“Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin

"Cambiare l'acqua ai fiori" Valérie Perrin recensione

Con dispiacere, l’altro giorno, ho terminato la lettura di “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin, edizioni e/o. traduzione di Alberto Bracci Testasecca, ventinovesima ristampa ottobre 2020.

Vincitore nel 2018 del prix maison de la Presse, presieduto da Michel Bussi, con la seguente motivazione: “Un romanzo sensibile, un libro che vi porta dalle lacrime alle risate con personaggi divertenti e commoventi”.

Solitamente quando il titolo di un libro mi rimbalza continuamente davanti agli occhi, l’effetto che ha su di me non è proprio quello di una calamita, anzi. Temo il clamore mediatico, temo la delusione, temo la troppa pubblicità.

Invece stavolta, su suggerimento di mio cugino – che con i miei gusti non sbaglia mai! – ho iniziato questo corposo romanzo (altra cosa che mi spaventa un po’: le troppe pagine) e mi sono ritrovata a leggere 486 pagine in un soffio!

Per i pochi che ancora non conoscono la trama di questo libro:

Violette Toussaint è guardiana di un cimitero di una cittadina della Borgogna. Ricorda un po’ Renée, la protagonista dell’Eleganza del riccio, perché come lei nasconde dietro un’apparenza sciatta una grande personalità e una storia piena di misteri. Durante le visite ai loro cari, tante persone vengono a trovare nella sua casetta questa bella donna, solare, dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, è sempre pronta a offrire un caffè caldo o un cordiale. Un giorno un poliziotto arrivato da Marsiglia si presenta con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino nella tomba di uno sconosciuto signore del posto. Da quel momento le cose prendono una piega inattesa, emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti e certe anime che parevano nere si rivelano luminose.

Innanzitutto devo ammetterlo: ero caduta in uno stereotipo immaginandomi la protagonista, guardiana di un cimitero, come una donna di età avanzata, con gonna alle ginocchia, ciabatte ai piedi e bigodini in testa. Mi sbagliavo, ovviamente, e scoprirlo è stato bello.

In questo romanzo non è racchiusa solamente una storia, bensì ce ne sono molte e tutte sono piene di sfumature. Ogni nome è un pezzo del puzzle che calpesta il suolo dell’umanità.

Ad aprire ogni capitolo, particolari epitaffi e versi di canzoni si passano di volta in volta il testimone, quasi fossero un unico filo rossa che accompagna il lettore sino alla fine della lettura.

Si piange; tra queste pagine il cuore, spesso, si attorciglia al filo della vita e della morte, colpi di scena ribaltano un quotidiano già difficile di suo.

Senti il rumore del treno, saluta con la mano, guarda i passeggeri e gioca a indovinarne la vita.

Indovinarne la vita…

Questo libro mette sul fuoco ingredienti tra i più disparati; disparati eppur uniti dentro questo nostro vivere comune.

L’apparenza è ciò che appare, che è visibile, ma che può anche non corrispondere alla realtà.

Di capitolo in capitolo cambia il protagonista, cambia la voce narrante, cambia il punto di vista e così ci si scopre addentro giorni diversamente percepiti giacché diverso è il vissuto pregresso.

Violette Trenet è sposata con Philippe Toussaint, personaggio che ho davvero, in più d’un punto, detestato. Eppure… eppure sono arrivata alla fine non a giustificarlo – ci mancherebbe pure! – ma a codificarne gli atteggiamenti dando loro connotazioni più o meno logiche.

Ci sono molti dolori al mondo, molti strappi, molti tipi di violenze (la maggior parte di essi è narrata in questo libro) e altrettanti sono i modi per affrontarli, o meno.

Il dolore lo si può guardare in faccia, a lui si posson mettere delle maschere ingannevoli per farcelo sembrare meno graffiante; lo si può appoggiare sul tavolo di cristallo, come un teschio beffardo che, dal centro del salotto, ci guarda senza sosta, tenendoci in pugno, soggiogandoci. Lo possiamo vestire di piume o di armature di ferro.

Il dolore possiamo farcelo amico o nemico.

Il dolore, fosse un colore, quale sarebbe? E la serenità?

(…) Salgo in camera e apro l’armadio inverno per prendere una vestaglia. Ho due guardaroba, uno lo chiamo “inverno” e l’altro “estate”, ma non c’entrano le stagioni, c’entrano le circostanze. L’armadio inverno contiene solo vestiti classici e scuri destinati agli altri, l’armadio estate solo vestiti chiari e colorati destinati a me stessa. Indosso l’estate sotto l’inverno, e quando sono sola mi tolgo l’inverno.
Così mi infilo una vestaglia grigia imbottita sopra l’elegante vestaglietta di seta rosa e scendo ad aprire. – Cambiare l’acqua ai fiori, Valérie Perrin

Violette indossa, consapevolmente, l’estate sotto l’inverno. Una cosa è ciò che vuol comunicare, un’altra è ciò che realmente è! Ed è protettiva verso questo suo essere; custodisce la sua solarità, fatta di fiori rossi o sete color della cipria, sotto vestiti dal colore del cielo plumbeo e severo. Crescendo – non d’età ma di consapevolezza – ha imparato a non indossare scarpe di ginnastica, Jeans e felpa. Ha imparato a conoscersi, rispettarsi, amarsi.

