“Il giardino dalle mille voci” – Ewald Arenz

"Il giardino dalle mille voci" Ewald Arenza, recensione libro Garzanti

Oggi voglio scrivervi di: “Il giardino dalle mille voci” il nuovo libro di narrativa contemporanea di Ewald Arenz, autore e insegnante di bestseller tedesco, pubblicato da Garzanti editore.

208 pagine che, dall’inizio alla fine, avviluppano il lettore con atmosfere bucoliche, agresti, di pura campagna.

La trama: Sally ha diciassette anni e pensa che tutto il mondo sia contro di lei. Fuggire di casa le sembra l’unica soluzione possibile. Non vorrebbe chiedere aiuto a nessuno, ma quando la notte la sorprende si trova di fronte a una fattoria. Ad accoglierla è la timida e taciturna Liss che, senza farle domande, la ospita nella sua grande casa vuota. Il giorno dopo, la donna vorrebbe coinvolgerla nel lavoro dei campi, ma Sally si rifiuta. Finché Liss le apre le porte di un angolo nascosto della sua tenuta: un giardino segreto pieno di rigogliosi alberi da frutto. Sarà lei a insegnare a Sally che solo i cuori più puri possono comprendere la magia della natura. Che sdraiarsi sotto un pero può evocare una dolcezza perduta, assaporare il gusto di un fico portare luce dove c’è troppo buio. Liss non ha mai permesso a nessuno di entrare in quel luogo, ma ha capito che Sally ha bisogno di un rifugio in cui ritrovare sé stessa, dell’abbraccio di quelle foglie e del potere di quei sapori. Forse anche lei, dopo tanto tempo, deve trovare il coraggio di tornarci. Perché il passato e i suoi segreti non possono restare nell’ombra per sempre. Giorno dopo giorno tra le due nasce un’amicizia speciale, un legame unico che dà loro la forza di ricominciare, anche se costa molta fatica. Ma anche il seme deve farsi largo attraverso la terra per germogliare e raggiungere il sole.

Il romanzo parte subito mettendo il lettore dentro la scena – su un vecchio trattore, per la precisione, mentre l’aria tremolava sull’asfalto in cima alla stradina tra i campi e i vigneti.

Lo stile narrativo è descrittivo e minuzioso senza essere tediante, le scene sono sempre “visibili” e camminare al ritmo del cuore di Sally o di Liss non è mai difficile, mai si prova affanno e sempre si è curiosi – o perlomeno questo è accaduto a me – di seguire il percorso evolutivo della storia. Perché i colpi di scena non mancano e non è detto che sempre sia tutto semplice, quando due anime graffiate si incontrano.

Anime graffiate, questo sono le due protagoniste del romanzo. Due donne di età molto diversa, diversa quasi come il loro vissuto… eppure, senza accorgersene, quei fili di ragnatela da cui sono sempre scappate – o da cui, sempre, avrebbero voluto farlo – piano piano intorno a loro si tessono, prima in modo invisibile e poi, via via, sempre più forti ed evidenti. E non c’è zucchero, non c’è miele nauseabondo nel descrivere questo sboccio amicale… anzi! Capita spesso che “chi si somiglia” provi paura nel riconoscersi. Come gocce di pioggia che scivolano vicine ma parallele sul vetro della finestra.

Erano catene flessibili e lacci elastici e reti di gomma, ma più uno cercava di avanzare più tiravano, piano piano trascinavano indietro; di notte quei legami diventavano appiccicosi e pesanti e se uno non teneva la bocca chiusa e non respirava dal naso gli si infilavano dentro. Oppure si attaccavano al cibo, e uno li mandava giù senza accorgersene, come un capello, un capello che non finiva mai e che diventava sempre più spesso e resistente e poi tirava da dentro, finché bisognava vomitare. Per questo a volte era meglio non mangiare.

“Il giardino delle mille voci” – Ewald Arenz

Ci si può sentire diversi e grandi durante l’adolescenza; con troppa sensibilità i malesseri possono divenire unghie che lacerano la pelle. Puoi scappare da tutti, ma non da te stessa.

Ci si può sentire diversi e incalliti nel cuore durante gli anni adulti; i malesseri possono aver bisogno di gabbie dalle lastre di ferro, li si può ingabbiare e poi provare a nasconderli tra i solchi fatti con l’aratro mentre con i ricordi – maledetti ricordi – davanti agli occhi ti passano odori di salsedine, odori di roulotte, di pneumatici che sfregolano sui ciottoli delle stradine bianche di campagna, odori di vento in faccia e mosto zuccherino. Odori di libertà che poi si può scoprire essere libertà, anch’essa, ingabbiata.

