“Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie” di Alec Bogdanovic

"Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie" di Alec Bogdanovic, recensione libro

Lo ammetto, non so bene come iniziare a scrivere le impressioni scaturite da questa lettura, non so ancora che registro usare e nemmeno so dove andrò a parare. Delle volte è meglio non pensarci troppo, altrimenti poi mi prende l’ansia e il cane va avanti mordendosi la coda.

Questa, comunque, è una lettura che mi ha un po’ disturbata, ma credo sia un effetto voluto dall’autore. O almeno lo spero.

Innanzitutto, tanto basica ed elementare è la copertina quanto quasi ipnotico è il titolo e la commistione di questi due elementi la trovo vincente; il titolo – seppur lungo – resta impresso ed è decisamente ben congegnato l’insieme.

La sinossi ve la riporto subito, così poi parto direttamente con le cose che mi son piaciute e quelle che mi sono risultate disturbanti:

La depressione è il male della nostra epoca. È la malattia più diffusa al mondo ed è la più temuta dopo il cancro. Il nostro anti-eroe ci si imbatte nell’adolescenza e cerca di liberarsene con la disciplina e il metodo di un ricercatore, peccato che la cavia da laboratorio sia lui stesso. Finirà così per autocondannarsi a un’interminabile escalation di sfortune e miserie umane: queste daranno corpo a un romanzo di formazione in cui tragedia e commedia si intersecano e fondono fino a diventare del tutto indistinguibili.

E anche per quanto riguarda la sinossi, direi, ci siamo. Specialmente se appartenete al club degli ansiosi da che ne avete memoria, beh, come me avrete la curiosità di conoscere questo “compagno di patemi”.

E così ho iniziato a leggere il libro di formazione di Alec Bogdanovic.

Dopo un’originale prefazione che – contrariamente a quanto anticipato dallo scrivente – ho letto con piacere, mi sono ritrovata in questo mondo in cui l’anti-eroe di Bogdanovic vive.

Grazie a un registro narrativo fluido, a frasi costruite con semplicità ma in modo impeccabile e a “ingredienti” furbi che aumentano l’empatia con il lettore sensibile, mi sono ritrovata a leggere sorridendo per gran parte della prima metà del libro.

Ma poi…

Poi ho iniziato, piano piano, a infastidirmi e adesso ve ne spiego il motivo:

L’intelligenza dell’autore è palese, “esce” dalla struttura del romanzo, dal suo modo di esporre la trama, dagli scatti temporali, dalle argomentazioni, dalla carne che ha messo sul fuoco, dagli accenti e dalle evidenziazioni riportate nel libro… e quindi, mi chiedo, perché “tutta quella “tanta” bassezza?

Jaques Lacan diceva che “Il linguaggio, prima di significare qualcosa, significa per qualcuno.” e ciò sta a significare che quando si imposta il registro narrativo di un romanzo, il linguaggio scelto deve, auspicabilmente, essere fedele al contesto socio-culturale che nel libro si vuol rappresentare; se decidiamo attraverso la scrittura di dar vita a personaggi vittoriani, per esempio, non possiamo farli parlare con uno slang metropolitano odierno; stessa cosa, ovviamente, al contrario. Il punto, quindi, è che un lessico “provocante” può essere corretto se ben contestualizzato.

Ok, fin qui ci siamo: il romanzo di Bogdanovic è ambientato ai giorni nostri e quindi il lessico posso anche accettare sia non fine ed edulcorato – anche se a me, personalmente, l’eleganza lessicale non fa mai storcere il naso!

Questo libro però è un continuum di parole irriverenti, eticamente scorrette – anzi, eticamente scorrettissime! – epiteti, denigrazioni, bassezze e sgambetti al lettore. Più di una volta, la tentazione di non proseguire la lettura, stava per avvincermi… però la curiosità di proseguire era più forte. Sarà stato il famoso potere attrattivo del trash? Ma, accidenti, la sostanza di questo libro, “trash” non è di certo! Ecco perché mi sono sentita disturbata leggendo questo libro – che non ha la struttura di un romanzo – ho sentito, al contempo, un potere attrattivo e uno repellente. Sinceramente? Sinceramente non mi è mai capitata, durante una lettura, una dissonanza tale tra il “percepito” e il “palese”.

Chi, con competenza e cognizione di causa, sceglie di utilizzare certa terminologia all’interno del proprio libro, lo fa perché vuol rendere il registro lessicale emblematico di un contesto sociale. Difficilissimo però, per tutti gli audaci che si cimentano con questo stile, dosare correttamente “tutti gli ingredienti” giacché, non conoscendo – né fisicamente né caratterialmente – il lettore, il “troppo” rischia di essere sempre dietro l’angolo! Sarà che io ho sempre troppo rispetto per chi mi legge e dovrei, forse, iniziare a fregarmene un po’, chissà!

Credo, come ho già scritto sopra, che l’autore sia una persona assolutamente non basica, di certo non tanto quanto il linguaggio da lui scelto anzi, la sua intelligenza trapela senza fatica da ciò che scrive quindi deduco che l’effetto sia voluto, provocato di proposito. Non mi spiego altrimenti questa scelta stilistica eccessiva.

Forse, tirando le somme, state pensando che io stia sconsigliando questo libro… non è così. A molti è piaciuto proprio questa schiettezza terminologica di cui ho parlato.

Diciamo che lo consiglio se non siete perbenisti, se non siete “eticamente corretti in modo ferreo“, se volete “testare” la vostra tolleranza circa uno stile espositivo che fa uscire dalla classica comfort-zone del lettore, se riuscite a non fermarvi alle apparenze, se non siete accanite femministe, se volete leggere la storia di un ansioso raccontata in modo insolito e bizzarro, se vi va di mettere il dito nella piaga, se siete un maschio con problemi di ansia da prestazione, se siete una femmina che di certi problemi maschili non ha mai letto nulla, se siete vittima di stereotipi o se con stereotipi ragionate… insomma, se riuscite a entrare dentro un libro che le buone maniere le lascia sullo zerbino di casa, ecco, questo libro, allora, ve lo consiglio senza esitazione. Che l’autore sappia il fatto suo è evidente!

P.s: l’autore penso sia anche dotato di una buona vena comica; su Bruf e Gnarf (protagonisti di un capitolo ma citati in più parti del libro) leggerei un libro intero! Il loro inserimento all’interno di questo breve romanzo, trovo sia una genialata!

Come al solito, vi lascio il link al quale poter leggere l’anteprima 😉 :

Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie

2 risposte a "“Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie” di Alec Bogdanovic"

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  1. Se il linguaggio è coerente con l’argomento narrativo non infastidisce, secondo me.
    Nel mio libro “Storie senza mutande” ho usato termini esplici, a tratti pornografici, però è coerente perché si tratta di racconti erotici e il lattore è avvisato già nella presentazione.

    "Mi piace"

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