“Mia madre è un fiume” di Donatella Di Pietrantonio

Mia madre è un fiume. Donatella DiPietrantonio, Elliot Editore, romanzo d'esordio, recensione, una parola tira l'altra, rapporto madre figlia

Tra i libri che ho letto in agosto, impossibile non voler trattenere le emozioni provate perMia madre è un fiume“, il libro d’esordio di Donatella Di Pietrantonio, scrittrice che ha conosciuto la fama con il libro “L’arminuta“, romanzo che possiedo ma che, ancora, non ho letto. Pubblicato nel 2011 da Elliot Editore, “Mia madre è un fiume” ha vinto, nella stesso anno d’uscita, il Premio Letterario Tropea e fosse per me, ora che l’ho letto, di premi lo rivestirei e ve ne spiego i motivi in un battibaleno.

Innanzitutto la trama: potente, attuale, importante a livello sociale, non scontata e non pregna di perbenismo e faciloneria argomentativa.

Sinossi: Una donna, ormai anziana, mostra i primi segni della malattia che le toglie i ricordi, l’identità, il senso stesso dell’esistenza. È tempo per la figlia di prendersi cura di lei e aiutarla a ricostruire la sua storia, la loro storia. Inizia così il racconto quotidiano di piccoli e grandi avvenimenti, a partire dalla nascita della mamma, Esperia, e delle sue cinque sorelle, nate da un reduce tornato comunista dalla Grande Guerra e da una contadina dritta ed elegante, malgrado le fatiche della campagna, degli animali e della casa. I fili delle loro esistenze si svolgono dagli anni Quaranta fino ai nostri giorni, in un Abruzzo “luminoso e aspro”, che affiora tra le pagine quasi fosse una terra mitologica e lontana. Giorno dopo giorno sfilano i personaggi della famiglia, gli abitanti del piccolo paesino ancora senza acqua né luce; personaggi talmente legati a una terra avara, da tollerare a malapena trasferimenti a breve distanza – la ricerca di un lavoro, l’occasione di poter frequentare una scuola “in città” – partenze che si trasformano in vere emigrazioni con il solo scopo del ritorno. Sono ricordi dolcissimi e crudeli, pieni di vita e di verità, che ricostruiscono la storia di un rapporto e di un’Italia apparentemente così lontana eppure ancora presente nella storia di ognuno di noi.

Questa è la storia di Esperia Viola, nata nel 1942, alle pendici del Gran Sasso, in un Abruzzo aspro e complicato.

Questa è la storia di sua figlia… anzi, questa è la storia del rapporto che la lega a sua figlia giacché di Ella poco ci viene narrato circa il quotidiano vivere che dalla madre esula. Sappiamo che è a sua volta madre, di Giovanni, che lavora e che nutre verso la genitrice un sentimento potente fomentato da continui contrasti.

Un buon rapporto madre-figlia non sempre è compreso nel pacchetto al momento del parto, in special modo se, nell’andare indietro nel tempo ci allontaniamo dalle madri-elicottero – così realmente oggi definite – contemporanee!

Esperia ha una malattia inclemente, atroce, perfida: l’atrofia cerebrale.

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“(…) Un mese fa. La neurologa mi ha mostrato l’atrofia cerebrale sulla risonanza magnetica, seguendo con l’indice il nulla che avanza. Ah, dunque si vede, ho detto, dalla TAC di tre anni fa non risultava. Poteva anche trattarsi di depressione, tre anni fa.”

Esperia, attraverso queste pagine, si aggrappa a se stessa, al suo presente fatto di giorni dietro le spalle, afferrando la voce di sua figlia che le narra le storie che l’hanno costruita.

Quanto spesso ho sentito tremarmi il cuore?

“Esperia era la carbonara dalla chioma zingara che anni prima era venuta a bruciare legna insieme ai fratelli e stupiva il bosco di tuo nonno con voce di sirena silvestre.”

Quante Esperine hanno fatto salire al cielo scintille di fuoco e desideri… penso.

Come scrivevo sopra, in queste pagine i noccioli sono molti, come piccolissimo ghiaino che, accadimento dopo accadimento, si è fatto macigno mentre la memoria iniziava a far chiudere gli occhi ai ricordi.

“Ho avuto paura per il bambino. Non lo meritavo, per i miei cattivi pensieri. Sembrava appena uscito dalla fabbrica degli angeli, con la testa di pane fragrante e l’alito di latte tiepido, gli occhi vasti già aperti al mondo.”

Come non emozionarsi quando lo stile narrativo ha questo modo di esser letto?

Come non lasciarsi coinvolgere da parole, spesso crude, dirette, siluranti ma al contempo dolci, pregne di vita e di legame?

Credetemi: seppur di melassa in questo libro non ci sia neppure l’odore, queste pagine profumano d’amore in un modo incredibile e solamente quando chi scrive con assoluta cognizione di causa e competenza può narrare l’amore descrivendone il contrario! E viceversa.

