intenderci e non voler offendere nessuno 😉 – ché io sono diplomatica di default!

Mi è piaciuta la cura nelle piccole cose, come scrivevo sopra. Il silenzio che si crea, che toglie il fiato, mentre lentamente dei polpastrelli si posano su un polso adolescente. Si azzera lo scorrere del tempo e i secondi si pregnano di intensità di sguardo. Quello di uno dei protagonisti, o il mio che sia.

Tutto diventa pezzo di un puzzle, tutto si scompone, tutto si ricompone. In un modo o in un altro.

E poi quella puzza… quelli lì che non togli cambiando sapone. Quell’odore, quell’ossessione, quel verme che ti corrode il petto mentre ti toglie la dignità.

Sempre giusto è buono è il povero? Quanto gli è concesso durante la corsa verso la propria rivalsa sociale?

Sempre acido e indegno è il ricco? Quanti passi falsi gli son concessi? Quante le fiducie mal riposte consentite?

Un film sulla manipolazione mentale, sulle convinzioni prodotte su sui si scivola senza accorgersene, come fossero salvifico tepore dell’acqua di un bagno ristoratore. Trappole psicologiche congegnate con maestria e intelligenza, con puntiglio e accortezza. Trappole delicate, quasi, messe lì sul piatto d’argento.

Bellissime le atmosfere, bravissimi gli attori – ma io non sono una critica cinematografica, sono solo una spettatrice che si lascia sempre, anche fin troppo, coinvolgere dalle trame – e vincenti le ambientazioni.

Da quando ho letto Armocromia – libro in cui i colori delle pellicole famose vengono citati come fossero protagonisti impliciti – mi accorgo di far maggior caso all’aspetto cromatico utilizzato nei film; ebbene, qui c’è un’architettura fatta di linee pulite e colori neutri, minimale, super ordinata, con pochissimi arredi ovviamente fatti su misura; prevalenza di colori eleganti, tortora, bianco, legno e beige; spazi ampi, openspace; anche i vestiti, in questo caso, sono tinti con le stesse famiglie cromatiche: palette autunno, con un pizzico di primavera nei vestiti color cipria o nelle biancherie d’arredo.

Dall’altra parte regna il grigio, il verde muschio, il nero dei vicoli bui, gli spazi nemici, la schiena piegata dall’angolo retto che schiaccia e il color crema delle ceramiche di bagni che hanno avuto la loro storia.

Spazi aperti, luminosi, contrapposti ad angusti seminterrati.

Piani urbani lontani tra loro. Piani domestici, dove ogni uomo è casa, in lotta silente o chiassosa. Piani architettonici, fisicamente ubicati nella stessa, lussuosa, residenza che si posizionano l’uno sopra l’altro.

Gioco di genio, non mi sento di aggiungere altro… e poi forse già fin troppo ho scritto 😉

D’altra parte se:

il film ha ottenuto 6 candidature e vinto 3 Premi Oscar, è stato premiato al Festival di Cannes, ha vinto un premio ai David di Donatello, 3 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 4 candidature e vinto 2 BAFTA, ha vinto un premio ai Cesar, 7 candidature e vinto 2 Critics Choice Award, ha vinto un premio ai SAG Awards, ha vinto un premio ai Spirit Awards, ha vinto un premio ai Writers Guild Awards, 1 candidatura a Directors Guild, 1 candidatura a Producers Guild, Il film è stato premiato a AFI Awards, ha vinto un premio ai ADG Awards, 4 candidature e vinto 2 NSFC Awards. In Italia, al Box Office, ha incassato 5,6 milioni di euro.

un motivo ci sarà, o no?

Poi, de gustibus, ovvio!

Ma se lo accettate, il mio consiglio spassionato, imparatevi questo – ché nella vita, al di là dei piani, non potete saper quel che vi capiterà:

7 risposte a "“Parasite” di Bong Joon-ho"

Add yours

  1. Rieccomi! Mi hai fatto tornare in mente uno splendido film che ho visto di recente, e che riusciva anch’esso a mantenersi su ritmi altissimi dal primo all’ultimo minuto. Il film in questione è I guardiani del destino: l’hai visto?

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      1. Matt Damon ha spaccato soprattutto in Will Hunting – Genio ribelle: è uno dei miei film preferiti in assoluto. Tra l’altro a I guardiani del destino ho dedicato il mio ultimo post, in cui racconto anche una mia esperienza molto importante e molto personale… spero che ti piaccia! 🙂

        "Mi piace"

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