“L’effetto Lucifero” di Philip Zimbardo

"L'effetto Lucifero. Cattivi si diventa?" saggio dello Psicologo statunitense Philip Zimbardo. Libro, recensione. Il male

Philip Zimbardo “L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?” Raffaello Cortina Editore, Milano 2008.

Philip Zimbardo è professore emerito di Psicologia all’Università di Stanford e dirige lo Stanford Center on Interdisciplinary Policy. Nel 2004 ha testimoniato in qualità di perito nei processi sugli abusi di Abu Ghraib; è noto per essere l’ideatore del tristemente famoso Esperimento Carcerario di Stanford.

Domenica 15 agosto 1971. In una tranquilla e assolata cittadina della California, alcuni studenti vengono arrestati con accuse fumose da una polizia fin troppo zelante e affidati in carcere ad ancor più zelanti “agenti di custodia”. Sorpresa! Le guardie sono studenti del Dipartimento di psicologia della locale Università al pari dei detenuti, e tutti hanno dato il loro consenso a una ricerca del professor Zimbardo – e persino la prigione è simulata. Eppure la finzione si rivela più reale della realtà, al punto che lo psicologo sarà costretto a interromperla dopo la prima settimana. L’esperimento inizialmente voleva mettere a fuoco soprattutto le reazioni dei detenuti, ma a poco a poco è e­merso che l’effetto più sconcertante delle dinamiche di gruppo era invece la trasformazione delle “guardie” da giovani sani ed equilibrati in aguzzini. E alla fine il marchingegno si è rivoltato contro il suo stesso ideatore, che ha constatato quanto labili fossero i confini tra bene e male. Assai prima delle documentate sevizie in carceri come quello di Abu Ghraib, si sono riconosciuti nel volto del carnefice i tratti dell’individuo comune, quello che abitualmente chiamiamo il nostro prossimo.

710 pagine per leggere, studiare, approfondire, intrecciare, analizzare, dettagliare, focalizzare… IL MALE.

Dalla prefazione iniziale presente nell’edizione italiana – “Il bene e la sua ombra” di Roberto Escobar – alle note finali, tutto il libro si legge in modo emotivamente partecipativo, del resto il contrario non sarebbe pensabile, dato l’argomento focale.

La prima parte del saggio è incentrata sull’Esperimento di psicologia sociale di cui sopra, per poi proseguire con capitoli volti all’offrire risposte alla domanda

“Cosa rende cattive le persone?”

L’assunto secondo cui le persone tendono a catalogare i comportamenti altrui, i comportamenti criminali nello specifico, come il prodotto di una mente criminale già predisposta a generare il male e, quindi, assegnando loro un’etichetta di mela marcia rappresentante non la normalità bensì l’eccezione, ecco, questo è l’assunto di cui Zimbardo, attraverso questo saggio, smuove le basi.

“La mostruosità è la prima e la più efficace delle vie di fuga dall’orrore per il cosiddetto male assoluto, radicale. Non è come noi, e dunque non è uno di noi chi violenta le anime e i corpi, chi tortura, chi stermina, chi trucida le donne e gli uomini, i vecchi e i bambini, a migliaia o a milioni. Così, illudendoci, amiamo consolarci di fronte alla violenza e alla morte che hanno segnato e segnano la nostra epoca” – Roberto Escobar.

Ci si sente in balia del prossimo, tremendamente, tra queste pagine. Ci si sente, anche, in balia di se stessi… ed è questo il punto focale! Per il bene… cosa saremmo disposti a fare? Per difendere i figli, i genitori, le persone amate… fin dove riusciremmo a spingerci? Quanto siamo sicuri di non essere manipolabili? Quanto siamo sicuri di riuscire sempre a distinguere il confine tra Bene e Male?

In questo saggio, numerosi sono gli spunti di riflessione suggeriti per analisi sia personali sia collettive; numerose le ricerche, gli esperimenti, gli studi citati e altrettanto numerosi, ahimè, gli esempi che la Storia ci ha sbattuto in faccia, spesso crudelmente, facendoci accapponare la pelle e serrare gli occhi… ma gli occhi, invece, non vanno serrati mai. Bisogna cercare di capire quali siano state le rotelle che si sono inceppate all’interno di una grande popolazione o di un piccolo gruppo.

Molto importante anche il capitolo riguardante la deindividuazione. Basta una maschera, una divisa, per fomentare l’idea di anonimato in un soggetto (o in un gruppo) che così percepisce ridotto il proprio senso di responsabilità; si innesca così una perdita identitaria e un minor timore circa la conseguenti valutazioni sociali; viene ridotta la concezione del sé, annebbiata, sfumata, giustificata, nascosta. L’io non è la maschera. Avviene una dissociazione, un’alterata capacità di giudizio circa ciò che è Bene e ciò che è Male.

Guardando, al Cinema, Joker, ho versato copiose lacrime seguendo “il divenire” di  Joaquin Phoenix, magistrale protagonista del film. Trovo sia emblematico circa il discorso prima trattato: era una persona talmente fragile e sensibile da sembrare, per essa, “diverso”, e le etichette si incollano, gli sghignazzi alle spalle aumentano e lacerano la schiena come frustate di sale su aperte ferite nell’anima. Le persone possono essere cattive, in gruppo, anche senza maschere, anche senza trucco, anche senza volto coperto. Le persone possono entrarti in testa, possono farti mettere all’angolo da te stesso, mettere la tua capacità di giudizio in “Silenzioso”. Le esclusioni possono divenire vermi che divorano la polpa della mela. Il contesto è il cesto. Se avesse ricevuto anche solo qualche carezza sincera in più, qualche mancata derisione, qualche maggior attenzione amicale, Jocker si sarebbe comunque generato?

Vittime, carnefici. Deumanizzazioni come rotaie di treni in collisione.

Chi può ergersi a “IMPERMEABILE AGLI EVENTI”? Quanto è attendibile il grado di conoscenza che abbiamo di noi stessi? Che fiducia possiamo avere nel pronosticare come agiremmo in situazioni in cui non ci siamo mai trovati?

Lucifero era l’Angelo prediletto da Dio…

Angelo, Lucifero. Bene e Male

I capitoli sono 16, tutti interessanti, tutti da leggere – o studiare.

In nome del Bene, quanto male è stato fatto? Ne è piena la storia. In nome dell’omertà, quanto? In nome dell’inerzia? In nome di un ideale? In nome del potere? In nome del “Lo fanno tutti”? In nome dell’accettazione sociale? In nome della paura dell’anonimato? In nome dell’anonimato?

L’effetto Lucifero” non è una lettura semplice, da farsi ascoltando musica a caso. Non è uno studio easy, un approfondimento en passant.

Va letto – o studiato – con animo aperto, mente lucida e capacità analitica in modalità On.

Studiare queste tematiche, provare a capire cosa scatti nelle menti dei peggiori criminali, NON significa, poi, capirlo né tantomeno giustificarlo. Significa collocarsi un po’ meglio al proprio posto di consapevolezza e avere qualche dato analitico-sociale in più.

Puoi leggerne un estratto QUI!

Potrebbe interessarti anche il mio parere su “Il male. Storia naturale e sociale della sofferenza” di Edoardo Boncinelli, Il Saggiatore editore.

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