“Il dolce domani” di Banana Yoshimoto

“Il dolce domani”, Narratori Feltrinelli, è l’ultimo romanzo della scrittrice giapponese Mahoko Yoshimoto, meglio conosciuta come Banana Yoshimoto.

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E niente, ogni tot un #leggogiappo lo devo fare 乁༼☯‿☯✿༽ㄏ quasi fosse un tagliando carezzevole sul cuore… perché sì, perché quasi sempre si tratta di cosmi d’inchiostro e nuvole, di silenzi che avvolgono boati detonanti tra pancia e fiume.

Iniziamo con il dire che leggere Banana è sempre una garanzia. Ogni volta so che entrerò in una stanza dal delicato pavimento in parquet bianco e che i miei piedi, infilati in antiestetiche ma morbide ballerine, scivoleranno, lenti, sopra una superficie simile a un foglio bianco. E iniziando a leggere compariranno i colori: l’azzurro del cielo, il verde della clorofilla, il rosso della passione… il nero della morte (per noi occidentali) oppure il bianco. Il bianco.

Ecco,dovessi associare una tinta ai romanzi di Banana, sarebbe proprio il Bianco il colore che sceglierei, perché è un’unità composta e generata dal molteplice e questo, in sintesi.

Proprio come una fascio di luce bianca che entra dentro un prisma di cristallo, ogni volta che leggo un romanzo scritto, magistralmente, da “una penna giapponese” io mi sento quel fascio di luce che s’immerge nell’arcobaleno; mantengo me mentre, con interezza, mi implemento di sfumature.

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Di cosa parla?

Sayoko e Yoichi hanno avuto un incidente, lei è rimasta gravemente ferita, lui invece non c’è più. La loro era una storia bellissima, in cui la scarsa volontà di impegnarsi era compensata da un amore profondo e libero, e senza di lui Sayoko si sente vuota, o forse, come le dice l’amico okinawano Shingaki, deve solo andarsi a riprendere il suo mabui. È proprio la ricerca del mabui, qualcosa che somiglia molto all’anima e che Sayoko non sa nemmeno se lo rivuole per davvero, il tema centrale di un romanzo che, con profondità e delicatezza, racconta il dolore e la rinascita di chi è sopravvissuto alla morte di qualcuno che amava. Ambientato fra i templi e gli onsen di Kyoto, “Il dolce domani”, scritto all’indomani del terremoto e dello tsunami di Fukushima, è il messaggio di speranza che Banana Yoshimoto ha voluto dedicare alle popolazioni colpite.

Il libro inizia subito collocando il lettore al centro di una scena di dolore, ci porta lì, a guardare in faccia i protagonisti mentre, dall’autoradio alle nostre orecchie, giunge la splendida voce di Leonard Cohen mentre canta Lover Lover Lover (da Songs from the Road).

Era fine estate, non erano che un’affiatata coppia composta da due singolarità indipendenti. Ridevano, si amavano, si completavano, si implementavano, vivevano entrambi una vita in più oltre la propria. Cantavano. Rientravano dalle terme.

Come scriveva Calvino, scegliere un buon incipit significa fare un patto con il lettore; le prime battute di un romanzo rappresentano, per lo scrittore, il momento della scelta della porta da usare e del panorama al quale il lettore si affaccerà. L’incipit è, quindi, fiducia e scelta e sin da subito Banana – concedetemi questo mio chiamarla solo così, con rispettosa vicinanza – in questo romanzo ha scalzato preamboli e descrizioni a favore di un incipit narrativo in media res e io questi inizi li adoro! Li adoro perché, se fatti bene, la fiducia allo scrittore la concedi senza nemmeno accorgertene, tanto è il coinvolgimento immediato suscitato.

Con la delicatezza, non melensa, che la caratterizza, Banana Yoshimoto anche in questo suo romanzo, ahimè brevissimo, punta il fascio di luce su un argomento talmente fragile da far tremare le dita nello sfioro: la morte; ma non solo, le si affianca – in modo prepotente – l’altro argomento non meno fragile: la vita…

ma ecco che, ancora, devo scrivere non solo giacché, in mezzo a morire e a vivere, dai colori si materializza sopravvivere!

Cosa significa rimanere da questa parte? Cosa significa viaggiare al di là del comprensibile? Cosa si prova ad azzerare i confini spazio temporali oppure, al contrario, sentirli talmente premere sulla pelle da andare in mancanza d’aria?

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È la fine? L’inizio? Una diversa fine? Un diverso inizio?

