“Scusate la polvere” di Paolo Patui

"Scusate la polvere"W di Paolo Patui, scrittore ffriulano. Il libro è edito con Bottega Errante Edizioni, 2019.

Scusate la polvere. Cimiteri, sospiri e piccoli miracoli” di Paolo Patui, edito Bottega Errante Edizioni nel 2019.

Non serve avere l’animo gotico per sentire l’energia che nei cimiteri si sprigiona. Sin da sempre – e in fondo all’articolo sarà meglio spiegato – ho sempre pensato che queste “case in cui si riposa” siano luoghi pregni di Vita, di sensazioni, di fruscii di rami, carezze di cipressi, brezze leggere che ti fanno rabbrividire la nuca. Luoghi imbevuti d’anima… e non serve scomodare psicosi, passioni macabre, sussurri demoniaci, richiami angelici. Non serve immaginarsi in arcigni personaggi che grufolano tra le tombe accarezzando croci di legno con unghie laccate di nero. A seconda della fede, più o meno presente nelle persone, può trattarsi anche, semplicemente, di Ascolto, Rispetto, Dignità, Sensibilità. Di Narrazione.

Sinossi:

Guidato da un improbabile custode, assillato da un presunto amico runner che circumnaviga i camposanti, stuzzicato dal gothic dark style di una studentessa, un narratore svagato e spaventato ravviva storie sepolte, scopre necropoli insolite, entra nella penombra misteriosa del cimitero dei “senza nome” immerso in una foresta berlinese, si trasferisce nel Fairview Cemetery che accoglie i naufraghi del Titanic o nell’abbandono totale del cimitero di San Finocchi a Volterra, destinato esclusivamente agli ospiti del locale manicomio. Partendo spesso dal cimitero di San Vito a Udine, scopre riti di sepoltura sconosciuti all’Occidente, come quello indonesiano che restituisce i defunti alla natura deponendoli nell’incavo di un albero. Viaggia in un percorso che pare buio, oscuro, tenebroso, e che si apre invece a un abbraccio infinito, fraterno e universale con le vite perdute, i sorrisi dimenticati, le speranze realizzate e sminuzzate dal grande mistero dell’esistenza. Nel libro si va alla scoperta delle storie di chi è sepolto nei più famosi cimiteri del mondo come nei piccoli camposanti di provincia. Un libro che racconta uno dei luoghi più sacri della nostra cultura e lo fa in modo leggero, a volte ironico, spesso malinconico. Si va dal cimitero parigino di Père-Lachaise in cui riposano Jim Morrison e Oscar Wilde, a piccole storie felici o tragiche, conservate nel camposanto di Udine, come in quelli minuscoli di Santa Marizza di Varmo o della Pieve di Gorto.

Chi è Paolo Patui?

Immagine presa dal sito: San Daniele magazine

Paolo Patui è un insegnante in pensione, ideatore della rassegna Leggermente che da quindici anni si tiene a San Daniele del Friuli, ormai nota a livello nazionale. Con Elio Bartolini ha scritto per il teatro Bigatis e ha tradotto in friulano per la RAI regionale le puntate di Lupo Alberto e della Pimpa. Dopo aver adattato al mondo friulano Maratona di New York ha abbandonato la corsa a piedi a favore della bicicletta, come testimoniato dal suo Decalogo semiserio di un ciclista anomalo (Ediciclo, 2018). Il suo Volevamo essere i tupamaros e altri racconti di pallone (Kappa Vu, 2005), è stato definito da Gianni Mura come “cinque racconti di calcio che sarebbero piaciuti a Pasolini”. Nonostante vaghi spesso per cimiteri perduti scrive e racconta sorridendo a sé e ai lettori.

E ora che i convenevoli li abbiamo fatti, sediamoci un attimo e parliamo un po’ di questo romanzo.

Qualcuno, lo immagino facilmente, alla parola “cimitero” in copertina, avrà sentito un brivido repulsivo. Peccato.

Vero è che in queste “case di riposo” senza scadenza – o quasi, senza scadenza – si entra spesso facendosi il segno della croce; pregando l’eterno riposo per tutti passando sotto l’arcata d’ingresso; chinando il capo e versando copiose lacrime se abbiamo il cuore stretto da una morsa di dolore troppo fresco. Luogo in cui il colore predominante è quello del marmoreo grigiore, delle rose di plastica sbiadite, dei cipressi nani secchi – che sia estate o che sia inverno. Luoghi di decadenza. Luoghi non certo di Vita. Luoghi che a molti fanno paura, mettendo addosso un’inquietudine che, senza forse, cela una mancata metabolizzazione di ulteriori concetti. La paura della Morte, delle Separazioni, del Silenzio… e certo! Il silenzio è la sinfonia che sempre circola tra le foto sorridenti di persone sconosciute che paiono seguirci mentre facciamo scricchiolare le nostre suole sulla ghiaia. Il Silenzio spaventa. Il Silenzio bisogna saperlo abitare!

