“Atlante sentimentale dei colori” di Kassia St Clair

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A malincuore, qualche giorno fa, ho terminato la lettura de “Atlante sentimentale dei colori. Da amaranto a zafferano 75 storie straordinarie” di Kassia St Clair, Utet editore.

L’autrice vive a Londra. Scrive di design e cultura per molti giornali tra cui l’“Economist”, il “Telegraph” ed “Elle”; tiene seminari e conferenze presso musei e gallerie come la Tate Liverpool, il Victoria & Albert Museum e la Soho Gallery

Come si legge dalla premessa che l’autrice scrive a proposito della genesi di questo libro, circa una decina d’anni fa St Clair era alle prese con alcune ricerche sulla moda femminile del Settecento, e ogni tanto se ne andava a Londra ad ammirare quelle che devono essere le splendide copie, ingiallite dal tempo, dell’“Ackermann Repository” – un periodico britannico illustrato pubblicato dal 1809 al 1829 da Rudolph Ackermann, rivista che, a suo tempo, ebbe una grande influenza sul gusto inglese nella moda, nell’architettura e nella letteratura – custodite negli archivi lignei del Victoria and Albert Museum. Le descrizioni di tutto ciò che era all’ultimo grido sul finire del secolo erano per l’autrice attrattive quanto i fiori per le api… diciamo che oltre ad avere delle evidenti competenze aveva – ed ha, probabilmente – un grande curiosità circa i retroscena delle cose, degli elementi, della Storia e delle parole… come la capisco!

Su un numero della rivista si promuoveva «un cappellino scozzese di satin rosso granata, bordato da una frangia color oro»; su un altro una «veste di raso color pulce» da indossare con «una mantella in stile romano fatta di cachemire rosso scarlatto». Di volta in volta l’“Ackermann Repository” dava per spacciata la donna che voleva essere alla moda ma non aveva una pelliccetta castana, oppure un cappellino decorato da piume rosso papavero o con le rifiniture in seta di ermisino giallo limone. (…) In alcuni casi accanto alle descrizioni c’erano delle tavole per aiutarmi a decifrare che sfumatura potesse essere mai il castano applicato a una “pelliccetta”, ma la maggior parte delle volte non c’era proprio nulla: era come ascoltare una conversazione in una lingua che capivo solo a metà. Non mi sono più ripresa da quell’incanto.
Anni dopo, ho avuto un’idea che mi ha permesso di scrivere di questa passione per il colore un mese sì e l’altro pure, trasformandola in una rubrica fissa su una rivista. Un po’ come i sarti quando scuciono un vestito per capire com’è stato fatto, di volta in volta analizzavo una sfumatura diversa e cercavo di carpirne i segreti. Quando era andata di moda? Come e quando era stata creata? Era associata a qualche artista, stilista o marchio in particolare? Che storia aveva? È stata Michelle Ogundehin – l’editor di “British Elle Decoration” – a commissionarmi la rubrica, e da quel momento ho scritto di colori ordinari come l’arancione e ricercati come l’eliotropo.

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«Se volete innamorarvi una volta per tutte dei colori, leggete questo libro.» The Sunday Telegraph

Giusto per farvi capire la magia narrativo-cromatica contenuta in questo libro, ho fatto dei collage esemplicativi:

Mi pare chiaro: entrando in queste pagine ci si sente immersi in un arcobaleno le cui sfumature sono state tinte con storia, aneddoti, citazioni, curiosità!

Girovagando per il web sono incappata in qualche critica rivolta alla traduzione che pare, in qualche tratto, imprecisa… bah… personalmente ero a tal punto affascinata da quanto leggevo che, di cercar il pelo nell’uovo, proprio non mi è passato per l’anticamera del cervello!

Una conferma in più circa il fatto che i colori hanno una carta di identità precisa, con scienziati, artisti, studiosi, medici, poeti – ma non solo – a far da corollario.

Così, per dire, voi siete a conoscenza del Bruno di mummia? Io proprio ne ignoravo la storia! Leggendo, ho scoperto che “il 30 luglio del 1904 i fabbricanti di colori O’Hara e Hoar misero un annuncio inusuale sul “Daily Mail”. Quel che volevano – ma solo a un «prezzo ragionevole» – era una mummia egizia. «Vi sembrerà strano, ma la mummia ci serve per fare un colore.» Poi, per prevenire qualsiasi forma di indignazione pubblica, l’annuncio specificava: «La mummia di un re egizio vecchia di duemila anni può essere utilizzata per decorare un nobile affresco a Westminster Hall o in qualsiasi altro luogo senza offendere il fantasma del gentiluomo scomparso o i suoi discendenti” nel libro ne scoprite molto di più, leggerete prezzi, metodi alchemici, sotterfugi…

Inutile dirvi che mi sono sottolineata gran parte del testo.

