“Il bisogno di pensare” di Vito Mancuso

Vito Mancuso, Il bisogno di pensare, saggistica, filosofia, teologia, pensare, pensiero, recensione

Una parola tira l’altra su: “Il bisogno di pensare” di Vito Mancuso, teologo e filosofo contemporaneo – Garzanti Editore, 2017.

«Perché vivete? Quale scopo date al vostro essere qui? Cosa volete da voi stessi?». In questo libro Vito Mancuso ingaggia un dialogo serrato con i suoi lettori per risalire alle sorgenti di un bisogno primordiale dell’uomo: il nostro bisogno di pensare. È da questa urgenza interiore, strettamente legata al desiderio e al sogno di una vita diversa e migliore, che Vito Mancuso ci spinge a tornare a «pensare con il cuore», senza barriere, preconcetti o tabù, e senza altro dogma che la ricerca costante del Bene. Così, nel movimento ora logico ora caotico delle nostre esistenze, questo libro diventa una guida capace di orientarci e consigliarci in quei momenti in cui siamo chiamati a scegliere se resistere strenuamente oppure arrenderci al flusso della vita, per raggiungere quella desiderata pace interiore, l’equilibrio di chi ha finalmente trovato un senso al suo essere al mondo.

Come ho già scritto altrove, questo è il primo saggio di Vito Mancuso che leggo ma, ora ne son certa, non sarà l’ultimo.

Comunemente si ritiene che “il pensare” sia ciò che distingue noi umani – umani in quanto aventi coscienza – dal resto delle forme di vita ma Mancuso – e io, come molti altri, con lui – estende questa facoltà anche ad altre forme di vita. Il batterio, alla sua maniera, forse non pensa per trovare il glucosio? E le piante non si è forse visto quanto siano capaci di interagire tra di loro? Siamo certi che non abbiano una facoltà di pensiero, anche se diversa dalla nostra?

La vita è elaborazione di informazione ed elaborare l’informazione significa pensare. Tutto ciò che vive ha una mente. Ciò che ci contraddistingue, in realtà, è la nostra capacità – auspicabile – di ritornare “su noi stessi” con il nostro pensiero. Ciò che ci muove non è la mera ricerca di cibo per la sopravvivenza o la via più breve per ritornare al formicaio o, ancora, come difendere al meglio l’ape regina, come sintetizzare la clorofilla, come difenderci da eventuali attacchi nemici, come comunicare all’albero che ci vive al fianco una situazione di pericolo – e in questo elenco gli esempi potrebbero proseguire senza fine! – noi uomini, abbiamo la possibilità di portare in noi le esperienze e le emozioni. Abbiamo la facoltà di porci delle domande ed è questa, a mio avviso, la vera differenza.

Mancuso, in questo saggio, parte subito ponendocele, queste domande e lo fa in un modo per nulla saccente o pomposo bensì fluido e definito al contempo.

Domande che si mescolano le una alle altre, come gocce di saggezza in un mare di sapere.

Forse chi non è abituato a masticare filosofia potrebbe rischiare di perdersi, a tratti. Anche chi non è avvezzo a porsi domande, rischia di inceppare in questo ostacolo… ma, in fondo, non è forse a costoro che, principalmente, Mancuso si rivolge?

Mancuso parte parlandoci di Itaca ‘parlando’ potrebbe essere un termine errato, però il tono di tutto il saggio è quello di un monologo autoriale, un monologo interiore che non risulta mai monolitico giacché ci sentiamo chiamati a rispondere, a nostra volta, alle domande che l’autore pone; non ci sono, ripeto, assolutezze e imperativi, anzi!

Io sono convinto che questa vita sia per tutti un’odissea, ma che un conto sia avere un’Itaca nel cuore e nella mente, un altro l’esserne privi. Si può vivere senza Itaca? Ognuno risponda da sé, io vedo che alcuni vi riescono senza problemi e senza patemi, anzi, persino con un senso accresciuto di leggerezza e di libertà. Quanto a me, non vi riesco: spesso mi ritrovo a tendere verso di essa, verso ciò che sento come la mia patria lontana, e avverto altresì che se la sua nostalgia in me si dovesse spegnere cessando di accompagnare i miei passi, mi spegnerei anch’io, diventerei grigio, poi sempre più scuro, fino alla completa assenza di luce interiore, fino al cinismo che sa solo di cenere, un buco nero in forma umana, cui purtroppo talora gli esseri umani possono ridursi.

Praticamente, questa parte è stata per me come una porta identificativa dello spessore del libro, subito ho capito dove mi stavo addentrando, in che luogo, in che parte di mente…

Tutti i capitoli si inanellano tra di loro in modo fluido e mai auto conclusivo, certo: questa è Sophia, dopotutto!

Sophia è una femmina mai stanza di sapienza.

Sophia non chiude le porte in faccia ma muove quelle socchiuse e apre pertugi in quelle che chiuse appaiono.

Sophia indossa scarpe dai colori tenui; sfiora steli d’erba e impalpabili nuvole.

Sophia non si limita a guardare, mai.

