Una parola tira l’altra su: “La virtù di Checchina” di Matilde Serao

In questo dicembre, codina dell’anno, ho incontrato una scrittrice di cui mai, prima d’ora, avevo letto nulla e di cui invece, ora, vorrei leggere l’intera bibliografia.

Direttamente da un passato tanto ricco di miseria quanto opulente a livello intellettuale una “Donnona” – e so che definirla così non rende giustizia al suo spessore di persona – bella corpulenta, non certo piacevole allo sguardo – lo ha scritto suo marito, io me ne lavo le mani! – si è infilata dentro il mio e-reader, accomodandosi a mo’ di chioccia, su una poltrona “Maria Carolina” in voga nel suo 800 napoletano, in noce e tessuto damascato color avorio e in silenzio, per ora, guarda i suoi “figli” man mano che li “carico”.

Lei è Matilde Serao, vi ho già parlato del “Ventre di Napoli“, romanzo inchiesta con cui mi aveva, assolutamente, affascinata e stanotte ho letto una sua novella: La virtù di Checchina.

Si tratta di una novella, appunto, breve che venne originariamente pubblicata a puntate sulla “Domenica Letteraria” nel 1883, poi uscì in volume nel 1884 e, infine, come romanzo breve, nel 1906.

Da molti, queste pagine sono considerate tra le migliori scritte dalla Serao… io questo ancora non lo so, non ne ho lette a sufficienza per poterlo sottoscrivere, certo è che il finale mi ha lasciato molto amaro in bocca, avrei voluto saperne di più, avrei desiderato poter ficcare ulteriormente il naso tra le vicende di questa donna che veniva chiamata Checchina a dispetto del suo nome molto più raffinato: Fanny.

Con il suo stile puntiglioso e pignolo nei dettagli, con la sua vena ironica, la Serao ci descrive sia Checchina (moglie di un medicuccio con il gruzzolo sempre piangente) sia Fanny (donna medio boghese che si sente una volpe che non arriva all’uva).

Non pensare al romanzo di FlauberMadame Bovary“, contemporaneo a questo, è impossibile; pare quasi che l’autrice abbia voluto tratteggiare una Emma italiana… ma Emma era decisamente più facoltosa e non ha mai avuto grandi problemi ad omaggiare con doni importanti il suo amore segreto, Rodolphe Boulanger, a elargire cospicue mance a chi di dovere o a comperarsi profumi o stoffe pregiate e Monsieur Charles-Denis-Bartholomé-Bovary era, sicuramente, molto più raffinato e buono del dottor Primicerio!

Checchina, invece, quando il Marchese d’Aragona le avanza qualche attenzione particolare (leggendo la novella ne saprete di più) guarda, in solitudine e sconsolata, il suo misero guardaroba… composto da tre vestiti; guarda affranta la piuma del cappello, non più arricciata; con desolazione fa scorrere le sguardo sul corpetto logorato dalle stecche del bustino.

Che fare?

Tutto si compie nell’arco temporale di un paio di giorni, con il dottor Toto Primicerio (suo marito) che entra ed esce da casa, che lavora quando non dorme russando, con il testone abbandonato sulla spalla… certo è più quel che dorme che altro! Un marito grosso, grasso, rozzo, importante per mole e per tirchieria. Alle spese di casa, a Checchina e a Susanna – la moralista e bigotta governante di casa – concede a malincuore meno di dieci lire sgangherate a settimana e quindi, se Fanny vuol ringraziare il cameriere del Marchese, che le ha fatto recapitato a casa un mazzo di rose, beh… deve faticare un po’

Ce l’hai una lira, Susanna? — pregò la padrona con la voce e con lo sguardo.
— Come vuole che ce l’abbia? Alla grazia dei quattrini che mi consegna, la mattina! Tutto è caro, il beccaio è fuori del timor di Dio e alla verdura non ci si può avvicinare, per non far peccato d’ira e di superbia. Mi sono rimasti pochi soldi in tasca…
— Contali, Susanna, fossero mai una lira — le tremava la voce e aveva le lagrime negli occhi.
— Appena appena otto soldi e ho da comprare il sale per la minestra e il cacio per la trippa.
— Dà questi otto soldi al cameriere, e che ringrazi il suo padrone e che lo preghi di scusarmi se non ho scritto… Va’, Susanna, al sale ci penseremo…
— Già lo sa lei, che il tabaccaio credito non ne fa.
Checchina chinò la testa: mentre di là, Susanna parlava col cameriere, la padrona arrossiva, arrossiva di scorno per quegli otto soldi così meschini, così miserabili, che quel cameriere, avvezzo alle mance principesche, avrebbe certo disprezzato. Quando udì chiudere la porta, respirò di sollievo.
— … li ha presi?
— Sfido io!

Checchina è buona, ingenua, timorosa. Checchina non ha mai tradito e, forse, nemmeno mai lo farà.

Checchina si lascia convincere da Susanna a portare i fiori alla Madonna per garantirsi la sua mano sul suo capo.

Checchina (sto ridondando volutamente) si lascia indurre in tentazione -forse solamente nell’intimità del proprio cuore e delle proprie gote infiammabili – da Isolina, la sua amica chiacchierata e chiacchierona; si lascia indurre in tentazione anche dalla volontà di sentirsi chiamare Fanny… da fare un buco nel bozzolo di seta grezzo, di sentirsi accarezzare la pelle con abiti o guanti di morbida seta o morbido cashmere. Vorrebbe vedere i suoi piedi guantati da scarpe decorose, vorrebbe…

Ma non crediate lei sia una frivola e ingrata moglie, assolutamente non lo è!

Dalla sua poltrona in noce, la Serao mi annuisce in silenzio: la sua creatura è una donna che si risveglia da un assopimento domestico, composto da conti da far quadrare, di decisioni prioritarie che riguardano la cotenna da mettere nel brodo, dalla scelta del colore del filo da usare per il rammendo o per le iniziale da ricamare sui canovacci, dalla pratica frangetta sulla fronte.

Una donna che vuol almeno sognare di poter far parte di una mondanità più spensierata e “accogliente”.

Una donna a cui, una semplice attenzione nei suoi riguardi, ha smosso gli animi.

Chissà se, alla fine, vicerà la Virtù? Ché poi: quale virtù?

Lisa.

7 risposte a "Una parola tira l’altra su: “La virtù di Checchina” di Matilde Serao"

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