Ho letto di sacerdoti zoroastriani che usavano lo zafferano per creare un inchiostro brillante con cui scrivere le speciali preghiere per scacciare il maligno; ho letto ricette del primo seicento in cui si mescolava l’albume per ottenere determinati pigmenti – questo però già lo sapevo, come ho personalmente sminuzzato, con il macinacaffè, le galle delle querce per ottenere un inchiostro resistente alla luce per scrivere sulle pergamene –

Ho incontrato Tiziano, Modigliani, Cellini, ho letto di pittori schizzinosi, intransigenti, larghi di maniche o corti di braccia 😉

Tra queste pagine ho re-incontrato la mia adorata Ofelia di Sir John Everett Millains e la Beata Beatrix di Rossetti.

Ho letto del minio, cioè dell’ossido di piombo, molto simile a quello adottato per fare la biacca di cui si narra esaustivamente all’inizio del libro. Ho potuto scorrere gli occhi su una antica ricetta contenuta nella Mappae Clavicula dell’XI secolo – N.d.R: la Mappae Clavicula è una raccolta miscellanea in latino contenente circa 300 ricette tecniche, per la maggior parte volte alla preparazione di colori. Costituisce uno dei più antichi ricettari che ci siano pervenuti.

Volete sperimentare le vostre doti alchemiche? Allora affidatevi alla Mappae Clavicula per la ricerca del vostro minio a km zero:

si prenda un vasetto che non è mai stato usato e lo si riempia di strati di piombo. Poi si riempia il vasetto con aceto molto forte, lo si copra e sigilli. Si metta il vasetto in un luogo caldo e lo si lasci a riposo per un mese. Dopo […] prendere i depositi attorno al piombo e metterli in un vasetto di ceramica, e poi posare il vasetto sul fuoco. Rigirare sempre il pigmento, e quando si vede che diventa bianco come la neve lo si usi a piacere; questo pigmento si chiama bianco di piombo o cerussa. Alla fine prendere tutto quello che è rimasto sul fuoco, rigirarlo in continuazione finché non diventa rosso.

Leggendo queste pagine, ho respirato aria armena entrando nel monastero Gladzor e ammirando tracce di minio rimaste luminose nel tempo.

Ma sono entrata anche in prigioni dagli interni totalmente dipinti in Rosa Baker-Miller; credetemi: da claustrofobia, eppure… Eppure tutto è partito, quando, nel 1979 (avevo due anni e pensa tu cosa capitava quasi dall’altra parte del mondo!), in una America in cui la droga e i tassi di criminalità costituivano un problema incontenibile, un professore dichiarò di aver trovato un modo per rendere le persone meno aggressive; il professore era il Dottor Alexander G. Schauss che, sulle pagine di “Orthomolecular Psychiatry”, dichiarò che, dopo aver svolto numerosi test, una sfumatura nauseante di rosa, una specie di color Big Babol, pareva essere in grado di inibire stimoli di violenza e iperattività nelle persone. Egli, apprendo dalle ricerche di Kassia St Clair aveva misurato la forza fisica di centocinquantatré giovani uomini, metà dei quali erano rimasti a fissare un pezzo di cartone dipinto di blu scuro per un minuto, mentre l’altra metà era rimasta a fissare un cartoncino rosa. Beh, quasi tutti gli uomini del cartoncino rosa si si sono dimostrati più deboli della media. “Intrigato da quella scoperta, lo studioso decise di misurare la forza di trentotto uomini in maniera più accurata tramite un dinamometro: a ciascuno di loro il rosa fece lo stesso effetto che il taglio dei capelli aveva fatto a Sansone. A quanto pare, quella sfumatura aveva la stessa proprietà anche fuori dal laboratorio. Il 1 marzo 1979 due ufficiali al comando dello US Naval Correctional Centre a Seattle – Gene Baker e Ron Miller – dipinsero di rosa le celle in cui tenevano i prigionieri, proprio per scoprire se questo avrebbe avuto qualche effetto su di loro (…)” Atlante sentimentale dei colori” Ebbe lo stesso effetto, ma se da un parte pareva essersi ridotto il problema della violenza civile, dall’altra rendeva troppo mansueti i detenuti: “Stando al dottor Paul Boccumini, «l’esperimento è andato così bene che lo staff deve limitare l’esposizione [dei delinquenti] al rosa perché altrimenti i giovani si indeboliscono troppo».

