“Il mio giardino selvatico” di Meir Shalev

Meir Shalev, Il mio giardino selvatico, romanzo, natura, fiori di campo, Bompiani

Nel libro “Il mio giardino selvatico“, edito dalla Bompiani, dello scrittore israeliano Meir Shalev, è racchiuso un cosmo – più o meno piccolo – in brulichio. Affacciarsi a queste pagine è realmente simile all’affacciarsi da un’ampia finestra con vista sul mondo!

Meir Shalev (Nahalal, 1948) è editorialista per il quotidiano israeliano “Yedioth Ahronoth”, vive in Galilea e ha 71 anni.

Non si tratta di un romanzo, di un diario o di un manuale ma di un’insieme di riflessioni e impressioni che l’Autore ci dona sul suo giardino selvatico; giardino amato, scoperto, rinnovato, abitato.

Il libro: Il mio giardino selvatico
Meir Shalev scrive del suo giardino nella valle di Jezreel, dove ha nutrito alberi e piante selvatici, sparso semi e bulbi di ciclamino, anemone, narciso, croco, papavero e molti altri fiori di campo, e dove conversa con i veri proprietari del luogo: uccelli, ricci, farfalle, cinghiali, serpenti e altri amici. Nessuno di loro sa di vivere in Terra Santa, luogo sacro alle tre religioni che si sono combattute per centinaia di anni. Con amore e umorismo Shalev racconta dei colori, delle fragranze e dei suoni che danno vita al suo giardino, delle stagioni mutevoli e dei tempi che cambiano, dei suoi pensieri su germinazione, essiccazione, piantagione, fioritura e diserbo. Questo libro non è però un manuale di botanica o di giardinaggio.
È una raccolta di impressioni su un modesto giardino selvatico e su un giardiniere che se ne occupa perché da uomo maturo si è trovato un nuovo passatempo, e forse anche un nuovo amore.

La prosa di Shalev è delicata, le parole sono pennellate sopra petali fioriti; parole capaci di farsi conca sotto i minuscoli semini di papaveri. Parole come due mani intrecciate a volgere sensazioni, colori e vita di una natura selvatica in eterno divenire. Meraviglioso!

Il libro parte portando alla vista del lettore una scena irriverente, volta a evidenziare la poca attenzione che l’uomo presta a dove mette i piedi.

Non è il mio caso, io lo sguardo lo infilo ovunque quando esco all’aria aperta! Inevitabilmente, quindi, sono partita in questa lettura come fossi immersa nel giardino dell’Autore e farlo è stato ancor più facile grazie allo stile scorrevole e armonico di Shalev, autore di cui non avevo in precedenza letto nulla.

Il mio giardino selvatico si sviluppa per racconti – 47, tolta la prefazione – dedicati a singole specie che dimorano fuori le mura di casa sua, però, non pensiate che il risultato sia un asettico e noioso elenco interessante solo per gli amanti della botanica.

In questo modo c’è davvero molto: ci sono aneddoti, cenni storici, contesti sociali, poesie, folklore, lotte intestine tra flora e fauna o convivenze d’amore e rispetto reciproco.

In questo libro c’è scienza, sì, ma c’è anche Filosofia e filigrane tessute dall’autore tra un fiore, un albero, un insetto e un animale. Fili più o meno fragili capaci di unire specie diverse che creano, aiutate dalla mano dell’uomo – in questo caso l’Autore -, collaborazioni vicendevoli.

Molto si può capire, di un popolo, dalla vegetazione che cresce sul suo territorio e dall’attenzione che, ad essa, viene rivolta lungo la linea del tempo.

