Una parola tira l’altra sull’etimologia di “Desiderare”

desiderare, etimologia, stelle, contemplare, consapevolezza, mancanza

L’altro giorno ho terminato la lettura di un romanzo giappoche voleva essere una pausa distensiva tra i pensieri arzigogolati di Woody Allen e uno dei saggi in attesa di lettura – (il libro era “Finché il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi, al link potete leggere la recensione che ho fatto per il portale di “Cultura al femminile”) e ora sono immersa nel “mio primo Vito Mancuso“: Il bisogno di pensare.

Del libro scriverò, dilungandomi in modo più approfondito, quando ne avrò terminata la lettura; per ora mi limito a scrivere che sto sottolineando gran parte di ciò che leggo! Numerose le citazioni, numerosi i rimandi e – ancora, ridondo – numerose le domande a cui provare a rispondere con la propria testa.

Voglio riportarvi, però, un pezzo che forse non vi sorprenderà – se avete fatto studi classici – che mi è piaciuto trovare tra queste pagine belle piene di significato; mi sono emozionata per beltà e spero di donare questa sensazione di “pienezza di senso” anche a voi.

Nel capitolo “Critica del desiderio“, Mancuso si pone una domanda:

La questione è molto semplice: per giungere a essere felici, il desiderio va coltivato o va annullato?

Tralasciando, per ora, le riflessioni di cui ci rende partecipi facendoci sentire seduti a un tavolo di brainstorming (se le scrivo qui, mi gioco parte della recensione del libro 😉 ) tra una parola e l’altra scrive:

(…) In questa prospettiva ci si rifà all’etimologia del verbo desiderare spiegata dai linguisti come «cessare di contemplare le stelle»(la radice è il sostantivo latino sidus, sideris, «stella»), sostenendo che si desidera perché ci si è distaccati dal ritmo cosmico, mentre bisogna compiere il movimento opposto e dal de-siderare passare al con-siderare, etimologicamente spiegato come «osservare le stelle». In altri termini si desidera perché si è distaccati dalla vera sorgente del proprio essere (metaforicamente collocata nelle stelle e identificata con la necessità alla guida del cosmo), ma se si riflette bene sulla propria situazione, se la si con-sidera, si giungerà a non volere nulla di diverso da quanto vuole il cielo, ovvero a quella posizione proposta dagli stoici e ripresa da Nietzsche come amor fati, come amore verso tutto quanto riserva il destino: così non si sarà più distaccati dalle stelle quale metafora del tutto, ma si risulterà uniti alla totalità del cosmo a cui si dirà di sì per tutto quanto contiene, senza cercare altro, estinguendo il desiderio e quindi ottenendo la piena conciliazione. (…) – Vito Mancuso, Il bisogno di pensare

Desiderare è composto, come riportato nella citazione, dalla preposizione de- che in latino ha sempre un’accezione negativa e dal termine sidus che significa, letteralmente, stella.

Desiderare significa, quindi, letteralmente, “mancanza di stelle“, nel senso di “percepire la mancanza di stelle” e quindi, per estensione, il verbo desiderare ha assunto anche l’accezione corrente, intesa come sentimento di ricerca appassionata.

Spalleggiando le domande che Mancuso si pone in questo libro-monologo, a mia volta mi chiedo: Se smettessi di desiderare, cosa ne sarebbe di me? Se peregrinando tra pensieri e azioni, riuscissi a raggiungere il Nirvana o la beatitudine… Se guardando la volta celeste, senza scorgere stelle, non mi sentissi pervasa da un senso di vuoto perché ciò di cui ho bisogno è comunque in me contenuto… ecco, se riuscissi a essere Zen fino a questo punto, ne sarei felice?

La risposta è no.

Non solo: questa risposta è quella che maggiormente mi ha fatto desistere durante la lettura di un saggio buddista che lessi durante la mia adolescenza, quando le risposte che mi davano “dall’alto” non mi bastavano, quando avevo bisogno di destrutturare per strutturami. Il saggio in questione – un libro che ancora, comunque, leggo a pizzichi quando ho bisogno di pillole balsamiche per l’anima, è così: anche se non so spiegarmene, del tutto, la ragione ha il potere di avvolgermi nell’armonia – è “Budda. La vita, gli insegnamenti e il retaggio spirituale di un uomo oggetto del culto di milioni di persone” di Hermann Oldenber, la mia edizione è del 1993.

Ricentrando il punto, comunque, è stato proprio leggendo della “non-dipendenza” del “Non-desiderio” che ho capito quanto, mai, avrei potuto abbracciare una filosofia di vita così lontana dal mio mondo, mondo geografico e mondo inteso come “me stessa, un mondo”.

Io senza desiderare conoscenza, allegria, sorrisi, amici, interessi, passioni mi sentirei, al pari di Mancuso, assiderata! Mi sentirei ghiacciata se non potessi desiderare una maggior consapevolezza civile e morale per questa nostra umanità che spesso sa apparire così disumana. Se non potessi desiderare un pizzico in più di bontà a piovere su teste, delle volte, troppe chine.

Ok, è tardi, mi fermo altrimenti divago troppo; saltellando di parola in parola, di stella in stella, rischio di perdere il lume della Via Lattea.

Ci si rilegge a libro terminato!

Lisa.

14 risposte a "Una parola tira l’altra sull’etimologia di “Desiderare”"

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        1. Sai che quello non l’ho letto? Mi servono giusto 2 o 3 libri da portare in vacanza, quindi lo comprerò di sicuro. Grazie per il suggerimento e per la chiacchierata, piacevolissima come sempre! 🙂

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