Ma in queste pagine fa la sua comparsa anche Plinio e le sue dichiarazioni riguardanti il riservare stoffe tinte con la cocciniglia ai soli generali romani. P.S: una delle mie più grandi amiche è naturopata e, anni fa, proprio mentre sorseggiavamo un crepuscolare Aperolsoda mi ha parlato del colorante rosso estratto dalle cocciniglie – da esemplari femmina in “dolce attesa”, per la precisione… – inutile aggiungere che, da allora, preferisco un Traminer o un banale Prosecco 😉 Me ne ha riparlato anche la puntuale St Clair, comunque, così, voria mai me ne fossi dimenticata! Certo, anche il chermes veniva ricavato da insetti piccoli al punto da venir scambiati per semi… Plinio – sempre lui! – li descriveva come una bacca che si fa verme! Leggo che per ottenere un singolo grammo di questo rosso erano necessari i cadaveri di circa 80 femmine di scarafaggio Kermes vermilio importati dall’Europa del Sud e questo, a rigor di logica, comportava un prezzo elevato durante il periodo medievale.

Raccappriciante? Beh, se vi eravate fatti fuorviare dal termine “sentimentale” contenuto nel titolo, forse sì, ma è storia, è cultura generale, è consapevolezza!

Non ci sono solo storie che fanno accapponare la pelle – anche se i pigmenti tossici certo non vengono risparmiati! Mia madre, quando ero piccola, mi diceva: “Se bella vuoi apparire, un po’ devi soffrire!“, certo, però, ecco, io eviterei di indossare certi abiti verdi, certe bacche e certe polveri per il trucco nominate anche in questo libro!

La storia docet…

Oh accidenti! Il mio solito problema: quando incappo in libri come questo, fucine di sapere e di curiosità, a me prende questa smania di condivisione che mi fa sfuggire di mano il bandolo della matassa e il confine del limite!

Il libro ve lo dovete leggere da soli, non ve lo devo riassumere io, ed è questa lo vostra fortuna: che vi dovete ancora immergere in questo meraviglioso quanto affascinante saggio di Kassia St Clair.

Troppe cose non vi ho scritto, credetemi!

Non vi ho parlato del giallo indiano e di cosa centri la pipì di mucche, tremendamente smunte… o del giallo – inteso come ambito investigativo – che attorno a questo pigmento è ruotato. E l’arresto di Oscar Wilde? E le donne che vestono color malva, di cui diffidare?

E…

ok: basta!

Potete leggere l’estratto – ed eventualmente acquistare – il libro

qui

Per quanto mi riguarda si è trattato di uno dei migliori libri letti quest’anno e, nel carrello, ho già messo l’ultimo suo libro: “La trama del mondo. I tessuti che hanno fatto la storia” . Se non lo leggerete prima di me, ve ne parlerò di certo entro la fine dell’estate 😉

E non è comunque detto che non faccia qualche articolo su qualche colore specifico, magari contemporaneo, quale il vantablack, per esempio 😉

Riassumendo in stringa: un libro poetico, storico, non lineare, antologico senza seguire un ordine preciso; una raccolta di cenni storici, di popoli, usanze, scoperte, scienza e sociologia.

Un viaggio, un viaggio bellissimo dentro sfumature di tinte impensabili!

Prossimi libri di cui scriverò: quello che ho terminato nel fine settimana scorso “La sinfonia del vivente: Come l’epigenetica cambierà la vostra vita” di Joel De Rosnay – interessante anche se decisamente meno entusiasmante di quello dell St Clair – e l’esilarante autobiografia di Woody Allen che terminerò a giorni, devo ancora arrivare ai fattacci di cronaca.

Alla prossima,

Lisa.

7 risposte a "“Atlante sentimentale dei colori” di Kassia St Clair"

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  1. Quando, nel pomeriggio, ho iniziato a leggere la tua recensione – che poi ho letto parecchio dopo – ho capito che il libro meritava, e l’ho inserito tra i libri che voglio acquistare; quindi, in questo, mi sono avvantaggiato. E intanto mi sto preparando un articolo per una nuova recensione. Ciao Lisa, un abbraccio. 🙂

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