Suona la voce, uscendo dal proprio petto mentre, sollevando il coperchio dei biscotti danesi, sua madre estrae una lunga catenella ai ferri e sopra maglie alte, basse o bassissime, crea scherzi di filo e memoria. Senza senso, senza data, senza meta. Quando si trova in difficoltà, spezza il filo e ricomincia, il ieri diventa un nodo… il presente la ragnatela di un ragno confuso, senza schema, senza direzioni.

“Guardo questa luce di ottobre, mi tenta la tenerezza. È una mela gettata da tempo a seccare al sole. (…)”

“La sua memoria è adesso un manoscritto a inchiostro simpatico, lo sfoglio pagina per pagina e ci passo la fiamma vicino perché le si riveli (…)”

Quanto tempo si ha a disposizione per imparare a volersi bene? Per concedere perdono, per educarsi a ricevere affetto? Si ha sempre il tempo? Sempre, di tempo, se ne vorrebbe avere?

Ci sono carezze mai date – carezze mai partorite dalla sterilità affettiva – che possono bruciare sulla pelle se date fuori tempo.

Quando ami ma non sai se ne sei capace, quando vuoi amare ma le viscere ti si contorcono al solo pensiero, quando vuoi stringere quella mano che non ti ha mai educata a farlo… come esci dal labirinto di siepe?

Meraviglioso, struggente, impattante, questo libro narra descrivendo similitudini e metafore in un modo eccellente e io che mentre leggo, sempre, vedo… non potevo che venirne assorbita in modo totalizzante.

“Mia madre è un fiume in secca, la neve dei pioppi lo sorvola. L’ombra dei sassi cade sul letto bianco, crepato. Qua e là una pozza d’acqua ancora, ferma e densa, lambita dagli insetti (…)”

“Mia madre era un albero. Ho avuto la sua ombra (…)”

“Mia madre era una piccola farfalla dal corpo tozzo, l’esperia, con le ali corte e il volo a scatti. Sognavo di poter toccare la sua povera bellezza. È stata il principio di tutti i miei desideri, la madre di ogni mia solitudine (…)”

Una figlia che sogna zucchero filato con cui cibarsi oppure, oniricamente, si trasforma in latte cagliato per poter essere stretta tra le mani della madre, con dedizione.

Sogni di miele e fiele.

Angoscia, paura divenuta astio, rancore e attacchi di panico.

Siamo tutte figlie – e figli – di “madri albero“, di madri farfalle, vento, acqua.

Figlie di elementi della natura. Siamo tutti figli di radici che si annodano a terreni diversi. Siamo tutti conseguenze e tutti cause.

Siamo tutti memoria in continuo reset e downloads… finché un piccolo fulmine non fa scattare la corrente.

Nel frattempo le lucciole continuano a volare, non temere, se le chiudi tra le mani (cosa comunque non da loro auspicata) non ti spunteranno le verruche.

“Tu sei Esperina Viola, mia madre. Come una viola sei nata il venticinque marzo millenovecentoquarantadue, in una casa al confine tra i due piccoli comuni di Colledara e Tossicia.”

Una catenella alta, una bassa, una bassissima. Non importa. Ricominciamo. Una catenella alta, una bassa, una bassissima. Sì, li ho raccolti i pomodori. Il tuo nome è arrivato in una lettera di Fioravante, tuo padre, che non sapeva scrivere. Una catenella alta, una bassa, una bassissima. Sì, i peperoni sono malati. Dici che cominciano a marcire in punta e poi piano piano il guasto sale verso il picciolo. E dei meloni di quest’anno sono buoni solo quelli invernali, gli altri sanno di medicina. Ti salva pure il pane, certo. Pane e olio. Pane e pomodoro. Pane e maiale. Spezza il filo, fai un nodo, riparti. Non ricordi cosa stavi facendo. Tranquilla, ti leggo io lo schema.

Un libro di storia di vita vera, contadina, aspra, difficile. Sensi di colpa, fuitine, baci rubati, desiderati, pretesi. Pugni sul tavolo, espatrio, bocche aggiunte, bocche chiuse per sempre. Notti senza luna. Notti di luna piena.

Ancoraggio. Volo. Radici. Storia.

“Mia madre è un albero. Alla sua ombra mi sono giustificata. Si secca, anche l’ombra si riduce. Presto sarò allo scoperto.”

Leggerò “L’Arminuta”. Senza ombra di dubbio!

Puoi leggere l’estratto

qui

P.S: di questo libro, credetemi, non vi ho raccontato praticamente niente!

Lisa.

5 risposte a "“Mia madre è un fiume” di Donatella Di Pietrantonio"

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    1. Grazie a te.
      Questo libro mi è piaciuto molto proprio per le caratteristiche che hai scritto, riferendoti al secondo. Scrivere di temi così non è facile e l’autrice è bravissima. “Intimo” e “universale” sono due termini più vicini di quanto si pensi.

      Piace a 1 persona

  1. Bella recensione, complimenti! Come sempre, del resto! ❤ Non ho letto “L’arminuta”, ma da qualche tempo, quando mi capita di vrederlo in giro, mi incuriosisce. Magari ne approfitterò per leggere anche questo. 😉
    Buona serata, cara Lisa.
    Un abbraccio. 🙂

    "Mi piace"

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