“Dunque anche prima della Diaspora il popolo di Israele non sente un’affezione particolare per la natura della propria terra, certo non come quella che i greci dimostrano di avere nelle loro storie mitologiche, dove abbondano animali e piante e rapporti profondi e complessi li legano al genere umano. Nella Bibbia si menzionano la mandragora e la curcuma (che compare insieme al nardo, al franchincenso e alla mirra, e dunque è anch’essa una pianta aromatica, più che la curcuma vera e propria dei giorni nostri), il giglio di Sharon e il mughetto delle valli, la cui identificazione non è chiara, e che i commentatori riconoscono nel narciso, nel giglio bianco, nel giglio della spiaggia e in diversi tipi di iris. Ma dove sono il papavero e il ciclamino, la scilla, il croco, lo zafferano, il ranuncolo? La malvarosa e i gladioli e l’agrostemma, l’erba cipollina e il crisantemo? Il lupino e il lino, il fiordaliso e la stella di Betlemme, l’orchidea e la scilla simile al giacinto? Sono tutti bei fiori, amabili e familiari, né rari né nascosti, tutti saltano all’occhio e rallegrano Dio e gli uomini, tutti crescevano qui anche a quell’epoca, e di sicuro in numero ben maggiore di oggi, tuttavia non sono menzionati nella Bibbia. È mai possibile che nessuno li notasse, che nessuno li ammirasse, che non provasse amore per loro, che non fosse contento della loro fioritura e si intristisse quando appassiscono? Perché l’amante del Cantico dei Cantici non ne ha fatto una ghirlanda per il capo della sua amata? Era tutto soltanto lavoro della terra e culto del Signore? La natura era solo quel che è lecito e quel che si può, o non si può, mangiare e tagliare?” – Meir Shalev, Il mio giardino segreto.

Molte sono le citazioni e gli aneddoti legati alla mitologia o alle sacre scritture… del resto come non citare la Bibbia parlando, per esempio, del fico?

(…) Con quelle foglie Adamo ed Eva si cuciono delle specie di grembiali perché si vergognano di essere nudi dopo che hanno mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Immagino che abbiano scelto il fico per via delle grandi foglie che assomigliano a una mano, ma l’autore della storia ha scelto il fico per la sensualità che emana, per la forma del frutto, per la somiglianza fra il nome ebraico dell’albero, te’enah e la parola ta’anah, che significa “desiderio, eccitazione”.
I due alberi da frutto menzionati dopo il fico hanno un nesso con la storia del diluvio. Il primo è l’ulivo, di cui la colomba porta a Noè una fogliolina dopo che le acque si sono ritirate e l’arca si è fermata; poi c’è la vite, anch’essa legata a Noè, seppure in un altro modo: subito dopo essere uscito dall’arca, infatti, egli pianta una vite, aspetta che dia i suoi frutti e, passato qualche anno, si prepara del vino, e poi si sbronza come Lot prima che Lot venga al mondo. A dire il vero, la parola “vite” non è qui menzionata, però compaiono “vigna” e “vino”, dunque non ci si può proprio sbagliare.” Meir Shalev, Il mio giardino segreto.

E ci sono cedri, querce, galle, rovi. In queste pagine c’è il grande che tocca le nuvole con i suoi rami oppure quello che, impavido, adotta una postura errata pur di scaldarsi al sole. C’è il piccolo arbusto che graffia senza prendersi nemmeno la briga, prima, di suggerirti il pericolo con un soffio.

Ci sono unghie sporche di terra e pelle di piedi abituati a camminare scalzi nel fango o sopra il pizzichio dell’erba secca.

Ci sono imprecazioni – sempre rispettose – generate dall’esasperazione di un giardiniere che non sa come tenere a bada il grillo talpa, maschio o femmina che sia! Grazie a Shalev mi sono sentita dentro la dispensa della talpa femmina, nella stanza attigua alla sua camera da letto… un po’ come, insomma, esser dentro una fiaba o un cartone animato!

Immagine presa da Pinterest

Con uno stile impeccabile e una sensibilità palpabile, Shalev mi ha romanzato – e ‘romanzato’ è proprio il termine corretto! – scille, papaveri, vermi, larve degli ulivi e parassiti del fico. Mi ha narrato di pipistrelli ingordi, veloci più di un fulmine. Ho letto di colubri di Ravergier che si avvicinavano ai nidi degli uccellini e di cinghiali che bucano le tubature dell’acqua, per dissetarsi.

“Più d’una volta ho trovato in giardino anche una vipera, e allora passo subito all’azione, la catturo viva con una pala e un bastone, la tengo stretta per un po’ con una mano sul collo e l’altra sulla coda, e quando il mio battito cardiaco si è calmato e le gambe perdono la consistenza della gelatina e ritornano più o meno solide, la porto nel bosco e la libero.
Perché mai faccio questo gioco pericoloso? Prima di tutto perché ne sono capace. A essere più precisi, ne sono ancora capace. E poi perché non restano più molti giochi che si possano fare senza correre il rischio di essere accusati di profanare il nome del Signore, le buone maniere, il politically correct e di commettere svariati altri crimini e misfatti. Lo faccio anche per tenermi in forma e per produrre un poco di adrenalina, che è una sostanza buona e piacevole. E anche, lo ammetto, per consolidare la mia posizione fra i membri della comunità agricola della Valle, tutti decisamente più virili e robusti di me, quasi tutti in grado di portare un toro a spalle, ma tutti terrorizzati dalle vipere. Lo faccio anche per un altro motivo: perché anche nell’animo umano c’è un giardino selvatico, e anch’esso ha la sua importanza e i suoi diritti. A essere più precisi: non proprio nell’animo, ma sotto il diaframma, in un punto meraviglioso, onesto e sincero, là dove fiorisce l’intuizione e svolazzano le cosiddette farfalle nello stomaco.” – Meir Shalev, Il mio giardino segreto.