Io, talvolta, uso lo smalto nero sulle unghie ma non perché mossa da Tanphophilia, semplicemente perché lo trovo un colore elegante. Non faccio scendere lacrime di pastoso colore rosso dall’interno dell’occhio; non ho tatuaggi gotici e il Necronomicon di Lovecraft non è la mia Bibbia (nemmeno l’ho letto, nemmeno è nella mia libreria e, se devo dirla tutta, un po’ mi fa paura averlo nominato all’interno dell’articolo 😉 ). Prima di questo libro non ero una che “praticava” Tombstone Tourism (assurdo, scopro ora che, durante la pandemia, c’è stato un boom di questo turismo motivato da passeggiate senza rischio assembramento… !) ma non nego che, appunti – tratti dalla lettura – alla mano, mi sono segnata un paio di posti in cui andare per respirare tratti della Vita narrata.

Perché?

Perché Patui ha scritto un libro delicatissimo che sottolina ciò che da sempre è il mio – ma non solo mio, ovvio! – pensiero. Il filosofico concetto di Vita e Morte è da sempre motivo di diatribe, dibattiti, eterne discussioni… e su questo ognuno, giustamente, ha il proprio pensiero e non è questo l’articolo in cui dilungarci su queste “cose”.

Qui scrivo che, tra le pagine di questo romanzo, evidente è la Vita che pullula in un luogo di staticità eterna. Luoghi confinati, a volte estremamente limitati, claustrofobici, lapidari, interrati, senza ossigeno, diventano quasi un ossimoro se narrati con parole che si uniscono creando fili d’aquilone. Alzi lo sguardo e sopra di te, un cielo infinito, che abbraccia il tuo sguardo, e oltre. Verticalità di dignitosi Cipressi, rettitudine… memoria? Volgi lo sguardo e sei circondato da simbologie importanti. Segni, tratti, passaggi, epitaffi, orme, impronte. Suggestioni. Narrazioni. Storie. Vite.

Perché sì, oltre all’Arte – che in certi Cimiteri è abbagliante – a guardarci da quelle foto ovali, circondate da cornicette dorate – che andrebbero spolverate più spesso – in tinta con i vasi votivi, ci sono sguardi di persone che la vita l’hanno abitata, diventando parte della Storia Collettiva.

Angeli, statuette, cimiteri, dolcezza

Patui ha narrato storie (vere, in un caso ho cercato su Internet), incontri suggestivi, particolari, irriverenti, fastidiosi, a volte. Ha narrato di gocce di pioggia che sgocciolano da bigi pastrani (oh caro Custode, caro Custode che Custodisce! A metà libro avevo iniziato a immaginare la tua identità, ma alla fine mi hai stretto il cuore!) e io, quelle gocce simili a stille lacrimali, le ho viste leggendo, ne ho sentito il rumore quando cadevano sul marmo e ho visto in esse il riflesso di un raggio timido di sole che ne rimaneva impigliato al tramonto.

Sguardi, storie, memorie. Storie di persone umili, piccole, vive in tutti i sensi, che hanno partecipato, facendola, alla Storia, quella gigante, quella che si studia nelle pagine dei libri di scuola. protagonista dei tuoi giorni, o vittima della Morte.

Falce che fischia nell’aria, improvvisa, senza pietà, in attimi di tremendo e prematuro Destino.

Falce che fischia mentre germina il grano nel campo.

Falce che fischia a Sinistra, a Destra, al Centro. Falce rosa, falce rossa, falce nera, falce dai colori arcobaleno.

Falce cieca che azzera le sfumature, i pregiudizi. La memoria scema, col tempo, e i fatti di cui ti sei reso protagonista – nel bene o nell’estremo male – perdono i contorni, si sfumano quasi del tutto, delle volte, sbiadendo al sole come quei tristi fiori immancabili.

Statua, donna, monumentale, memoria, vita, morte, cimitero, arte

Come dice il proverbio, nulla nella vita è certo, tranne la morte e le tasse. Secondo i biologi, gli uomini di Scienza, i Non Credenti in generale, la morte è la cessazione totale dei processi vitali che, inevitabilmente, sopraggiunge per tutti. Questa definizione, però, non descrive adeguatamente cosa sia la morte, non la identifica, non la personifica (e qui, ecco, potremmo partire per un bel dibattitino sul fatto che sia ovvio, o meno, disumanizzare una persona deceduta).

