“La casa dei sette ponti” – Mauro Corona

Mauro Corona, La casa dei sette ponti, Feltrinelli

Complici ore notturne insonni, ieri notte ho iniziato “La casa dei sette ponti” di Mauro Corona, Feltrinelli Editore.

Trattandosi di un raccontomannaggia a me, non lo sapevo forse che i racconti difficilmente mi piacciono?di una settantina di pagine – poche meno in realtà – e siccome anziché contar pecore prediligo leggere, il libricino l’ho terminato in un soffio.

Prima di parlare di questo libro, però, devo fare una precisazione: di questo scrittore ertano ho letto parecchio e tutti i libri mi sono piaciuti; ho avuto più volte l’occasione di stringergli la mano e, sempre, sono rimasta affascinata sia sentendolo parlare sia constatando una coerenza tra personaggio e persona al limite dell’indefinibile. Corona non è un ‘personaggio’: è proprio così! L’ultima volta che l’ho visto, è stata durante un congresso in cui era stato invitato come ospite, tutti erano vestiti in modo elegante… lui si è presentato in canottiera, pantaloni da montagna, scarponcini e bandana in fronte. Sul palco ha parlato di motoseghe, di cacciatori, di libri, di natura e di rapporto genitoriale. Io lo ascoltavo parlare, rapita da un linguaggio più oculato di quello adottato da molti appartenenti al ton in completo Armani (sorvoliamo, adesso, sul fatto che Armani sia uno dei miei stilisti preferiti 😉 ).

Ché forse non lo so che Corona, scientemente, denuncia questa pochezza che sembra imperversare ai piani alti, anche attraverso il suo modo di porsi? Io, anche per questo, lo adoro. E poi gli occhi… se ne avete occasione, guardategli gli occhi! Sono stretti, focalizzati, pungenti, vivi. Sono occhi da persona buona, sensibile, introversa, in fuga dai temporali di stagione che, probabilmente, albergano in lui da quando era bambino.

Quanti ponti avrà attraversato, mi chiedo?

Ma forse io, a tutte queste cose, do sempre eccessivamente peso. Riprendiamo le fila del discorso finché siamo in tempo.

Come sapete leggo di tutto – tranne qualche genere che proprio mi richiede troppo tempo per la digestione. In generale, nei romanzi, cerco la realtà, la non edulcorazione. Per la non edulcorazione, Corona, è stato criticato a iosa.

In effetti, leggendo i suoi libri, è inevitabile incappare in passaggi che arrivano diritti al centro dello stomaco, come pugni diretti e impietosi. Stringere i pugni per indignazione di donna – ma non solo di genere -, serrare il cuore, chiedersi: “mi sta davvero scrivendo questa scena, così?” capita. Eppure ci si ritrova – o almeno questo capita a me – a desiderare di proseguire la lettura, perché in quella sua potente ragnatela ci siamo intrappolati sino alla fine del romanzo, e oltre.

Storia di neve“, per esempio, quanto è forte e delicato al contempo? Quanto è fuoco e acqua, bollore e gelo? Quanto è ‘Romanzo’ con la R maiscola??? L’ho letto anni fa ma lo ricorderò a vita.

Ecco, ho scritto questa intro perché è con questo spirito che, assolutamente rapita da una copertina meravigliosa, ho iniziato a leggere il racconto.

Quanto vorrei, durante le passeggiate domenicali, ritrovarmi “faccia a faccia” con queste case dai tetti arcobaleno? Mi siederei lì, dove l’illustratore vuole io mi sieda, al centro del viottolo di ghiaino, a gambe incrociate, gomiti alle ginocchia e mento sui palmi delle mani. Mi siederei in silenzio contemplativo, affascinata da un silenzio assordante; allungando le mani potrei persino toccare, con i sensi, i sassi delle pareti.