Sophia si pregna della vita che la circonda e, imbevendosi di essa, muta. Sophia non diventa tua se la prendi con la forza, ostentando potere, no… lei ti si avvicina se l’approcci con intelligenza, dolcezza, amabilità, con il coraggio e la capacità di generare fiducia. Con la voglia – non semplice volontà – di conoscerla per conoscere meglio te stesso.

Anch’io sono innamorato della sapienza e la penso spesso, le porto i fiori del mio tempo più prezioso, al mattino presto, quando il mondo è colmo di silenzio e di pace e in me si muove l’energia più viva e più pulita. Il mio amore per Sophia genera in me filo-sofia, e per questa passione mi piace pensarmi filosofo, «amante di sophia» – Vito Mancuso, Il bisogno di pensare – cap. 15. Sophia e filo-sophia

Al fianco di Sophia cammina Follia e se la prima pensa, la seconda critica; se la prima pensa con logica, la seconda necessita di ripensare in modo analitico e di rivedere in modo caotico. Se Sophia, bonariamente, asserisce quieta, Follia ti grida in faccia il suo no disarmante e secco.

Ma Follia, logos, qui e ora, calma, caos, geni egoisti, Es, «L’anima che non ha uno scopo stabilito si perde: di fatto, come si dice, essere dappertutto è non essere in alcun luogo» Montaigne, mappe concettuali suggerite dalla Critica della ragion pura Kant «1. Che cosa posso sapere? 2. Che cosa debbo fare? 3. Che cosa mi è lecito sperare?» – Páthos máthos, la formula del mondo: Logos + Caos = Pathos Zeus, nichilismo, resistenza e resa, giudizio etico, relazione asimmetriche, interiorità e imperatività, Fede, immortalità dell’anima, dai primi esemplari di Homo sapiens alla civiltà umana che conosce il diritto, la scienza, l’arte, la musica…

…sono tutte cose di cui si parlerà più avanti nel libro.

Prima, prima viene il Desiderio

Grande respiro viene infatti dato all’inizio, attraverso le parole di Mancuso, al desiderio e al desiderare. Non è forse esso, come scriveva Spinoza, la vera essenza dell’uomo? L’autore ne sottolinea l’importanza distinguendo, però, il termine desiderare dal termine desiderio.

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Nel capitolo “Critica del desiderio” l’Autore conduce il lettore lungo sentieri – del pensiero – fuori pista; non nel senso di poco centrati quanto nel senso di approfondimenti che parrebbero diramazioni ma che, in realtà, sono volti alla centratura della propria opinione. Pensare: bisogna pensare! Bisogna riflettere ad ali di gabbiano – concedetemi queste frasi che seguono logiche figurative tutte mie! Oramai penso mi conosciate!

Vivere con interesse significa vivere con passione. Vivere con passione significa avere desiderio. Avere desiderio significa essere vivi.

Il desiderio è, quindi, d’impatto un motore ma bisogna far attenzione a non far diventare i desideri sbarre limitanti la propria libertà. Ché poi si posson desiderare tante cose: un paio di scarpe nuove – o l’ennesimo paio -, un libro, una casa, un cane… o del verde più rigoglioso, un’aria più pulita, notti senza pecore da contare, più fratellanza e sorellanza, più pace, meno botte, più complimenti, meno insulti; più condivisione e meno egoismo.

Desiderare troppo non va bene come bene non va non desiderare nulla, checché ne scrivano le filosofie volte alla ricerca del Nirvana!

Anche io sono del parere che non avere desideri significhi oziare in una bolla di staticità emotiva e quindi la primaria ricerca dovrebbe essere volta al raggiungimento di un equilibrio salvifico e consapevole. In questa dicotomia, Mancuso, porta l’attenzione sull’esistenza di un desiderio cosmico, universale, al quale aspirare a cuore e mente aperti.

Chi è beato è arrivato a casa: non per niente questo termine viene usato per definire sia lo stato di chi in terra ha superato la normale condizione umana (…) A voi piacerebbe essere così? Dico così appagati qui e ora, senza più desideri, nella perfetta quiete di chi non cerca più nulla, come un eterno grazie che sempre sorride? Vi piaccia o no, sappiate comunque che anche questa condizione ha i suoi limiti. Essa infatti nella sua totale adesione al presente finisce per risultare inevitabilmente incapace di immaginare e creare un futuro diverso. È il prezzo che si paga per una piena e soddisfatta adesione al qui e ora e per la conseguente assenza di tensione verso l’alterità.

Leggendo questo capitolo, lo ammetto, mi sono sorpresa nel sentirmi rispondere: «No, io a questo punto non voglio sentirmi Beata. Se queste sono le regole io non ci sto! Caro Epitteto, faccio orecchie da mercante ai tuoi consigli!»

Davvero, seguire i filoni espositivi di Mancuso mi è piaciuto parecchio. Numerose le citazioni a confutar tesi e antitesi. Sotto gli occhi mi son capitati personaggi dalla barba bianca ma non solo. Origene, Diogene, Epicuro, Goethe, Pirrone, Gesù, Buddha, Massimo il Confessore, eunuchi, Climaco, Platone, Socrate – mio adorato! – solo per nominarvene alcuni!

