Una parola tira l’altra su “Scusate il disturbo” di Patty Yumi Cottrell

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Scusate il disturbo” è il primo romanzo della scrittrice Patty Yumi Cottrell, edito dalla 66thand2nd – casa editrice di cui, prima di leggere questo romanzo, ignoravo l’esistenza. Limite mio, ovvio! Scopro che è stata fondata a Roma nel 2008 e che, col nome, omaggia New York. Sixtysixthandsecond infatti è l’incrocio tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, a Manhattan e pare voler rappresentare il brulichio e le contaminazioni tra la narrativa angloamericana e le altre – italiana compresa.

“Scusate il disturbo” è – per definizione dell’autrice stessa durante l’intervista“Patty Yumi Cottrell: Writing is not Therapeutic in Any Way” pubblicata su LitHub.com ” – un anti-memoir.

Provando a proseguire con una logica, inizio con il riportare la sinossi del romanzo:

Helen Sorella Affidabilità, Helen paladina dei più deboli, Helen salvatrice del mondo. Helen che condivide un monolocale a New York e si occupa di ragazzi problematici dopo una breve, brevissima stagione di popolarità come artista emergente a Milwaukee. Helen che riconduce sempre tutto a sé stessa, una delle sue molteplici doti. Eppure quando il fratello adottivo si suicida, e lei torna nella casa d’infanzia in cerca di indizi che possano spiegare il suo gesto, si ritrova alle prese con due genitori che preferirebbero non averla tra i piedi e uno zelante consulente del dolore che la tratta con troppa condiscendenza. La sua indagine si complica: su un sito Internet legge che le ragioni dietro un suicidio sono sei, come illustra a un amico del fratello che la ascolta basito, ma poi si rende conto che in realtà sono migliaia, che sei è «solo un altro modo di dire abisso». Presto tra le intenzioni di Helen e le azioni delle persone che la circondano si crea un cortocircuito che dà vita a una narrazione brillante – in cui riecheggiano le opere di Bernhard, Beckett e Bowles -, impregnata di tetro umorismo, sempre in bilico tra realtà e nonsenso.

Attirata da un tema focale d’impatto e da una copertina “strana” ho iniziato a leggere questo romanzo ma, subito, mi si è arricciato il naso. Lo stile narrativo è simile a un monologo discorsivo, un flusso di coscienza che si divincola tra emozioni d’infanzia, attimi di tormentato quotidiano contemporaneo e riflessi in uno specchio inesistente. Questi “ingredienti” mi piacciono sempre, di più, sono proprio quelli che prediligo.

E allora cosa mi impediva di lasciarmi scivolare dentro la trama?

Mi sentivo un po’ stranita, a dire la verità. Nonostante qualche cosa mi attirasse parecchio (le persone problematiche hanno sempre questo effetto su di me) e il ritmo fosse buono, a farmi arricciare il naso, inizialmente, era la punteggiatura usata in modo non classico, non convenzionale. I discorsi non sono definiti né dentro caporali né dentro virgolette (cosa che sarebbe scorretta ma almeno sarebbe consolante) – quei benedetti “?” subito seguiti dalla virgola mi facevano venire una leggera orticaria! – in generale, comunque, le virgole mi parevano seguire un percorso talmente personale da smarrirsi rendendosi “non pervenute”. Poi no, poi più leggevo più mi sembravano messe in modo magistrale! Curioso…

La genialità di uno scrittore si vede anche quando scardina le regole, è vero, eppure in questo caso ho avuto difficoltà nel mettere questi aspetti – voluti – in secondo piano. Sul “voluti” mi sarei dovuta maggiormente soffermare per poter, più agevolmente, riporre le reticenze, poiché questa è la differenza tra chi sbaglia perché ci mette poca cura e chi sposta le regole per definire un personaggio o una voce narrante.

Inoltre…

Nel 2018, la Cottrell ha ricevuto il Whiting Award per la narrativa, riconoscimento che viene assegnato agli scrittori esordienti di spicco. Il comitato di selezione pare aver sottolineato, in particolare, che la scrittura della Cottrell “apre nuove linee di interrogazione nei vecchi interrogativi sull’identità“.

Da una parte ero attratta e dall’altra respinta, comunque ero invogliata a proseguire.

E sono arrivata alla fine.

E ho capito il perché di ogni singola scelta.

Ho capito la protagonista. Ho capito il contesto. Ho capito suo fratello. Ho capito i suoi genitori. Ho provato simpatia e antipatia, repulsione e tenerezza, vicinanza e distacco, paura e coraggio. Ho iniziato a immaginarla seduta sul lettino, durante una seduta di psicanalisi. Ho iniziato a scorgere, io, indizi su di lei e sul suo mondo.