Beatitudine, leggerezza, levità, istanti che diventano senza limite, limite che sfuma i contorni; “Il fatto stesso di vivere è così straordinario che non facciamo altro che piangere, eh?” dissi al nonno“.

Frasi semplici, belle a prescindere, musicalmente perfette, che collocate in un contesto specifico, ben narrato dall’Autrice, diventano ghiaccio che scotta su dita in timore; parole che il cuore te lo accarezzano con dolore.

Tenerezza in ossimoro, come un uroboro che si muove lineare perché ha smarrito la sua strada.

Anche Sayoko e Yoichi si sono smarriti, in tutti i sensi possibili.

A Sayoko è caduto il mabui, l’anima, e Shingaki le spiega che a Okinawa si dice che “se ti cade il mabui devi tornare a raccoglierlo nel punto in cui è caduto“.

Un bicchiere di vino.

Due.

Tre.

Forse non bastano.

Forse sì, momentaneamente.

Forse è giusto concedersi del tempo.

“La morte non ci cresce dentro con il passare degli anni, è sempre a un passo da noi. Sono solo i ricordi legati alla morte ad aumentare. Facendoci capire quanto ci illudiamo quando pensiamo di essere al sicuro. Non sarei fuggita, e nel momento in cui presi questa decisione capii finalmente cosa voleva dire perdere il mabui. Quella sensazione di familiarità con la morte somigliava a ciò che si prova quando, di notte in una camera d’albergo, ci ritroviamo privati del palcoscenico su cui viviamo la nostra vita.”

Senso di colpa per essere rimasta, quanto è difficile Sopravvivere? E come si fa? Chi lo insegna? Come suona la campana energetica? Non la sento, non la vedo e, forse, nemmeno voglio farlo.

Come scrivevo all’inizio, entrare in questo prisma-libro è vedere colori diversi in fusione tra loro; focale non è la perdita ma il ritrovo. La trasformazione, la metabolizzazione, il processo… sempre diverso per ognuno di noi. Ci sono antichi edifici che paiono disabitati… se non per quella donna alla finestra. Ci sono fili rossi che contornano, inserendole nello stesso cerchio, anime dai presenti diversi eppure combacianti. Senza bacio, nessun gioco di parole, non sempre l’amore perso ha bisogno urgente di sostituzione, non sempre è il mezzo per risanare ferite aperte.

L’amore in senso generico, l’amore amicale, di fratellanza – o sorellanza che dir vogliate – l’amore per se stessi e per il proprio mabui… quello sì che è il vero mezzo!

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P.s: mentre non aveva il coraggio di ritornare a riprendersi il suo mabui nel luogo dov’era caduto, Sayoko non è stata inerte ma ha governato, pulito, fatto da aiuto-regista, in stanze e giorni altrui.

In sintesi: bella la trama, bello il senso, bello il messaggio, bella la narrazione del processo di metabolizzazione di un lutto importante.

Banana Yoshimoto ha sentito l’esigenza di scrivere un libro che avvicinasse il mondo dei defunti al mondo della Vita – e viceversa – dopo il terremoto e lo tsunami che l’11 marzo del 2011 hanno stretto il Giappone settentrionale in una morsa di cenere, sale e dolore.

In un’interessante intervista di Francesca Bussi, per il magazine Elle, Banana Yoshimoto ha detto:

Cercare la forza per continuare a vivere è importante, ma credo che prendersi il tempo di piangere i morti lo sia altrettanto. Ho scritto questo libro pensando ai miei lettori morti a causa dello tsunami, per onorare la loro memoria. Era la prima volta che scrivevo per qualcuno che non c’era più, e l’ho fatto con grande serenità. Se permettiamo a noi stessi di soffrire, se ci prendiamo il tempo di piangere, poco a poco riusciremo a rimetterci in piedi. Non si deve avere fretta. Ma forse oggi non siamo più abituati a questo genere di attesa, purtroppo.

Se vuoi leggere l’estratto, lo trovi

qui

La prossima volta vi parlerò di tutt’altra lettura: “Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa” di Matteo Lancini.

2 risposte a "“Il dolce domani” di Banana Yoshimoto"

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  1. Prendersi il tempo necessario, si, è importante. Invece sembra che spesso abbiamo fretta di superare, quasi se andando di fretta cancellassimo il dolore. Il dolore va curato, non dico coltivato ma rispettato, e bisogna dargli sfogo altrimenti rimane tutto dentro, incista. Sono d’accordo con Banana anche se confesso che di lei ho letto un solo libro e non mi era piaciuto moltissimo. Ma magari rileggendolo adesso, chissà.

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