Come al mio solito, non voglio anticipare nulla che non sia già presente nella sinossi ufficiale che ho sopra riportato; scrivendo troppo rischierei davvero di inficiarvi la lettura di questo romanzo… perché, perché i fatti sono quelli e vanno letti per ordine! Bellissime le descrizioni ambientali in cui questi fatti – accadimenti potenti – sono adagiati come in mezzo a una culla.

“Il giardino dalle mille voci” si presta a due piani di lettura diversi: lo si può leggere come un bel romanzo che scorre fluido, accattivante e pieno di descrizioni oppure si può prestare attenzione ai molteplici simboli presenti durante la narrazione.

Allacciandosi al pensiero del filosofo francese Paul Ricœur, il simbolo «dà a pensare», perché attraverso la sua immagine evocativa, consegna al pensiero, quasi fosse un prezioso e inesauribile pacchetto, qualcosa su cui, potenzialmente, riflettere all’infinito.

Molti i simboli che, in modo eccellente, ho trovato in questo romanzo e che fanno capo allo stesso sostantivo femminile: Trasformazione

C’è il grano, cereale che resta sopito sotto la terra prima di rivelarsi in primavera; c’è la panificazione… le mani pasta, il movimento delle dita, il pane cibo dei poveri e nutrimento spirituale; gli acini dell’uva che si trasformano in vino; le pere che si trasformano in grappa; le zolle che si trasformano in vita. Il sole che esce e trasforma la pozza d’acqua; l’acqua che con il sale si trasforma in lacrima; e poi la luna, le stagioni, la ciclicità, le involuzioni e le evoluzioni. I frutteti, quelli nascosti dalle siepi e dalle erbacce e quelli nascosti dagli strati di pelle sovrapposta.

Sarà che quando mi capitano libri come questo, ciò che leggo non si limita mai a rimanere solo un libro ma diviene un libro che contiene moltitudini… e qui ci ho infilato – anche se solo in parte – la citazione “Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini“di Walt Whitman, che si è intrufolata così, tra tasti e pensieri, con associazione automatica, quasi stessi scrivendo con un T9 in testa!

E le sembrò di sentire la parte rossa un po’ più dolce e quella bianca leggermente più amara, e nell’insieme sapeva come di… Forse la luce solare avrebbe quel sapore, se dopo una lunga estate uno passasse la lingua sul vasto azzurro del cielo e poi sul verde antico di grandi alberi.

“Il giardino dalle mille voci” – di Ewald Arenz

In “Nel giardino dalle mille voci” ci sono trasformazioni, mutamenti, abbandoni e accoglimenti. C’è fuga e c’è avanzata, c’è perdita e c’è ripresa, sconfitta e vittoria, nascondiglio e campi aperti… facendo questo elenco di quasi parole chiave, mi accorgo che sì, in effetti, la si potrebbe definire guerra quella che a molti capita di vivere scorrendo i giorni.

Guerra contro nemici dal volto noto o dal volto riflesso allo specchio… sempre di attacco o/e ritirata si tratta!

In questo libro – nella vita in generale – avere dei buoni alleati è indispensabile e salvifico, l’importante è concedersi la possibilità di riconoscersi tendendosi le mani.

Potrei scrivere ancora di un paio di suggerimenti usciti da queste pagine – cose del tipo: prima di giudicare un’altra persona, prova a camminare indossando le sue scarpe… etc… – ma rischio di diventare logorroica e pretenziosa: lo so che il tempo rosicchia i talloni a tutti e un articolo lungo difficilmente si legge fino alla fine

ergo…

tanto per continuare l’immersione nel flusso simbolico, chiudo l’articolo con qualche citazione – la prima non tratta da questo libro – , clicco su “pubblica” e poi rigiro la grande clessidra dalla sabbia bianca!

“Credo che l’avvenire sia solo il passato entrato da un’altra porta” Arthur Wing Pinero

Crescendo lì, uno non aveva alle spalle soltanto la propria storia, ma quella dell’intero paese. Forse a volte era anche piacevole, essere semplicemente una parte del tutto. Essere il paese e non sé stessi. Si spaventò all’idea.

Da un filo si passa a tanti fili e da tanti fili ai nodi e dai nodi a una rete

«E so com’è quando questa sensazione, quando questa sicurezza di essere speciali, un pezzo per volta crolla, come un albero che è stato piantato nel terreno sbagliato e con corde e puntelli viene costretto a crescere lontano dal sole.»

Potete leggere l’inizio del libro QUI

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