“Perché il bambino cuoce nella polenta” – di Aglaja Veteranyi

"Perché il bambino cuoce nella polenta" libro di Aglaja Veteranyi Keller Editore. Recensione  libro

Prima di tutto, a catturare la mia attenzione, è stato il titolo. Perché? Perché mai un bambino dovrebbe “cuocere”? E perché, poi, dovrebbe farlo proprio nella polenta?

Eppure questo titolo, questa copertina color del mais, questo tendone da circo, nel mezzo della cover, tutte le recensione che mi capitavano, minimo un paio di volte al giorno, sotto gli occhi… insomma, a resistervi nemmeno ci ho provato e così, ecco che anche io, insieme a molti altri, ho letto questo libricino dalle dimensioni piccole ma dalla trama senza confine.

Lo sapete: la letteratura che mi narra di mondi altri, di diverse culture, di storie lontane dagli occhi, di tradizioni, di vita che altrove pullula – o latita – ecco, tutto questo su me ha lo stesso potere attrattivo delle calamite.

“Perché il bambino cuoce nella polenta”, edito con la Keller (1° edizione 30 dicembre 2019) di Aglaja Veteranyi, scrittrice romena naturalizzata svizzera; donna dal vissuto travagliato che, nonostante le gratificazione ottenute da adulta ( tra cui: la borsa di studio offerta nel 1998 dal Literarisches Colloquium Berlin, prestigiosa società letteraria, il Premio Adelbert von Chamisso della fondazione Robert Bosch e il Berliner Kunstpreis), l’ha portata a un triste epilogo: all’età di 39 anni si è, infatti, gettata nel lago di Zurigo.

Quanto sia autobiografico questo libro, non lo so, ma molto NON è opera di fantasia, purtroppo.

Dalla seconda/terza di copertina:

La piccola protagonista di questo magico romanzo è figlia di artisti circensi, la sua vera casa sono il tendone di un circo e le tante roulotte che cambiano di paese in paese. Suo padre è clown, acrobata e bandito, ma avrebbe voluto essere una star del cinema mentre sua madre, ogni notte, rimane appesa per i capelli sopra il pubblico e cammina nell’aria. È allora che lei ha paura e teme che alla madre possa accadere qualcosa di brutto. Solo la sorella maggiore riesce a distrarla da questo pensiero spaventoso, raccontandole un’antica favola romena, quella del bambino che cuoce nella polenta. Attorno alla paura della ragazzina si alternano i viaggi, le avventure, le emozioni e lo scintillio festoso della vita circense, ma nei pensieri innocenti e colmi di poesia che riempiono le pagine di questo libro la realtà è ben diversa, tra padri che scompaiono, sogni di una casa fatta di mattoni e senza ruote, fughe e il desiderio di un benessere finalmente raggiunto. Aglaja Veteranyi ci regala un libro toccante, pieno di suoni e frasi memorabili, un incanto in cui il lettore, come la protagonista, si muove tra candore e ironia, tra stupore e senso di una tragedia imminente e possibile. Un grande romanzo sull’infanzia, sulle famiglie, sui sogni e su ciò che sempre portiamo con noi.

Con un incipit in medias res, l’autrice ci colloca subito in mezzo ai pensieri di una innocenza bambina.

“Mi immagino il cielo. È così grande che, per calmarmi, mi addormento subito. Quando mi sveglio, so che Dio è un po’ più piccolo del cielo. Altrimenti pregando ci addormenteremmo continuamente per la paura. Dio parla le lingue straniere? Capisce anche gli stranieri? O forse gli angeli stanno in piccole cabine di vetro e traducono?
E davvero esiste un circo in cielo?
Mamma dice di sì.
Papà ride, lui ha avuto brutte esperienze con Dio.
Se Dio fosse Dio, dice, scenderebbe giù e ci aiuterebbe. Ma perché dovrebbe scendere, se comunque noi più tardi saliamo da Lui?”

Se si inizia sorridendo, come lasciandosi beatamente librare su parole dal suono lirico, poi via via che le pagine scorrono – e gli accadimenti accadono – il sorriso si smorza lasciando posto a una tristezza impossibile da velare. Ci sono vite troppo piene di difficoltà. Ci sono vite che sgomitano per respirare un po’ di quiete.

Ci sono vite…

👉 Dicono sia una favola, questo piccolo libro. Io non lo credo. Le favole hanno sempre un lieto fine.
Senza fare spoiler, ché non è mai mia intenzione – e lo sapete! -, scrivo che ci sono fragilità in divenire all’interno di una mondo sito in un mondo contenuto in un mondo altro.
Eppure siamo tutti umani, tutto locati sullo stesso pianeta.
Con uno stile narrativo molto coinvolgente, l’Autrice mi ha fatto respirare gli odori, gli accadimenti, le paure e le speranze del suo reale vissuto.

Una vita di graffi sull’anima, di coraggio, di “fantasia bambina” per edulcorare una vita di radici aggrappate al vento.

Quanto è importante evadere con la propria immaginazione? Crearsi sfumature diverse da quelle percepite nella realtà? Quanto è salvifico fuggire dal reale dandosi risposte che non trovano appigli?

Appigli.

Radici.

Radici che affondano dentro la terra, creando un legame con l’invisibile. E allora fai un buco a terra, ci infili una cannuccia e dai da bere a un Dio assetato.

E guardi il cielo, speri, canti, giochi, piangi. Hai paura. Hai paura perché tu, di radici, non ne hai. Non ne ha la tua famiglia circense in fuga da un paese sotto dittatura; non ne ha la tua famiglia le cui origini cambiano dettagli a seconda della storia familiare che ti viene narrata al momento. Sei una bambina che per culla non ha un gheriglio solidamente radicato nemmeno con intreccio d’affetto.

Sei una bambina che avrebbe potuto non perdersi. O forse, perdersi, era inevitabile.

Dal momento che non voglio scrivere troppo per non anticipare eccessivamente la trama, ho deciso di aprire il libro a caso – davvero “a caso”, senza cercare post- it o sottolineature varie – e riportarvi ciò che vi è scritto. Lo faccio perché è vero quello che dicono: le frasi a effetto sono moltissime, l’emozione trapela quasi senza sosta da parole accostate tra loro in modo perfettamente combaciante e, qualsiasi sia la pagina che uscirà, ecco, sono certa sarà emblematica circa l’intero libro: si capiranno subito intensità e stile.

Apro.

Pagina 99/209: “La settimana è divisa in giorni lavorativi e fine settimana. Il mercoledì sento dire: Tra poco sarà fine settimana. Nel fine settimana i genitori vengono a prendere i loro bambini. Allora il collegio è quasi muto, solo i neonati e noi. I nostri genitori non vengono. Sono all’estero, dice la signora Hitz. Ma anche qui siamo all’estero, diciamo noi. Quanti esteri ci sono? Nel fine settimana andiamo a camminare in montagna. La signora Hitz sta davanti e noi dietro. Nel bosco bruciamo dei rami e arrostiamo salsicce. Saliamo su delle torri alte per vedere il panorama. Oppure andiamo a nuotare. Io devo buttarmi nell’acqua anche se non so nuotare. Se lo viene a sapere mia madre!”

“La tristezza fa invecchiare. Io sono più vecchia dei bambini all’estero.”

Un libro dolce, a tratti onirico.
Un libro forte, sempre.

Trovi il libro anche qui: “Perché il bambino cuoce nella polenta”

"Perché il bambino cuoce nella polenta" Keller editore

2 risposte a "“Perché il bambino cuoce nella polenta” – di Aglaja Veteranyi"

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