Recensione “Codice a sbarre” di Giulia Tubili

Seduti sul velluto rosso e logoro di ultime file di abbandonati teatri; sprofondati al buio a tirare gli occhi per scorgere frammenti di pulviscolo e palpito.
Sia scostato il pesante tendaggio cremisi, inizi lo spettacolo, vada in scena la Vita!

Giano bifronte, nel mentre, ride e deride.

Ogni individuo, Pessoa direbbe, è una sola moltitudine.

«Magari non è così, forse fanno bene loro. Chi sono io per giudicare i dolori atroci che nascondono in casa? Però, al contrario loro, io non so fingere il distacco. Non sono in armonia con me stessa, né con gli eventi in corso. Eppure, da bambina, mi dicevano che ero una brava attrice.»

“Codice a sbarre. Storie di assenti e di simbionti in cattività” è una raccolta di racconti, 13 per la precisione, scritti da Giulia Tubili e pubblicata da “Il ramo e la foglia edizioni” a giugno 2022.

Questa raccolta di racconti non appartiene totalmente al giallo benché esprima forti suggestioni noir, pulp e thriller. Possiamo paragonarla a un “lettore di codice a sbarre” che cerca di decifrare, racconto per racconto, le storie incredibilmente diverse della prigionia, della cattività in cui, in un modo o nell’altro, ogni essere umano finisce col cadere, per un periodo o per sempre. Non si vuole condurre il lettore in un girone infernale né portarlo a ragionare “Dei delitti e delle pene”. Il carcere è un non luogo: cella, corpo o mente, che la catena sia corta o lunga come nel testo poetico della Szymborska, è un “essere o non essere”. Tante sono le sbarre uno è il senso di solitudine: ferro o ossa, ferro e ossa. “Codice a sbarre” è l’esordio letterario di Giulia Tubili.

📚 Bene, ecco sul palco di questa raccolta di racconti autoconclusivi i pulviscoli dell’animo e dell’oscuro vivere.
Con uno stile arzigogolato che spesso mi ha fatto arzigoNgolare e altre inorridire per tematiche trattate con arguzia e ritmo perfetto sguazzante in grumi di sangue rappreso, Giulia Tubili ha narrato prigioni fisiche e psicologiche; presenze tremende, assenze totalizzanti.

Metafore, allegorie, associazioni figurate, metonimie, ogni parola “messa” in scena, in modo sapiente, accanto all’altra. L’autrice ha un vasto bagaglio lessicale e ne fa sfoggio in modo elegante.

Grigio fabbrica, zollette di educazione, cortese come la plastica, un rivolo di sollievo sgorgava dalla riflessione secondo cui solo con me stava attento a non delirare in preda a crudele furore, un’allegoria calzante della mia esistenza asfittica, le redini della sanità mentale non mi son sfuggite ma nel nebuloso marasma di simili condizioni sono riuscito a tastare il pavimento freddo, raccoglierle e stringerle nei pugni una volta per tutte, piumati stendardi della plebe, in un farfugliare di ciglia è svanito l’esoterismo del mistero, balzerei sul materasso a contar crepe e Santi…

👉 Mentre leggi non distrarti, non spostare lo sguardo dalla pagina altrimenti perdi il filo della Commedia, ché non prestar attenzione a uno solo degli aggettivi rischia di trasformarsi in bruma che sbava il castello di sabbia.

Shakespeare risponderebbe a Pessoa che “V’è nelle cose umane una marea che colta al flusso mena alla fortuna: perduta, l’intero viaggio della nostra vita si arena su fondali di miseria.”

Ecco dunque, leggendo questi racconti, le piaghe in cui si posano le dita: nelle miserie umane, nelle ultime file, nei velluti macchiati, negli odori sgradevoli, negli anfratti di psicologie disturbate, pattern emotivi scombussolati come pezzi di un puzzle scombinato.

Venghino Signori venghino! Inizia lo spettacolo, atti d’Opere nere, atroci come una mano che tiene in pugno le budella, mentre le farfalle del limone si posano, lievi, su freddi marmi.

Narrativizzazione di esperienze ai margini mentre un tintinnio riporta dalla realtà di altri mondi.
Significati e significanti, semiotiche del dolore e delle prigionie mentali e fisiche.

Solitamente non amo né le raccolte di racconti – perché mi lasciano spesso con la fiammella che si spegne a metà candela – né leggo spesso – per non dire mai – libri noir – perché scadere nello splatter è un attimo e solo chi sa scrivere in modo magistrale non rischia di scadere nel ridicolo -, ma Giulia Tubili l’italiano lo sa usare molto bene e ciò che ne esce è uno stile preciso, colto, minuzioso, elegante. Racconti simili a fessure di travi di legno malconce, spiragli da cui guardare Vite svitate dalla normalità. Spiragli su Psiche.

Soggetti scomodi, stile narrativo – mi ripeto – da applauso.

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4 risposte a "Recensione “Codice a sbarre” di Giulia Tubili"

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