“La Timidezza delle chiome” di Pietro Maroè

Pietro Maroè, "La timidezza delle chiome" libro

Pietro Maroè è un giovane arboricoltore friulano; è perito forestale, studente di ingegneria, tree-climber professionista e fondatore di SuPerAlberi, un team di tecnici con sede a Tarcento (UD) con cui si occupa della cura e della salvaguardia degli alberi monumentali in Italia e nel resto del mondo. Dal 2017 scrive per Rizzoli e “La timidezza delle chiome“, è il suo primo libro.

Da semplice amante della natura quale sono, mi piace affondare lo sguardo dentro libri di questo genere perché sono, per me, come una decodifica di quel che mi circonda e che non mi parla in modo convenzionale. Animo poco scientifico, il mio, ma molto romantico! “La timidezza delle chiome”, con un titolo così empatico, poi!

Leggendo ho scoperto pure la genesi di questa timidezza color clorofilla. L’autore cita infatti – richiamandolo di fatto nel titolo – il fenomeno naturale studiato dal botanico e biologo francese Francis Hallé – specialista delle foreste pluviali tropicali e dell’architettura degli alberi – per il quale alcune specie di piante, soprattutto conifere, hanno la tendenza a non intrecciare le rispettive chiome, lasciando passare una lama di luce, come se fossero talmente timide da non osare avvicinarsi; Hallé ha definito “timide” le chiome già dal 1938.

timidezza delle chiome



Sembra una rete fluviale capovolta, non vi sembra meravigliosamente bella, questa forma di sensibile bellezza?

Fotografia di Mikenorton via Wikimedia Commons

Ed ecco che guardando queste immagini, leggendo certi libri oppure guardandosi, semplicemente, attorno con cuore aperto, sentirsi grandi come un pulviscolo di polvere risulta inevitabile… e sentirmi così, lo ammetto, a me piace un sacco perché attorniata da tanta saggezza – spesso secolare – mi sento protetta, come dentro un gheriglio di noce!

Timida? Credi davvero che una pianta possa essere timida come lo è un essere umano? Che si nasconda? Che non voglia essere disturbata?»
«Sì, sono profondamente convinto che ogni pianta abbia il suo carattere, che certe specie siano più riservate, altre più esuberanti… è solo una questione di rispetto.»
È un caldo pomeriggio estivo, siamo seduti in giardino, se così si può definire la selva che ci circonda. D’altronde è risaputo che le scarpe del calzolaio sono sempre rotte. Sorseggiamo il caffè, ormai tiepido, e ci incamminiamo insieme verso la collina dietro casa, dominata da un boschetto di pini domestici (Pinus pinea L.).
«Sai, quando sono su mi capita spesso di parlare con le piante, e anche il mio modo di fare cambia a seconda dell’albero che sto curando. Ci sono quelli che capiscono che li sto aiutando, altri che mi temono, altri ancora che fanno ostruzionismo, fino a impedirmi di muovermi.» E cosa c’entra con i loro caratteri?»
«Be’, hai studiato psicologia, sai benissimo che a seconda del tipo di carattere che si ha davanti si deve cambiare l’approccio, se si vuole instaurare una comunicazione. Così devo fare io. Devo rassicurare la pianta insicura, mentre devo mostrarmi convinto di quello che faccio se ne ho davanti una esuberante.»
Ci addentriamo nel boschetto, scavalcando i rami caduti dopo l’ultima tromba d’aria. «Credi che ti capiscano? Che parlino anche con te?»
«Abbiamo un modo di comunicare molto diverso, io sono un gran chiacchierone, loro invece sono timide, non parlano mai…» dico ridacchiando.
«Timide? Come fai a dire che sono timide?»
«Guarda…» indico le chiome che ci sovrastavano. Tra un albero e l’altro passa una sottile lama di luce, quasi un «territorio neutrale» dove nessuno osa addentrarsi.
«Vedi? Sono timide!»
Lei ridacchia e ci stendiamo in una piccola radura, osservando la magia di quel luogo, il motivo geometrico del contrasto tra la luce e le chiome ***
(…)*** Credo che la spiegazione della comunicazione tra le piante risieda prevalentemente nel polline. Anche se, con molta probabilità, la motivazione che sto per dare è ancora troppo legata a un modo antropico di vedere il mondo e le sue varie sfaccettature.
Parto dal fatto che una cellula diploide umana (cioè contenente il patrimonio genetico ereditato da entrambi i genitori) contiene informazioni per circa 80 MB, che corrispondono a quarantasei cromosomi e circa ventitremila geni. Il libro che avete in mano, per dare un ordine di grandezza, ne contiene circa 0,5 MB.
La timidezza delle chiome” di Pietro Maroè, Rizzoli.

