“La notte dei calligrafi” di Yasmine Ghata

Recensione "La notte dei calligrafi" di Yasmine Ghata, libro imperdibile per tutti gli amanti della calligrafia

«Il sangue dei calligrafi è diverso da quello degli altri umani, si scurisce a contatto con l’inchiostro, le loro ferite si asciugano più velocemente. I calligrafi scrivono dentro di sé e poi offrono una visione parziale della loro carne annerita dall’alfabeto.»

“La notte dei calligrafi”, edito con la Feltrinelli nel 2005, è un libro scritto da Yasmine Ghata. L’autrice ha studiato storia dell’arte alla Sorbona e all’Ecole du Louvre, specializzandosi in arte islamica e se ho potuto leggere questo libro – se questo libro ha avuto, cioè, genesi – lo si deve all’incontro fortuito della Ghata con un’opera della nonna, Rikkat Kunt – divenuta così poi protagonista e voce narrante del romanzo – al Museo Richelieu del Louvre, nell’ala che ospitava una mostra di calligrafia ottomana.

Yasmine Ghata narra, con una lingua fluida, sinuosa ed elegante, la storia della vita di Rikkat Kunt, calligrafa all’Accademia di Belle Arti di Istanbul, intrecciandola con quella della Turchia e delle sue più profonde radici culturali. L’elogio dell’arte della calligrafia, centrale nella cultura islamica (che vieta la riproduzione delle figure umane), suggerisce un accesso al divino attraverso la bellezza e la gioia anziché la jihad e il martirio: il piacere della mano che impugna il calamo e gli odori inebrianti di inchiostri antichissimi scongiurano la lama del folle di dio o il fumo del tritolo dei kamikaze.

Leggere questo libro non significa addentrarsi in tecnicismi da amanuensi, non si tratta di un saggio sulla calligrafia bensì ci si trova immersi in volute nerofumo aromatizzate al miele, volute di una vita romanzata – non una biografia, l’autrice non ha mai conosciuto sua nonna e quindi si è “limitata” a dar voce al suo immaginato percepito.

Nel libro le estasi sono frequenti, preponderanti e incisive. L’arte trova i suoi mezzi per trasformare altri mezzi in veicolo e dopo aver saputo che l’Autrice non ha firmato una biografia basata su fatti realmente accaduti mi è parso curioso che, continuando a seguire la scia estatica del romanzo, anche lo spirito di Rikkat Kunt possa essersi fatto regista durante la stesura del romanzo.

Rikkat Kunt, dunque.

Una donna che “abita” il periodo di Mustafa Kemal Atatürk, generale e politico turco, fondatore e primo Presidente della Turchia (1923-1938), considerato il padre della Turchia moderna serie di riforme fondamentali dell’ordinamento della nazione, sulla base di un’ideologia di chiaro stampo occidentalista, nazionalista e avversa al clero musulmano. Tra le varie riforme messe in atto da Atatürk al fine di laicizzare lo Stato, venne adottato l’alfabeto latino, il calendario gregoriano, il sistema metrico decimale e, cosa più importante da riportare al fine di contestualizzare l’ambiente in cui la Kunt si trovava: ha vietato l’uso della lingua araba e della sua calligrafia, vietandone quindi caratteri e non caratteristiche.

Rikkat Kunt è riuscita a seguire la propria indole, a formarsi – e affermarsi – in un’arte ritenuta “da uomini strumento di Dio”. Uomini. Maschi. Le calligrafe erano una rarità e Rikkat Kunt è riuscita comunque, con determinazione e talento, a diventare una delle figure più importanti della calligrafia e della miniatura turca.

Una vita intensa.

Due matrimoni, due figli, tradimenti, vergature, arrabbiature, smacchi, rivolte, rivoluzioni, traslochi, acque chete e acque limacciose, acque di fiume, acque del Bosforo, acque di Parigi.

Erosioni, polvere d’inchiostro seccato. Tracce, tracciature, percorsi, affluenti, convergenze.

Polvere e pagliuzze d’oro. Inchiostro e parassiti di convenienza. Teologia, fede, spirito, voltagabbana, situazioni di comodo, pugni serrati, violenze psicologiche, graffi sulla carta, trasposizioni, inspirazioni ed espirazioni.

Razionalità e scene visionarie. Spiriti che trovano portali umani per continuare a perpetrare la propria arte, calligrafica in questo caso. Spiriti di calligrafi realmente esistiti, maligni (Ahmed Karahisari), burleschi (Selim) o commoventi (Esma Ibret Hanim) al quale mi permetto di aggiungere, a lettura terminata, quello di Fatma Rikkat Kunt.

Potrebbe interessarti anche il mio articolo: “Tra carta, mare, fiamme, marmo… l’Estasi”

Un libro che potrei paragonare a una miniatura con decorazioni di foglie d’edera, verde scuro, definite da piccole venature composte da minuziosa e certosina polvere di foglie d’oro.

Leggetelo se vi piace la calligrafia, se vi piace l’arte, se vi piace la bellezza, se vi piace la forza delle Donne con la D maiuscola!

"La notte dei calligrafi" di Yasmine Ghata, recensione Una parola tira l'altra

Trovi il libro QUI

Ovviamente, in questo video non ho capito nemmeno le virgole che separavano le parole… ma le immagini, come spesso accade, parlano da sole!

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