In accordo scordo parole ancorate al vento

Di latte il cielo d’oggi; latte di un cielo che non vuol scordare il sapore del miele sotto la lingua dell’Eden. Favo di miele sono le parole gentili, dolcezza per l’anima e refrigerio per il corpo. Ho bisogno di leggerezza in queste giornate pesanti di regole, precauzioni, divieti, banditi e banditori. Ho bisogno – e voglia – di nuotare nel fiume del Paradiso, quello degli Dei, quello generoso da cui loro traggono nutrimento… quello di latte e miele, appunto, che si dirama come le ragnatele disegnate sulla foglia di un acero autunnale. Una volta all’anno, quando il dio del focolare sale in cielo a far rapporto all’Augusto di Giada, ogni famiglia cinese incolla alla bocca della sua effige una caramella di miele per addolcirne le parole… voglio quella caramella, voglio la gentilezza, voglio la possibilità di riuscire a mantener tali i miei pensieri, le mie azioni, i miei sorrisi.

Uno dei modi che conosco, per alleggerire cieli uggiosi, è scrivere.

Quindi ho messo l’acqua bollente nella tazza, un ceppo sul fuoco, scelto un’immagine e iniziato a usare parole, qui, ora, adesso. Voglio aprire il lucchetto, scardinare le convenzioni, usare parole a caso che forse caso non è o forse sì. Spostare le righe parallele, sbordare, passare la gomma sopra i quadretti ché io la rigidità dei quadretti perfetti (anche sulle camicie) li ho sempre mal sopportati.

E allora scrivo e in accordo – con me – scordo parole ancorate a nuvole in dissolvenza. Infilo parole nel filo della sconclusione, ché di conclusioni c’è n’è davvero poche, di definitive. Butta parole nel pentole annerito della strega, un po’ di curcuma… ché disinfiamma… s’infiamma, chi? Il corpo se la fiamma non è tenuta a bada con sapienza. Sapienza chi è? Una tipa competente? Regista di giorni ingarbugliati dentro razionalità scomposte o poste altrove. Gioco di borbotti, la cuccuma soffietta sulla ghisa rovente. Gioco giocando spostando guardando. Fili di nuvole si aggrappano, a cosa non lo so. Si muove sinuosa la fiamma della candela, la luce soffusa si spande e, sottile, delicata, silenziosa, pone in luce ogni cosa. Sono raggi di bene. Ché la stilla di pioggia è fatta d’acqua come la lacrima che scende o che se ne resta aggrappata al condotto per paura di uscire. Erode l’acqua, scava la lacrima. Alzo la testa, scivola sul vetro l’inflazionata goccia di pioggia – ché le poesie ne son piene! – pesi diversi, lacrima e pioggia… pesi simili di melanconia. Io non sono malinconica. Io ho solo bisogno di prendere aria in questi giorni, mesi, troppo carichi, come neri cirri, di dita puntate. Puntate a destra, a sinistra, in cielo, in terra. Abbisogno di leggerezza come di ossigeno per i polmoni. Togli il masso dalla schiena, togli il sassolino dalla scarpa, non aspettare di arrivare a casa per toglierlo mettendoti le ciabatte; va tolto subito, altrimenti il piede s’infiamma e poi sbagli postura e diventa tutto un gran casino perché tutto va fuori asse. Quale asse? Del corpo, del giorno, dell’equilibrio, del conto in banca, del cuore, del focolare… della serenità, della via? Della Vita.

Inizia da un punto. Scavalcalo, saltella, fregalo, prenditi di beffe di lui, ghigna, sogghigna, spostalo. Passa dall’altra parte, due puntini… no… ce ne vogliono tre, è la regola… non abusarne, non creare troppe attese, non metterti troppo in attesa. Scrivi, leggi i libri, i giorni, i sorrisi, gli abbracci, te stessa. Una virgola, due, poi tre. Pensieri in loop senza redini. Stupidaggini forse, anzi, certamente. Senza senso quello che senso nemmeno ha e contornandone uno attorno a una goccia di cielo. Gira tra i polpastrelli pietre preziose e sassi lisci levigati dal fiume. Pietra di Giadra, simbolo di perfezione; Rubino, energia positiva; Smeraldo, la Speranza; Zaffiro, quiete interiore; Ametista, sobrietà… bah, io e la sobrietà non andiamo a bere assieme spesso, solo quando è indispensabile… e poi Granata e Diaspro, Amore e Amicizia, loro sì, loro son sempre con me! E giro il sasso senza nome, di fiume, semplice, irregolare, liscio, nero. Lo giro e sulla pelle delle dita sento scorrermi la vita. Sento Demetra, Cerere… sento la Dea Madre. E mi calmo, rassereno, fortifico, alliscio.

Parole, parole, pensieri, opere, omissioni. Chissà cosa serve, chissà cosa so. So di non sapere e quello lo so!

Mi fermo, la bustina della tisana è già da troppo tempo immersa nella tazza. Oramai sarà persino fredda.

Un due tre, fante cavallo e re!

Una manciata di minuti, una manciata di righe che non giovano a nessuno e nulla apportano di costruttivo.

Un due tre, fante cavallo e Re.

Per me un senso c’è.

Io mi sono divertita.

Ho in tasca l’asso di denari.

Con un sorriso, alla prossima,

Lisa.

2 risposte a "In accordo scordo parole ancorate al vento"

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