Socrate adesso – sì, ce l’ho tra gli Amici! – mi manderebbe questo messaggio WhatsApp:

Lisa, ricordati sempre che aver paura della morte non è nient’altro che sembrare sapiente senza esserlo, cioè credere di sapere quello che non si sa. Perché nessuno sa se per l’uomo la morte non sia per caso il più grande dei beni, eppure la temono come se sapessero bene che è il più grande dei mali. E credere di sapere quello che non si sa non è veramente la più vergognosa forma di ignoranza?

Gli risponderei così: “Socrate ne abbiamo già parlato allo sfinimento, fino al calare delle palpebre all’alba, lo sai, non temo la mia Morte, temo il Dolore delle lacerazioni, il mio e quello altrui… ”

Ehm… ritorniamo al libro di Patui?

📚Si tratta di una lettura molto soffice, delicata come bianca piuma che si lascia trasportare, leggera, in un luogo confinato eppur senza confini. Con uno stile narrativo che aggancia empaticamente il lettore, Paolo Patui offre attraverso queste pagine, al lettore, viaggi di memorie, d’arte, di architettura, di Storia, di letteratura e filosofia.

Perché la Vita rimane tale attraverso le parole dei ricordi, attraverso il Verbo che segue il ritmo del battito di chi resta.

Il libro e le “mie” parole, frasi, chiave:

Un libro di trasformazione, di nuove nascite in diverse vesti. Pagine di accettazione, di repulsioni, di fughe, di nascondigli. Unghie laccate di nero, gomma da masticare in modo ossessivo, trucco funebre, ciuffo davanti allo sguardo. Maschere, protezioni. Schermature. Dolori profondi. Storie. Foto sorridenti, silenzi, scricchiolii di foglie secche, scricchiolii di ghiaia. Croci. Mancare all’appuntamento con il Mietitore, non farsi trovare, farsi trovare impreparati, è presto, vite verdi ancora bagnate dalla rugiada del mattino, dolore calcificato. Sibilo nell’aria, rumore di lama. Ricordo, sguardo dolce, statua importante, monumentale, umiltà. La Moltitudine è composta dai singoli. I Singoli sono gli uni diversi dagli altri. Rispetto. Decoro. Abbassar di capo. Dolcezza, leggerezza, sensibilità, gratitudine, solidarietà. Incontri, scontri, stupori, rivincite. Occhi aperti. Segnali. Segnali sempre. Segnali ovunque. Solitudine. Chiasso. Collettività. Stesso cielo. Stessa Terra.

👉 Se ne consiglio la lettura?

Sì, certo! L’autore, mentre lo scriveva, ascoltava del buon Jazz o una sonata di pianoforte; vi consiglio di ascoltare la stessa musica, se non vi sentite disturbati dalle mescolanze sensoriali.

Leggi le prime pagine qui

*** E se adesso vi rimangono ancora un mucchietto di secondi, ecco il piccolo aneddoto personale di cui vi ho accennato all’inizio:

Ero una bambina di 6 anni – o poco più – quando, senza avvertire “i grandi”, mi sono allontanata da casa – ovviamente a piedi – e mi sono diretta al cimitero della frazione comunale in cui ancora abito. Perché una bambina se ne è andata, spensierata e colma di buona volontà, in questi luoghi ritenuti tetri e bigi dai più? Quasi fossi stata accompagnata da Robin Hood, volevo portare un po’ di equità in un luogo in cui, chi vi riposava, non godeva dello stesso trattamento! Quando ci andavo (sempre a piedi) con mia nonna (che ora lì riposa da troppi anni!) o con i miei genitori, mi stupivo, infatti, nel vedere tombe con vasi ricolmi di freschi e colorati fiori accanto ad altre, nel peggiore dei casi, senza neppure l’ombra di un vaso; lastre di marmo pulitissime accanto ad altre quasi interamente ricoperte di aghi di pino. E quei volti, quegli sguardi, quelle persone che, sempre, mi guardavano quasi felici di vedermi lì vicino a loro. Sono sempre stata, sin da bambina, ipersensibile e questo ve lo avevo già scritto in precedenza! Tant’è che dovete ora immaginarvi una bambina, armata di scopa, spazzare sopra tombe altrui, riempire d’acqua i flaconi vuoti del Dixan, lasciati al fianco del rubinetto comunale, per dar da bere a fiori e piante assetate e – questo è il fatto più delinquente, lo so! – rubare ai poveri per dare ai ricchi… cioè… rubavo i fiori dalle tombe che ne avevano troppi per metterli dentro ai tristi vasi votivi che ne erano privi. Non fate quella faccia… io ero mossa da bontà d’animo! Pulivo anche, con lo straccio, le cornici e le foto. Ma insomma, solo ora che di stagioni ne sono passate parecchie, capisco lo spavento, il terrore, che devono aver provato i miei genitori non trovandomi in giardino. Solo da pochi anni ho capito la reazione di mio padre, sulla quale sorvolo.

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