Scommetto che questa copertina, ai Fratelli Grimm, sarebbe piaciuta un mondo…

Il fatto, però, è che in questo libro io NON ho letto Mauro Corona! O meglio: l’ho ritrovato nei passaggi lirici in cui descriveva, per esempio, il cadere di una foglia o il muschio verde del bosco… ma il suo stile pregno di similitudini, dov’è? Dove sono le sberle in faccia al lettore? Attenzione: non sono mica masochista! Il fatto è che probabilmente, con lui, pecco io di “pregiudizio”!

Frasi corte, asciutte, lineari, pulite. Niente vizi, niente voci dagli alti toni, niente pugni sul tavolo, niente temporali.

No, qui sbaglio.

Un temporale emotivo, il protagonista lo ha vissuto. Sette ponti per andar oltre i fulmini e cirri dimenticati, ora troppo carichi di pioggia.

Ma anche in questo caso, per esempio, io certe tematiche le voglio divelte, pregne di sensazioni e descrizioni; le voglio brucianti, come ferite aperte esposte alla calura o alla salsedine del mare. Perché così sono, gli uragani che ci sconvolgono l’anima! Non manciate di righe per ogni ponte, no! Non una ruota panoramica che scorre fluida perché fluido è l’indiscusso stile narrativo di uno scrittore quale Mauro Corona è!

Perché decidere di sviluppare questa trama sotto forma di racconto?

Ho avuto l’impressione che Mauro Corona si sia sentito costretto dentro limiti di quantità di battute “spazi inclusi”.

I passaggi in cui ho trovato la bellezza che mi aspettavo:

Un’anta di castagno antico, consumata dal tempo, graffiata dalle intemperie, sconnessa dagli acciacchi, abbronzata di sole e lisciata dalla lingua del vento.

La dolcezza dei buoni, dei vinti, degli inermi. La dolcezza della malasorte accettata senza reclami.

Solo il fumo, col suo tepore paziente, era riuscito a sciogliere un anello di ghiaccio intorno ai camini, come la dolcezza scioglie il broncio a un permaloso.

I ponti gli piacevano, uniscono separazioni, come una stretta di mano unisce due persone. I ponti cuciono strappi, annullano vuoti, avvicinano lontananze.

I ponti.

I ponti sono un simbolo di passaggio da un mondo a un altro, da uno stato di coscienza a un altro; i ponti rappresentano i cambiamenti, le evoluzioni e il protagonista del racconto di Mauro Corona, affrontandoli, questo vive. Giunge, di volta in volta, all’altra riva e, facendolo, libera se stesso dalle zolle aride sotto le quali aveva nascosto il suo germoglio nativo.

Questo è bello, potente, significativo, indiscusso. Questo è il “percorso” intenzionale che più di tutto mi è piaciuto.

Il resto, beh, non tutti gli industriali sono superficiali e non tutti i poveri sono buoni… ma questo è un altro discorso e questa, dopotutto, pare aver l’intento di essere una favola.

Mi capita di rado, insomma, ma questo è uno dei pochi casi in cui non riesco a decidermi se il pollice lo alzo o lo tengo a metà strada!

Girovagando nel web mi sono accorta di essere una mosca bianca: il libro è piaciuto tantissimo a tutti quindi fate finta di non aver letto le mie perplessità. Sarà stata colpa dell’insonnia oppure del fatto che, per piacermi, un racconto deve fare il triplo salto carpiato. Mea culpa. Presto, comunque, leggerò un altro suo libro oppure, chissà, rileggerò i capitoli di “Storie del bosco antico”… così, per respirare resina e mondo selvatico, per sentire, con gli occhi, quel mondo ardente vita, che Mauro Corona narra in modo, a mio parere, magistrale.

Ora mi affaccierò alla finestra che dà sulle Prealpi Giulie e, lasciando che lo sguardo vaghi, penserò a quanti, in questo momento, stanno percorrendo attraversando i propri ponti.

ponte, simbolo, simbologia, evoluzione, passaggio, passaggio metaforico

Buona serata.

2 risposte a "“La casa dei sette ponti” – Mauro Corona"

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