“La guerra di Lia” – di Silva Ganzitti

"La guerra di Lia" romanzo storico Silva Ganzitti

La guerra di Lia“, romanzo storico scritto da Silva Ganzitti, Edizioni Solfanelli, è quel genere di libro che lo inizi e lo termini nel giro di un paio di giorni e giunta al punto finale – dopo aver letto tutto tutto, ringraziamenti compresi – senti già la mancanza di alcuni protagonisti.

Buja, 1940-1945. È il racconto di Lia, figlia sedicenne di Bartolo e Tina. La collina del Belvedere è il punto privilegiato delle sue riflessioni, nell’intrico di cespugli e nel fitto degli alberi – testimoni privilegiati dei passaggi notturni – e nelle sue visioni del Nord, dove le montagne sono le fortezze della Resistenza. Dell’arrivo della guerra non ci si accorge subito. È un lento srotolarsi di cambiamenti in peggio, con la miseria che sale e abbruttisce musi e animi. La campagna inaridita fatica a restituire frutti in cambio di sudore e il paese sembra sprofondare in un silenzio vischioso, cupo, dove poche voci impartiscono ordini in una lingua straniera. Bartolo non sa cosa pensare, di chi fidarsi. Difendere la famiglia e la terra è il suo primo pensiero, eppure comprende che sotto quel vuoto di parole c’è qualcosa che brulica. Dapprima incerte, le sue domande lo aiutano a raccapezzarsi su quello che gli sta accadendo intorno: è uno scenario inquietante, nel quale Buja è solo uno dei tanti luoghi attraversati da cavalli cosacchi e dai loro carriaggi.

Con uno stile narrativo impeccabile, l’autrice mi ha fatta camminare tra Storia, storie, pertugi, argini, curvature, sentieri, persone. Conosco quasi ogni singolo luogo narrato perché in esso abito da sempre. Codesio è casa, anche, mia. Come avviene in ogni buon romanzo storico, Silva Ganzitti mette in cielo un gabbiano che non si limita a volare a tutto tondo, con ampi movimenti alari, limitandosi a constatare fatti e oggetti, bensì, stringendo il cerchio, focalizza l’attenzione sui singoli volti, sui singoli percepiti, sulle singole Vite. Dona voce a nomi. Nomi che non ho conosciuto, ovviamente, ma di cui mi è giunto, attraverso la letteratura orale, delle volte, l’eco.

In queste pagine non ho trovato la descrizione di attacchi bellici, di strategie militari o grandi nomi politici… la guerra c’è, ma parte dal mormorio del singolo; chiacchiericci origliati di nascosto da bambine curiose, mentre nel Fogolâr ardeva l’ultimo ceppo del giorno; mormorii celati da timore e edulcorazione; parole spizzicate messe insieme a formare notizie “da lassù”; notizie dapprima simili a briciole di pane e poi a temuti macigni. Pioggerella che diventa tempesta e, nel mezzo, sempre i singoli.

Se lo stile narrativo mi è piaciuto moltissimo, ancor di più ho apprezzato la sensibilità particolare con cui l’Autrice ha vestito di rispetto i protagonisti. Perché la Guerra si dimentica i nomi singoli e crea scompartimenti quasi stagni; il tempo affida colori, bandiere, simboli o slogan… ma non tutti sono mossi dalla stessa motivazione e non tutti hanno, sin da subito, la stessa consapevolezza nel – e del – presente. Ché trovarsi preparati è impossibile. Ché i termini assolutistici son sempre sbagliati e di questo ne son sempre stata convinta! Schierarsi “a prescindere” può risultare comodo, a tratti, ma è con la consapevolezza e con la coerenza verso il proprio “credo” che maturano le decisioni vere, quelle che diventano bagliori di una luce di bicicletta che attraversa campi d’inchiostro, la notte.

Perché le ingiustizie, i soprusi, le violenze… non piacciono a nessuno!

L’argine del fiume da cui Silva Ganzitti narra fotogrammi importanti di Storia, leggendo queste pagine, è abbastanza chiaro, ma – al di là del fatto che io possa star guardando dallo stesso suo punto di vista, o meno – ho trovato bellissimo – tra i tanti altri intensi passaggi – l’ardore di una sigaretta passata da mani nemiche, in segno di una fratellanza che va oltre i fazzoletti colorati, gli idiomi, i cappelli di pelliccia, i cavalli imponenti. Oltre la paura, le regole, l’apparenza, la convenienza, i diktat. Una fratellanza che non ha, delle volte, neppure il tempo di farsi riconoscere, tant’è fugace, eppure c’è ed è quella che, nel momento dell’estremo bisogno può far chiudere gli occhi e allungare le mani in segno di aiuto. Lingue d’acqua dentro un rovente inferno. Piccolissime e sporadiche “prese di fiato”… ma presenti e importanti da non dimenticare… perché quelli che potrebbero sembrare “attimi di debolezza” sono in realtà, spesso, quelli più pregni di carattere.

Ché ubbidire agli ordini dall’alto, non significa sempre “averli masticati e fatti propri” e le guerre devastano senza distinzione, senza chiedere nomi, da ogni parte e per ognuno, ovvio, la propria è quella giusta.

Sono pagine piene di dignità, di sospiri, di margherite color grigio perla su federe di corredi auspicati, su pannocchie da sgranare, parti da sequenziare, pile, scomparti, file. Cartocci. Sono pagine, tasselli di prezioso e sacro mosaico, volti di santi e volti di diavoli. Fede, bestemmia, fiaschi di vino allungato con troppa acqua, macchie di sangue che si allargano sulla ghiaia. Innocenza vinta, sconfitta, sfidata. Senso di appartenenza, di affiliazione, inclusione, legami, spettanze o esclusioni. Pagine di coltelli, stivali e prepotenza. Pagine di grembiuli pieni di sigarette, radio segrete, figli e sconosciuti, sentieri impervi, Babilonia al mercato. Rivolte, speranze, utopie, ideali.

Uguaglianze nelle diversità, diversità nelle uguaglianze!

Ma non è tutto… nel bellissimo romanzo di Silva Ganzitti trova spazio principe anche il folklore, le antiche tradizioni, i simboli, le leggende, i battiti d’ali e le code di topolini grandi come un’unghia. I sogni, l’inarcarsi della schiena, l’estraneità di un corpo che si specchia altrove. Lia è, infatti, una benandante, una “nata con la camicia” – nata avvolta nel sacco amniotico. Abita due mondi, quello terreno e quello extraterreno ed extrastorico, quando sciviola nel sonno estatico va nel “mondo di mezzo”, dove transitano le anime dei nascituri e dei morti, dove tutto è avvertimento, premonizione, attenzione. Non c’è il tempo, c’è levità o terrore. Dolcissima – e tremendamente triste al contempo – la figura di Vigjute, la vecchia levatrice che dopo il parto, senza farne parola ad alcuno, si era incaricata di conservare una piccola parte della “camicia” se non fosse che la Storia…

Insomma, come al solito quando un libro mi piace divento prolissa e ridondante al limite del tedio, ma questo è davvero un romanzo che merita esser letto, per tanti motivi… ma tanti tanti!

Trovate il libro, anche, QUI

2 risposte a "“La guerra di Lia” – di Silva Ganzitti"

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