Nei romanzi Vita e Morte si spalleggiano spesso – per non dire sempre! – ma a distinguere la buona letteratura da quella mediocre – o scarsa – è lo stile, il registro con cui l’autore – o l’autrice – dispiega le storie sotto lo sguardo del lettore. La Perrin ha una penna delicatissima, rispettosa, leggera come possono esserlo i petali di un fiore; mai smielata, mai ridondante, mai eccessiva… nemmeno quando ciò che descrive è tutt’altro che un profumo di torta di mele. Certi passaggi sono emotivamente difficili – o almeno questo lo è stato per me – eppure mai sono disturbanti, volgari, ingiusti, eticamente scorretti.

Se si sa scrivere, si può farlo su qualsiasi argomento senza mai smettere di risultare eleganti!

Un’altra cosa che ho amato, durante questa lettura, è la generosissima presenza di elenchi; ne ho letti di semplici, articolati, complessi e annidati. Se fatti bene, se scritti con stile, sono un ottimo mezzo per aumentare l’empatia con il lettore. L’importante è non farli assomigliare all’elenco della spesa o alla posologia di un farmaco, ma non è questo il caso! Valérie Perrin sa creare un ottimo ritmo narrativo anche descrivendo la calma, a volte statica, di una scena domestica, di uno stanco raggio di sole, di un gatto che si stiracchia, del ciuffo di una carota che non vuol spuntare, delle coccinelle contro gli afidi, dei metri di mussola bianca dentro il baule, di una teiera di ghisa sulla mensola, di un biglietto con sopra un elenco di nomi.

Non è un romanzo lento, non è un romanzo d’avventura; sono pagine di emozioni riportanti dei nomi in copertina, storie di viaggi su una Panda rossa, su un treno, su una maledetta moto; storie con diverse destinazioni: l’evasione, il Paradiso, il centro di sé.

Storie di schiaffi in faccia, di resilienza, di abbandono, di lacrime e risate, di piscine di plastica, di salinità marina sulla pelle; storie di violenze, di abbracci, di rancori, ammutinamenti, chiusure, fughe; storie di amicizie, confidenze, bicchieri di porto e orribili bamboline souvenir; storie di fede o di agnosticismo; storie di musiche incessantemente in testa o di libri con cui imparare a leggere; storie di metamorfosi, di bachi in bozzolo, di ali di farfalla da formare, proteggere, liberare.

La verità… la verità prima o poi spiega le ali.

Serve davvero che lo scriva: se non lo avete ancora letto, ponetevi rimedio!

Al link, potete leggerne un’anteprima:

Cambiare l’acqua ai fiori – Valérie Perrin

se vi va, ovvio!

Alcuni dei tanti passaggi che ho sottolineato:

  • Imparate a dare assenza a chi non ha capito l’importanza della vostra presenza
  • Solo quando si vive quello che sto vivendo io si capisce che va tutto bene, che niente è grave, che l’essere umano ha una capacità inaudita di ricostruirsi e cauterizzarsi, come se avesse vari strati di pelle uno sull’altro, vite sovrapposte e altre di scorta, e che i magazzini dell’oblio sono illimitati.
  • Altre vite oltre la mia. Essendosi spenta la vita principale il vulcano era morto, ma sentivo crescere dentro di me ramificazioni e controviali, sentivo quel che seminavo. Mi inseminavo. Eppure la terra desertica di cui ero fatta era molto più povera di quella dell’orto del cimitero, era una pietraia. Ma un filo d’erba può crescere ovunque, e io ero fatta di quell’ovunque. Sì, una radice può attecchire anche nel catrame, basta una microfessura per far penetrare la vita all’interno dell’impossibile. Un po’ di pioggia, un po’ di sole, e spuntano germogli venuti da chissà dove, forse portati dal vento.
  • Noi due insieme facciamo tutti i romanzi di Victor Hugo riuniti, un’antologia di grandi sventure, piccole felicità e speranze
  • «L’edera soffoca gli alberi, Violette, non dimenticare mai di tagliarla, mai. Appena i pensieri ti portano verso le tenebre prendi la cesoia e taglia via la tristezza».

4 risposte a "“Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin"

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    1. Ho letto che i pareri riguardo questo romanzo sono parecchio discordanti – del resto, per fortuna, è giusto che ognuno abbia i propri gusti e le proprie opinioni. Più di qualcuno non concorda con la “redenzione” del marito… io trovo che, invece, sia un valore aggiunto. Così mi è stato permesso di “entrare” dentro un POV diverso dal consueto, dentro un “vivere” che, logicamente, a tratti ho detestato. Ovviamente non sono giunta alla fine giustificando certi atteggiamenti – nemmeno avrei dovuto farlo, del resto – ma ho avuto modo di contestualizzare. Trovo che si tratti davvero di un romanzo a 360 gradi, bellissimo.

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