Simboli nascosti sotto le pieghe di giorni di dolore.

Helen, la protagonista, ha – come suo fratello adottivo – genitori adottivi.

Ci sono queste benedette radici che ci riportano in tempi dimenticati di proposito o, di proposito, chiesti indietro. Fili che si annodano nel retro della trama, scorrendo paralleli o ingarbugliandosi.

Non girarla la stoffa, se non vuoi vedere i nodi! Girala se vuoi affrontare il tuo “dietro le quinte”!

Lo scrivo subito: io non ho amato la protagonista di questo romanzo, Helen “Sorella Affidabilità”, non l’ho amata perché… perché a volerlo spiegare con parole sue, dovrei scrivere: non l’ho amata perché: “Helen Sorella affidabilità” stò cazzo! Scusate il disturbo, sono stata poco edulcorata e nei miei articoli cerco di non cadere mai in questi “francesismi” 😉 – anche se fanno più like delle corrispettive formule più raffinate! – il fatto è che Helen è così: brusca, diretta, schietta, irriverente, sfacciata, a volte sboccata, disturbante… ecco, sì, Helen è disturbata e disturbante. Dall’inizio alla fine.

Rifletto e penso che se un’autrice è riuscita a caratterizzarla così bene in questo, chapeau!

Una cosa, in comune con Helen, ce l’ho:

“Mi ero sempre immedesimata con le vittime, gli sfortunati, i colonizzati, gli accattoni e i sempliciotti, i batteri nella spugna, le zanzare e le formiche” -Scusate il disturbo, Patty Yumi Cottrell”

Helen cita Lispector, Kafka, Bernhard, legge Jane Austen e George Eliot; pensa che le zitelle siano donne interessanti – di questo son convinta pure io! – Helen ama camminare. Helen cerca indizi. Helen vuole risposte. Helen ha dei sensi di colpa ma non ha il coraggio per guardarli in faccia.

Helen… Helen abita l’abisso che ha dentro, catalogando tutto in modo maniacale per non affogare, sta a galla facendo finta che parte del suo mondo non esista. Questo libro è la sua – ma non solo sua – discesa fisica sepolta nel suo subconscio.

Helen, Helen, Helen. Helen al centro del suo mondo senza centro.

“(…) adesso che avevo trascorso del tempo a casa con loro vedevo tutte le falle di quel ragionamento. Era come un gruviera. Merda. Anch’io ho le mani sporche di sangue?, mi chiesi. No, io le mani me le sono disinfettate.” – Scusate il disturbo, Patty Yumi Cottrell”

Poi il fratello adottivo di Helen, all’interno di un documento di cui non vi scrivo nulla perché farei spoiler, mi ha messo lì un due parole circa sua sorella adottiva (ridondo con il termine “adottiv*” perché è la voce narrante stessa a farlo), che mi hanno fatto accostare meglio alcuni pezzi di puzzle.

Suo fratello adottivo…

Ecco un protagonista, per ovvie e infauste ragioni “assente”, verso cui ho provato vicinanza e tenerezza. Lui così fissato con gli alberi – e io che penso, leggendo, benedette radici! – Lui che non ha coraggio, poi lo trova, sposta i propri limiti, tiene premuto il tasto Rewind e, quando premere Play sarebbe la soluzione più ovvia, salta il passaggio e preme Forward, scombinando tutto. E poi va a un ballo, vestito col frac. Un ballo da cui farà ritorno attraverso altre persone, attraverso i più bisognosi, attraverso gli ultimi nella lista della speranza.

Bugie…

Sono giunta alla fine e farlo mi è dispiaciuto.

Si tratta davvero di un bel libro.

Certo forte, anticonvenzionale, scomodo, cinico a tratti. Non facile da leggere sotto vari punti di vista, emotivi per lo più.

Un libro che riporta l’attenzione sui singoli individui, sui vissuti diversi, sul dolore esistenziale, dolore difficilmente catalogabile; un libro scomodo perché affronta il tema del suicidio in modo quasi brusco; scomodo perché scomoda e la protagonista… scomoda nella sua esistenza. E, infine, scomodo perché tocca anche il tema dell’adozione puntando il faro su figli adottivi infelici, che pregano per aver la pelle bianca e la strada un po’ più leggera.

Chiudo l’articolo con una citazione tratta dal libro, una riflessione di Helen che calza a pennello con il romanzo della Cottrell:

“(…) Perché la vita non è poesia; la vita somiglia a una storia inventata, somiglia alle tragedie scritte dai greci, i nostri padri pensatori!” – Scusate il disturbo.

Mi piace sempre scoprirmi a cambiare l’impressione iniziale! Consiglio la lettura di questo romanzo.

Lisa.

Puoi leggere l’incipit

qui

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