Amo le piante del mio giardino, amo sfiorarne la corteccia, guardarne le macchioline – senza capirne un granché, lo ammetto! – che magari punteggiano il loro pattern; cerco graffi che credo fatti da unghie di gatti e col polpastrello ne seguo i contorni quasi la mia pelle potesse fungere da cerotto. Su Bianca – ma non solo su Lei – , la mia meravigliosa e regale magnolia di soli 21 anni, spesso si posano merli, passerotti o uccellini dal becco d’argento oppure scorgo file di formiche che, dopo aver “rubato” le briciole che ho messo a terra per gli uccellini, se la svignano col bottino e magari, stordite da chissà ché si arrampicano sugli alberi mentre una farfallina gialla svolazza tra capelli di Magnolia e cappelli di Siepe e io… io sono felice che tutto, dentro un mio angolo di giardino, sia cosmo dentro un cosmo dentro un cosmo…

E questo che mi incanta è SOLO ciò che i miei occhi possono vedere!

Ciò che accade chimicamente, biologicamente o, semplicemente, in modo celato al mio sguardo – chi lo sa se ci sono parassiti dentro i tronchi che guardo? Chi lo sa se sono della pianta amici o nemici, da che parte stanno, a chi danno retta, stanno fungendo da ingegneri – al pari di quelli umani, aeronautici, e stanno alleggerendo anziché ali d’aereo tronchi di vecchie piante? E come non pensare alla terra di cielo… per l’autore, scorgerla, dev’essere stato qualche cosa di indescrivibile a parole! Non fosse stato per quello Scorpione guardiano…

Sono tanti gli argomenti e i suggerimenti di riflessioni all’interno del libro; si va dal filo conduttore generazione che, come linfa, ha alimentato le vene passionali di nonno-padre e figlio (non senza sentimenti contrastanti e difficoltà relazionale tipica di forti legami) – ah, a tal proposito lo devo scrivere: la prefazione di Andrea Maroé è bellissima, delicata, a “cuore esposto”… e, leggendola, capirete perché

… ad argomentazioni più tecniche e strutturate. Molte le cose che si apprendono leggendo questo libro, molte le volte che ho detto a mio marito o ai miei genitori: “Sai, nel libro che sto leggendo, c’è scritto che blablabla, ma tu lo sapevi???”

Ovviamente io ve lo scrivo un po’ così, a modo mio, quasi vi stessi trascrivendo i pensieri di me/Snoopy in fase riflessiva sopra il tetto della cuccia di casa. L’autore, invece, con uno stile fluido, scorrevole e mai troppo pregno di tecnicismi (nonostante, ovviamente, ce ne siano molti) spiega questo e numerosi altri fenomeni appartenente al mondo dell’arboricoltura, all’interno di queste pagine in cui scienza e romanticismo giocano quasi a ping pong.

Un libro, questo, che credo voglia sensibilizzare noi frenetici umani nel rivolgere più attenzione a ciò che ci circonda, e porgendo più attenzione ne trarremo insegnamenti di vita.

Le piante crescono lentamente, la loro vita non avrebbe un limite di scadenza naturale. Possono accogliere, proteggere o difendere. Possono comunicare tra loro e interagire con noi, se noi siamo pronti a provare ad ascoltare.

“La timidezza delle chiome” Pietro Maroè

Per un essere potenzialmente infinito i nostri problemi non sono che una frenesia usurante. Forse potrebbero mostrarci che vivere in un modo diverso è possibile. Proviamo a fare un paragone e, per praticità, usiamo dei numeri tondi. Se un uomo piuttosto longevo può arrivare a cento anni, una pianta può raggiungerne addirittura quattrocento. Significa che vive esattamente quattro volte più di noi. Quello che per gli uomini è un anno, per gli alberi è una stagione.

Nell’ultimo periodo, inerenti a questa tematica, ho letto – e adorato! – anche questi due libri che vi consiglio senza esitare un nano secondo:

Le piante son brutte bestie” di Renato Bruni – di cui ho scritto qui.

La pianta del mondo” di Stefano Mancuso

La vita segreta dei semi” di Jonathan Silvertown, a dire il vero questo saggio non è una mia lettura recente ma lo lessi nel 2018 e, da allora, resta radicato tra i miei preferiti. Ancora non riesco a mangiare fichi senza pensare alla vespa che… ma questo è un altro discorso! Ne ho scritto, comunque, qui.

Libri sulle piante e sui semi
Libro sulle piante

Sinossi: Pietro è un ragazzo di vent’anni che vive sugli alberi. Ci è salito prima di cominciare a camminare e ora cura gli alberi monumentali di mezzo mondo. Li scala, li studia, li ama, parla con i rami (e i rami parlano con lui, giura). In queste pagine racconta quello che succede in cima alle piante gigantesche dell’Australia e nei nostri giardini addomesticati. Perché anche lì, senza che ce ne accorgiamo, si consumano guerre e amori: come quello rasoterra e imprevedibile tra la salvia e il pomodoro. Ma questo libro non parla solo di alberi, parla anche di noi. Perché da quelle querce alte più di trenta metri Pietro guarda il mondo di sotto, il nostro mondo, quello di chi rimane a terra. E racconta cosa gli alberi ci possono insegnare, cosa ci servirebbe per vivere con la loro calma e capacità di adattamento. Pietro ci insegna qui come trovare una misura nuova per il nostro tempo: “Le piante sono lente, molto lente per la rapidità delle nostre vite. E mentre noi, impazienti del mondo di sotto, siamo incapaci di pensare con la misura dei secoli, loro ci vedono passare, ci guardano e sanno”.

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