“Memorie di un’avventuriera” di Emanuela Monti

"Memorie di un'avventuriera" di Emanuela Monti, Il ramo e la foglia edizioni. Recensione. Aphra Behn

Chi fu la prima donna della letteratura inglese a guadagnarsi da vivere come scrittrice? Aphra Behn (Kent, 1640 – Londra, 1689).

“Memorie di un’avventuriera. Liberamente ispirato alla vita di Aphra Behn”, Il ramo e la foglia edizioni, è il tributo che Emanuela Monti, l’autrice, fa a questa Prima Donna e la genesi, curiosa, di questo libro, è ben spiegata dalla Monti nell’introduzione.

182 pagine che scivolano via sotto gli occhi, una grafica di copertina bellissima e molto curata nei minimi particolari, elementi tangibili che racchiudono una vita piena zeppa di accadimenti, emozioni, sentimenti, sofferenze.

In “Una stanza tutta per sé“, riferendosi alla Behn, Virginia Woolf scriveva:

 “E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn, che si trova assai scandalosamente, ma direi giustamente, nell’abbazia di Westminster, perché fu lei a guadagnare loro il diritto di dar voce alla loro mente. 
È lei – quella donna ombrosa e amorosa – che questa sera mi permette di dirvi abbastanza realisticamente: guadagnatevi cinquecento sterline l’anno col vostro talento” 

“Memorie di un’avventuriera” è scritto prevalentemente sotto forma di mémoire, in prima persona, con un linguaggio “parlato”, colloquiale, scorrevolissimo e molto piacevole da leggere. Niente pomposità storiche, arzigogoli e svolazzi… qualche collo alto, qualche merletto per la festa, giusti tocchi di armocromia ma, di base, ricerca e narrazione resa contemporanea.
Mi è piaciuto molto.

Dovrei “calcare la mano”, scrivendo queste righe, su quanto la Behn abbia spianato la strada a tutte le donne che della scrittura hanno poi fatto un mestiere e una fonte di guadagno ma la verità è che ciò che mi ha maggiormente colpita riguarda un senso ancor più ampio: la libertà di essere padrone dei propri percepiti e dei propri passi.

Vivendo si può sbagliare ma l’importante è farlo “di testa propria”.

Aphra Behn ha vissuto sul filo delle sue passioni, un filo di pregiata seta celata da fibre di cotone.

Sotto il filo, sotto ai piedi, molto vuoto e poco pieno.

Un filo che evitava, come ostacoli, convenzioni e obblighi.

Libertà pretesa di cedere a compromessi solo se non imposti da altri… perché se il fine è centrato e messo a fuoco con precisione, i mezzi, – giustificati o meno – si possono rendere più o meno taglienti, più o meno accettabili, più o meno etici, più o meno obbligatori… tenendo ben a mente – noi lettori contemporanei – l’epoca in cui la Behn ha sgomitato per liberarsi la strada.

Bellissima la coerenza, la tenacia, la determinazione femminile che ho trovato tra queste pagine. Pagine che, ahimè, dovrebbero essere monito per molte persone anche ai giorni odierni.

Tra queste pagine, epistole, note, dubbi, confronti, schiaffi morali; profumo di fiori e lezzo di pesce marcio, tragedie, tradimenti, scompigli, poesia e palco di teatro. Rappresentazioni, realtà. Lettere, biglietti di corteggiamento serrato, desiderio liberato, sbarre di cuore divelte e sbarre di carcere chiuse.

Gelosie, spionaggio, intrighi, missioni, fumo negli occhi, nero su carta, scollatura ampia, vista generosa, carne bruciante. Amori sfortunati, amori sfuggiti, negati, nascosti, deleteri, respinti. Amori odiati.

«Provavo una sensazione elettrizzante al pensiero di avere l’arbitrio assoluto della mia vita. Non avevo né padre né marito né fratelli in età tale da potermi imporre la loro volontà o a cui dovessi rendere conto. E quella condizione di libertà avrei voluto conservarla per sempre. Ma questo sarebbe stato possibile soltanto se avessi trovato il modo di guadagnarmi da vivere. E nella Londra di quei giorni era un’impresa ancora più disperata del solito: la peste si stava diffondendo con allarmante rapidità.»

Ritratto di Aphra Behn” di Peter Lely,
eseguito prima del 1680
Aphra Behn, donne del passato, Prime donne, libro, recensione

L’Incipit:

“Gentilissimo Signor Hoyle, vi scrivo per conto di Aphra, che è affetta dalla gotta alla mano destra e fatica a reggere la penna. Non so se siate già al corrente della novità. Pare se ne parli in tutta Londra, ma voi da un pezzo disertate i teatri e i caffè, privando gli amici della vostra brillante compagnia. Dicono che un efebo dagli occhi di cerbiatto vi abbia fatto giurare amore eterno e che il vostro Hobbes si stia rivoltando nella tomba. Aphra e io, invece, ci rivoltiamo nel fango che si addensa sul pavimento della nostra cella quando l’acqua di scolo penetra attraverso attraverso le sbarre e scivola giù sulla parete ammuffita e infine al suolo, impregnando le nostre vesti ormai lorde. Siamo di buon umore quando c’è il sole e ceree lingue di luce filtrano tra le sbarre. Aphra subito si avvicina alla finestra e lascia che il calore del sole si posi sulla mano dolorante. Purtroppo nella nostra Londra i giorni di sole, sebbene siamo in agosto, sono effimeri come gli amori che si dichiarano eterni.” – Memorie di un’avventuriera, Emanuela Monti, pag. 11

Il finale?

Una rivelazione, un colpo di scena!

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4 risposte a "“Memorie di un’avventuriera” di Emanuela Monti"

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