La letteratura giapponese è un balsamo

Sto terminando la lettura di “Guanciale d’erba” scritto da Natsume Sōseki  e pubblicato, per la prima volta, nel 1906.

L’edizione che sto leggendo è quella della Neri Pozza e, come spesso accade con questa casa editrice – che amo! – a catturarmi è stata la copertina.

Natsume Sōseki

Colori così tenui, così capaci di trasportarmi in mondi fatti di silenzi, di sguardi carezzevoli e di sussurri nell’aria!

Tutte sensazioni che poi vivo nell’anima mentre leggo romanzi nipponici.

Tutti quelli che ho letto sinora sono caratterizzati da uno stile narrativo che si fa emblema di ricerca spirituale, di contaminazioni e intersecazioni tra carne e spirito, tra il vedo e il non vedo, l’ombra e la luce.

La continua ricerca volta a dare, al tutto, un senso.

Il ritmo è sempre lento, perfino quando si agita il mare in tempesta loro riescono a vestirlo di poetica lentezza, con le parole che scivolano piano, fuori dalle labbra.

In questo romanzo, fin dall’incipit, mi sono sentita cullare dalle parole… ed è stato, come sempre, meraviglioso!

I fiori di rapa, le distese di ciliegi in fiore, il cielo fitto di piccole particelle di vapore… le sentivo… le sentivo scivolarmi sulla pelle del viso!

Il protagonista del libro, giovane artista, pittore e poeta, compie un viaggio in solitaria,  percorrendo un sentiero montano di un piccolo villaggio giapponese alla ricerca dell’estraneità dei sentimenti umani capaci di alterare l’animo rendendolo agitato.

Lungo il viaggio incontra viandanti solitari, contadini, paesani e nobili a cavallo, finché, sorpreso dalla pioggia, si rifugia in una piccola casa da tè.

Cadono, in sequenza, le tessere del domino.

Termini giapponesi arricchiscono le descrizioni senza rallentare il ritmo di lettura… ritmo che, comunque, scorre con la stessa pacatezza del fluire di un rigagnolo sereno.

È la poesia, è la pittura a svellere da questo mondo le preoccupazioni che gravano sulla nostra vita, a proiettare davanti ai nostri occhi un mondo gradito. O anche la musica e la scultura. Anzi, più precisamente, non v’è neppure necessità di proiettarlo. Basta concepirne l’immagine perché nasca la poesia, scaturiscano i versi. Anche senza fermare sulla carta l’ispirazione percepiamo in fondo all’anima il tintinnio cristallino delle sue gemme. Anche senza spalmare sul cavalletto il rosso e l’azzurro, lo splendore dei colori appare spontaneamente agli occhi della nostra anima. Basta riuscire a vedere così il mondo in cui viviamo, questo impuro e volgare mondo terrestre, e a riprodurlo limpido e sereno nella macchina fotografica della nostra mente. Perciò anche un poeta muto che non ha mai scritto un verso, un pittore senza colori che non ha mai dipinto neppure un piccolo ritaglio di seta, per come riescono a vedere il mondo, a liberarsi dalle sue passioni, a entrare e a uscire in quell’universo di purezza, a costruire l’armonia dei due poli – che non sono né identici né diversi –, a spezzare i legami dell’egoismo e della cupidigia, sono più felici del figlio di un uomo ricchissimo, di un sovrano, di tutti coloro che in questo mondo sono considerati i prediletti dalla sorte.

Ci si può estraniare dai sentimenti umani? Farsi baule chiuso e, allo stesso tempo, riempirsi di vita?

Una donna, dal kimono a maniche larghe, cammina in assenza totale di suono… pare muovere i passi nell’aria.

Tra lei e me è annodata, con il filo sottile del Karma, una parte dell’occasione poetica diventata per noi realtà. I fili del Karma non infastidiscono quando sono così sottili. E non è un semplice filo, è il filo dell’arcobaleno che attraversa il cielo, il filo della nebbia sospesa sui prati, il filo della ragnatela che brilla tra la rugiada. È facile spezzarlo, se si vuole, ed è meravigliosamente bello a vedersi. E se per caso s’ispessisse sempre più, fino a diventare robusto come una fune da pozzo? Non c’è pericolo. Io sono un artista. E lei non è una donna comune.

Dalle parole di Natsume Sōseki evaporano stille di poesia; il protagonista spesso è in cerca delle diciassette more – non versi –  che gli servono per completare Haiku che si palesano a lui in secondi di ammirazione.

E la calligrafia, gli ideogrammi tracciati dal Maestro Kðsen o da Ingen, da Sokuhi o da Mokuan… da calligrafa amanuense, in questi specifici tratti, non ho potuto che bearmi gli occhi grazie a visioni immaginarie.

Un respiro, due.

Eleganti stoffe femminili, dorate, vestono una donna sicura del suo sapere. Un tessuto floreale, dai colori in parte cangianti. La luna che illumina d’ombra ciò che gli occhi non vedono.

Uno strumento musicale, particolare, spande note dolci che attraversano l’aria e si infilano in un pertugio dell’anima.

Gocciola l’acqua.

Grandi fiori interi, di camelie rosse, cadono sullo specchio dello stagno.

Riflessi.

Silenzi. Parole… udite o non udite, scritte o taciute.

L’altro giorno il mio cielo era colore del latte e la nebbiolina che mi annebbiava l’orizzonte pareva volermi suonare le stesse note che uscivano dal libro.

Un respiro, due.

Che bello che è ascoltare il silenzio!

9 risposte a "La letteratura giapponese è un balsamo"

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  1. Ho letto alcuni testi inerenti le usanze giapponesi, tipo quella del tè, e ne sono rimasto affascinato. L’idea di intraprendere anche questa lettura mi incuriosisce molto. E poi… ascoltare il silenzio è meraviglioso! Grazie Lisa! ❤

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