Serietà, rigore, libertà, poesia… tutto trova albergo in queste pagine! Ci sono ricette culinarie – olive in salamoia, limoncello etc… – e versi di poeti israeliani ma non solo.

Yediot Ahronot, padre dell’autore, era un poeta e viene, ovviamente, citato in questo libro. Molti sono i versi di poeti e narratori, in realtà, che adornano le pagine di Shalev; voglio riportarvi alcuni versi di Natan Zach, – anch’egli scrittore israeliano – che trovo perfettamente collocati in questo libro:

“Quando cingi d’assedio una città per molti giorni muovendo guerra contro di essa per conquistarla, non dovrai distruggere i suoi alberi usando l’ascia contro di essi perché anzi di essi mangerai e non li taglierai, perché l’albero della campagna è forse un uomo che tu debba cingerlo d’assedio?”

Parole potenti, vero?

Parole. Delle parole Shalev è affascinato al pari, credo, di quanto lo è delle specie botaniche e animali. Per spiegare l’origine di alcune di esse, può capitare vi citi le traduzioni ebraiche di Erodoto. Oppure ci porta dentro l’ebraico biblico connotandoci, magari, che ne so… il cedro?

Nell’ebraico biblico – benché la maggioranza dei parlanti non avesse mai visto un cedro vivo nel suo habitat, ma solo assi lavorate per il tempio e il palazzo di Salomone – il cedro è simbolo di potenza e splendore. Fra l’altro, il palazzo che Salomone costruì per sé era molto più grande del tempio che fece per il suo Dio, forse perché lui aveva mille mogli mentre il Signore, che noi abbiamo condannato alla solitudine e all’astinenza in forma di monoteismo, non ne ha neanche una. Torniamo però al dunque. I noti versetti dicono: “Dal cedro che è in Libano all’issopo che spunta dai muri” (1 Re 5,13); e: “Se una fiamma cade sui cedri, che dirà l’issopo dei muri?”(Talmud Babilonese, Moed Qatan 25b)

Insomma, torniamo al dunque: queste sono pagine da leggersi con calma e con un’inclinazione verso il mondo – lento eppure in fermento! – della natura che ci circonda.

Amare, come Shalev ama, un giardino selvatico non significa limitarsi a oziare all’ombra del fico, magari sorseggiando una birra gelata mentre la clematide, appassita, brucia dalla sete…

Amare il giardino con l’amore con cui pregna i suoi gesti Shalev, significa essere dediti all’ambiente in cui ci si colloca.

Guardarne le differenze, rispettandone le caratteristiche e le esigenze.

Significa guardare il cielo e toccare la terra.

Significa proteggere la fragilità dei papaveri ma anche la spessa corteccia delle querce.

Significa ascoltare il frinire delle cicale e il battito d’ali dei pipistrelli.

Significa impietosirsi udendo i latrati dei cani al limitar di bosco.

Significa sporcarsi pantaloni e mani per lucidare l’anima.

Significa talvolta mettersi in ascolto, in ginocchio, a capo chino, umilmente.

S’è capito: ne consiglio la lettura!

Ah… mi dimenticavo di scrivere una cosa importantissima: il libro è impreziosito da meravigliose tavole illustrate, i disegni sono 16 e a farli è stata la sorella dell’autore, Rafaella Shir. Sono bellissimi, par di esserci dentro!

Se ne avete la curiosità, potete leggere l’estratto del libro

qui

Meir Shalev, “Il mio giardino selvatico“, traduzione di Elena Loewenthal, Bompiani editore.

 Tasha Tudor from The Secret Garden, Dickon and Mary.
Illustration by Tasha Tudor from The Secret Garden, Dickon and Mary.

6 risposte a "“Il mio giardino selvatico” di Meir Shalev"

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