“Mio figlio” di Marco Termenana

"Mio figlio. L'amore che non ho fatto in tempo a dirgli" di Marco Tormenana, CSA Editrice

“Mio figlio. L’amore che non ho fatto in tempo a dirgli” di Marco Termenana – psudonimo utilizzato dall’autore per tutelare la privacy della famiglia – CSA Editrice.

Racchiusa in poco meno di 400 pagine:

“La storia vera di un ragazzo che non vedeva per sé un futuro, raccontata dal padre. Nel 2014, a Milano, il figlio ventunenne dell’autore si toglie la vita. Il racconto, con l’obiettivo dichiarato di onorare la memoria del ragazzo, e che può aiutare altri genitori a capire e a orientarsi, analizza le cause di un disagio giovanile che nei casi estremi induce fino al suicidio, attraverso frammenti della breve vita del giovane che si mescolano a momenti di vita del presente di suo padre. Le colonne portanti del romanzo sono l‘identità di genere e il disagio giovanile che porta all’autodistruzione. Giuseppe, carattere molto chiuso e introverso, spinto all’isolamento volontario dell’hikikomori, è stato un ragazzo tormentato come tanti giovani di questo tempo, con enormi dubbi sulla sua identità, al punto di diventare a volte un’altra persona, Noemi; bipolarità e auto-isolamento lo hanno indotto a non vedere per lui un futuro e a farla finita. Un libro per genitori, insegnanti, psicologi, educatori, giovani lettori dalle scuole medie in su e, singolarità dell’opera, anche nonne, vista l’intimità che Giuseppe aveva con quella materna”.

"Mio figlio.L'amore che non ho fatto in tempo a dirgli" di Marco Temerara, storia vera, rapporto genitore figlio, suicidio

Racchiusa in poco meno di 400 pagine:

La storia di un ragazzo esploso implodendo. Su fogli di carta, date, ricordi, sberle, passeggini, sbadataggini, chiusure, visite mediche, silenzi, assenze presenti. Dolore nascosto, catalogato dentro cartelline di plastica.

Un citofono che, al buio, urla tutta l’urgenza ormai tardiva.

Cambia la vita, buttando all’aria pezzi di un puzzle che forse era impossibile da portare a conclusione. Chissà… chissà se… chissà forse… chissà non serve a niente.

La verità, chi mette i punti finali alla propria vita, se la porta con sé.

Giudicare è facile, per qualcuno. Giudicare è inutile, per tutti.

Questa è la storia di chi se ne è andato e di chi è rimasto.

Ho letto altri libri incentrati su storie così forti, con vissuti pregni e grondanti umanità sofferente… questo libro, però, è diverso, quasi strano, oserei scrivere. Perché? Perché non in una sola riga – su 400 – ho trovato vittimismo e bisogno di compassione… nemmeno di bisogno di comprensione, a onor del vero.

Con un taglio giornalistico, l’Autore ha esposto i fatti.

Uno dietro l’altro, in ordine, in modo analitico e schietto.

Nulla è stato risparmiato, familiari compresi.

Questo libro è nato per metabolizzare una morte, per sentire il figlio presente durante la stesura di ricordi che venivano srotolati scrivendo.

Giuseppe. Noemi. Inclusione. Esclusione.

Sul piatto delle bilance, sui fogli scritti, argomenti delicati eppur macigni.

Esclusione sociale, disordine, incapacità comunicativa – volontaria -, porta chiusa, capelli lunghi e neri, vestiti unisex, occhi truccati ma nascosti dietro occhiali da sole, unghie lunghe, arroganza sfuggente, comunicazione non codificata, alterazione in equilibrio precario, angoli bui, vicoli ciechi, non menzogne ma omissioni… ma non quelle che potreste immaginarvi, qui la famiglia sapeva tutto e cercava di fare il possibile per livellare la strada da percorrere.

Inclusione, esclusione, identità di genere.

Noemi, in Giuseppe, c’è sempre stata? Il padre di Giuseppe, Noemi non la conosceva, sapeva del suo avvicinarsi al figlio ma quanto fosse intrinseca in lui, lo ignorava. Ha le idee chiare in merito a lei e non ritiene sia nata alla nascita del figlio.

Noemi, per il padre Marco, è una conseguenza all’incapacità del figlio di vivere come Giuseppe… forse però, seguendo il filo delle pagine che ho letto, sarebbe più corretto scrivere “all’incapacità del figlio di vivere“.

La depressione, l’esclusione sociale, la solitudine, l’isolamento, la chiusura verso il prossimo, l’incapacità a sostenere gli sguardi… tutto questo corrode. Uccide.

Chi resta deve trovare un senso a un fatto che senso non ha, non con la logica del cuore.

Ecco che in aiuto arrivano la scrittura, la fede – per chi ce l’ha -, i rapporti amicali e l’amore per chi è rimasto a con-DIVIDERE il dolore.

Questa è una lettura importante per:

  • insegnanti
  • educatori
  • assistenti sociali
  • persone che soffrono in silenzio
  • persone che soffrono ad alta voce
  • persone che vedono gli altri isolarsi
  • genitori che si sentono soli
  • figli che vogliono stare soli
  • persone che vogliono essere d’aiuto
  • persone che vogliono essere aiutate
  • persone che pensano di non voler essere aiutate

La solitudine è un angolo micidiale.

Giuseppe e Noemi, soli non erano.

P.s: lo ripeto perché è importante: non aspettatevi da questo “diario di pezzo di vita” passaggi in grado di suscitare empatia perché lo stile è schietto e senza fronzoli.

Esposizione analitica di una Storia Vera.

Il libro lo puoi trovare qui

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