Bellissimo il parallelo postomi da Mancuso nell’invitarmi a riflettere su quale fosse la posizione del mio punto di appoggio interno, se cioè io tenda verso qualcosa di esterno a me – e quindi verso qualche cosa volta all’alimentare sempre il desiderio – oppure se io tenda verso qualcosa di interno a me:

Vi sentite più vicini a chi intende coltivare il desiderio come Gesù, e come, prima di lui, Socrate, Platone, Aristotele in Grecia, Confucio e Mencio in Cina, e dopo di lui, Cartesio, Rousseau e Kant nella modernità occidentale e Dostoevskij tra i grandi scrittori? Oppure vi sentite più vicini a chi intende annullare il desiderio come il Buddha, come Epicuro nell’antica Grecia ed Epitteto e Marco Aurelio nell’antica Roma, come Lao Tzu e Chuang Tzu in Cina, come Schopenhauer e Nietzsche con il suo amor fati nella modernità occidentale (non riprendo invece Spinoza e Hegel perché la loro posizione sul desiderio è più articolata e complessa), e come Tolstoj tra i grandi scrittori?
Vi sentite più vicini a Etty Hillesum o a Simone Weil? Il giudizio sul desiderio infatti è strettamente collegato al giudizio sull’io, che per Etty Hillesum va coltivato e potenziato
(….) – Vito Mancuso, cap. ‘Distacco o comunione?’

Ruotando attorno al “pensare” le riflessioni, come i focus, sono molteplici. I capitoli si alternano cedendosi il testimone in modo fluido e scorrevole, in un modo quindi mai paragonabile a una porta che si chiude troncando un discorso interessante che “poteva essere ma non è stato“, cosa ahimè più usuale di quanto si pensi, in saggi di questo genere.

Bellissime e sempre interessanti le prospettive etimologiche che approfondiscono le parole e i concetti esposti; bello intravedere le radici camminando su sentieri non solo centrici, non solo volti alla verità che ci riflette il nostro specchio personale ma inglobanti anche uno specchio dell’intera umanità.

Molto bello anche l’avvio alla conclusione di questo saggio; ho deciso di chiudere questo articolo proprio con un pezzo tratto dal capitolo “Il fine è comunque l’amore” – che, badate bene, non è il capitolo finale del libro – :

Una leggenda riportata da Salimbene di Parma narra di Federico II di Svevia che si interrogava su quale fosse la lingua originaria dell’umanità. Dato che gli ebrei sostenevano che fosse l’ebraico, i greci il greco, i latini il latino, gli arabi l’arabo, l’imperatore fece un esperimento disponendo che dieci neonati fossero tolti alle rispettive madri e consegnati a dieci nutrici, alle quali diede l’ordine di non parlare mai in nessun modo con i bambini ma di limitarsi a dare loro il latte e a tenerli puliti. Si sarebbe visto così, quando i bambini privi di ogni condizionamento avessero iniziato a parlare, in quale lingua si sarebbero espressi e finalmente sarebbe stata identificata la lingua da cui tutte le altre si erano sviluppate. La conclusione però fu diversa, fu la morte dei dieci bambini, privati del calore umano trasmesso dal linguaggio. E la morale della favola è che l’essere umano per vivere non ha bisogno solo di cibo, ma anche del nutrimento psichico e spirituale che proviene dalle carezze e dalle parole.

Questo l’indice del libro:

I. LA SORGENTE DEL PENSARE: CRITICA ED ELOGIO DEL DESIDERIO
II. INGREDIENTI E FORME DEL PENSARE
III. COME PENSARE: IL RETTO USO DELLA RAGIONE
IV. PENSARE QUI E ORA
V. IL SAPERE FONDAMENTALE QUALE ESITO DEL PENSARE
VI. AGIRE, IL PENSARE IN ATTO
VII. PENSARE CON FIDUCIA: LA FEDE E LA VITA ETERNA
VIII. IL BISOGNO DI NON PENSARE
IX. VERSO UN PENSIERO CHE SI FA VITA
APPENDICE: PENSARE SI DICE IN MOLTI MODI

Da ricopiare e appendere al muro il sottocapitolo: “Quasi una lista della spesa” e lo farò davvero!

Insomma: questo è un saggio che consiglio a tutti: ai classicisti ma non solo, a chi si pone domande, a chi cerca risposte, a chi non è mai sazio di sapere, a chi è governato dal logos e a chi nuota nel caos.

Se volete leggervi l’estratto, lo trovate al link di seguito:

Il bisogno di pensare – di Vito Mancuso

Alla prossima,

Lisa.

3 risposte a "“Il bisogno di pensare” di Vito Mancuso"

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  1. Le domande esistenziali, quelle a cui provi a rispondere, ma delle quali la risposta cambia in base alla stagione della vita. Però ogni tanto è giusto farsele, purché non si perda la vita stessa a trovarne il senso. 🙂

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