“Il confine del paradiso” di Esmé Weijun Wang

recensione, Il confine del paradiso, Esmé Weijun Wang, Lindau, letteratura contemporanea, pazzia, manicomio, suicidio

Parto subito così, senza preamboli, specifiche o giri di parole – semmai tutte queste cose le scriverò poi – questo è uno dei libri più potenti che ho letto quest’anno – e forse anche l’anno scorso!

Il confine del paradiso” è schietto, duro, diretto… è un pugno sotto lo sterno, ti toglie il fiato. Lo fa e basta. Non può non farlo!

Anticonvenzionale, scomodo, eticamente scorretto, impudico (ma mai volgare) corrosivo come una goccia di Coca Cola sul bicarbonato. Scompone, disgrega, spiazza.

Ok, ora è il momento di rallentarmi lo scriver di getto che mi fa scrivere solo “di pancia” a lettura terminata; ora è giunto quel rimandato momento dei preamboli, delle specifiche e delle riflessioni.

Scritto, magistralmente, dalla saggista e scrittrice statunitense Esmé Weijun Wang “Il confine del paradiso” è edito dalla Lindau sul finire del 2018.

Tanto per capire la portata del romanzo, ecco la Sinossi:

Per i Nowak, proprietari di una celebre fabbrica di pianoforti nella Brooklyn del dopoguerra, il sogno americano sembra essersi realizzato. Hanno un solo problema: David, il loro unico figlio. Bello e timido, sin dall’infanzia deve fare i conti con le proprie nevrosi. Se non fosse per Marianne, suo primo grande amore, la vita gli risulterebbe intollerabile.
Alla morte del padre David vende l’azienda e, quando anche il rapporto con Marianne diventa impossibile, inizia a viaggiare per il mondo. A Taiwan, l’incontro con Daisy, l’affascinante figlia della proprietaria di un bordello, segna un punto di svolta. Assieme tornano negli Stati Uniti e comprano una casa nei boschi della California, dove conducono una vita maniacalmente isolata con il loro figlio William. Ma la salute mentale di David continua a peggiorare e la nascita della piccola Gillian darà il via a un tragico corso di eventi che si rivelerà fatale per più di un membro della famiglia. Facendo ricorso a un suggestivo espediente narrativo (ogni capitolo è narrato da un diverso protagonista), Il confine del paradiso, romanzo d’esordio di Esmé Weijun Wang, ci racconta le varie forme che può assumere la malattia mentale – di cui la stessa autrice soffre –, restituendoci un ritratto di famiglia che lascia sconvolti e turbati, ma anche incredibilmente affascinati.

L’ho già scritto prima: Esmé Weijun Wang – qui al suo esordio letterario e anch’ella affetta da disturbo schizofrenico e bipolare – ha scritto un libro disarmante per potenza!

Per l’immagine di copertina di quest’articolo cercavo qualche cosa che evocasse disturbo, prigione, claustrofobia quasi. Ecco perché ho fatto righe nere come sbarre di prigione.

Prigione, inclusione, esclusione, paradiso, inferno… purgatorio non pervenuto; purgatorio non pervenuto perché leggendo si sa che le fiamme dell’inferno sono sempre più dietro più angoli e che gli angoli, ahimè, son sempre più vicini.

Prigioni in cui ci si rinchiude, prigionieri di noi stessi, di malattie inevitabili, di disfunzioni, di connessioni errate nel database in dotazione.

Corto circuito.

Il cielo, con il suo sconfinato spazio aperto, sembra sempre più lontano. Non basta protendere le dita verso il cielo per toccare le nuvole…

Prigione. Prigionia di altri, di un affetto, di un amore sano, di un amore malato. Prigioniera di una cultura diversa, di una lingua ostile che ti si chiude attorno a gabbia. Non hai le chiavi.

Prigioniero della tua insicurezza, di un Dio che ti si rivela nel bosco, di capelli color quasi di cenere. Prigioniero di note musicali, di agnelli, di sacrifici. Prigioniero dalla mano insanguinata.

Prigionieri delle abitudini malsane, di anacronismo imposto sin dalla nascita e per questo considerato “normale”.

Malattie mentali. Malattie mentali. Malattie mentali. Malattie mentali. Malattie mentali.

Fin dove può spingersi – e spingerci – un percepire – o percepito – diverso?

Qual è il limite tra la salute e la malattia? Quanto è giusto perseverare per la propria, tranquilla, sicurezza?

Pur che i passerotti stian sempre nel nido…

Un romanzo corale – io adoro i diversi punti di vista veicolati da diverse voci narranti – che ci immerge in una America che va dal dopoguerra agli anni 70, ma che ci porta anche in una Taiwan sporca, brulicante, viziosa, impura, spregiudicata, bisognosa, testarda, tenace, spietata, umida.

Contrasti. Necessità. Bisogni. Speranze. Incomunicabilità culturale nascosta sotto un vestito da “Colazione da Tiffany”.

Un filo di perle bianche, un pianoforte rinomato, soldi, pugno di terra, polvere, cenere… in loop.

Lotta per la propria salvezza, qualsiasi accezione abbia il termine “salvezza”. Qualsiasi sia il punto di arrivo.

Un libro di disperazioni varie, molteplici, sfumate, acquerellate o tratteggiate con spesse righe di nero inchiostro.

“Quando tornò dal Minnesota ebbi l’impressione che fosse stata assorbita dal freddo di lassù, e che le fosse diventato impossibile materializzarsi pienamente in carne e ossa anzichè sotto forma di soffice acqua gelida. – Il giardino delle parole.

(…) allora sentii un minuscolo puntolino di odio all’interno della gabbia toracica, dove viveva tutto il mio amore per lei, e ben presto entrambi stavamo urlando, stupiti e impotenti e disorientati. – Il confine del paradiso

(…) vedermi negli specchi multipli, vestita come una stella di Hollywood appena uscita da una rivista patinata, fu come vedere una gallina con la testa di una lucertola. – Il confine del paradiso

(…) la sua voce somigliava al guscio incrinato di un uovo da tè, con un intrico di crepe laddove aveva subito dei danni – Il paradiso perduto

Ed è tutto così, credetemi! Meravigliose metafore, esempi, similitudini, paragoni. Parole descrittive. Parole… magistralmente usate da Esmé Weijun Wang!

Perché forse, sia il Paradiso sia l’Inferno, non hanno confini.

Perché forse Paradiso e Inferno possono mal conviverci in testa.

Se vuoi leggere l’estratto, potrai farlo

qui

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