“Mia madre, la mia bambina” di Tahar Ben Jelloun.

Recensione libro Alzheimer "Mia madre, la mia bambina" di Tahar Ben Jelloun

Mia madre, la mia bambina” è un libro che, mentre avviluppa l’anima con un morbido velo di tenerezza, stringe il cuore in una morsa che non lascia scampo, tanto è pregno di quel dolce e terribile dolore che vela lo sguardo di un figlio la cui madre non riconosce il volto.

In questo libro, edito con “La nave di Teseo” nel 2017, lo scrittore mette su carta, rendendola senza tempo, la storia della sua jemma, la sua adorata madre, Lalla Fatma e il cammino statico – eppure in continuo evolversi – della demenza senile degenerativa che l’ha fatta scomparire da se stessa, dalla sua dignità, dai suoi cari, dal suo mondo; un morbo che spaventa al solo udirne il nome durante la diagnosi: Alzheimer. Spaventa, sì, terribilmente. La ricerca, alla quale credo fermamente, sta trovando metodi per rallentarne l’incedere ma ogni figlio, parente o, semplicemente, amico, sa che quando questo nome entra con gli anfibi pesanti in casa, il punto d’arrivo sarà, inevitabilmente, uno solo: la persona affetta non riconoscerà più nemmeno il sangue del suo sangue e questo non può che essere un macigno di pietra da deglutire. Si può cercare di studiare le varie sfaccettature, provare ad arrivare “metabolizzati”, andare a convegni sull’argomento, far usare tecniche mnemoniche che possano provare a fregare gli anni… ma no, per certe cose non si sarà mai preparati, ed è normale e fisiologico sia così.

Con uno stile impeccabile, empatico e lucido, l’autore consegna nelle mani del lettore un mémoire che porta in viaggio, seguendo il filo – logico e meno logico – delle voci narranti dei diversi punti visti; per vie che profumano di incenso e fiori d’arancio; bellezze in fiore, bellezze in sboccio, bellezze sfiorite. Petali che si arrendono, si afflosciano, smettono di lasciarsi distillare aromi essenziali. Petali che si riflettono in eleganti specchi o in specchi opachi e segnati dalle rughe di un tempo che passa, inclemente anche con gli oggetti di una casa.

Petali come vite umane.

rosa, fiore appassito, decadenza

Trama: La storia della malattia di Lalla Fatma, madre di Tahar, colpita dall’Alzheimer: il ritratto di una donna dalla forte personalità che si dissolve sotto gli occhi del figlio. Lalla Fatma non esce mai dalla sua casa di Tangeri, la lascerà solo per andare nella tomba, come dice lei. Ma dal suo letto rivisita gli anni della giovinezza a Fès, rivive i suoi tre matrimoni, riceve al capezzale il padre morto di Tahar; fa morire e resuscita i propri figli. Nella sua testa si mescola tutto. A nulla servono le medicine, amiche ingannevoli che scombussolano ciò che non curano; né le premure delle due domestiche, che la sua mente trasforma in potenziali nemiche, pronte ad approfittare della situazione. Dio ha voluto così, e non si può che rimettersi a lui. Così Tahar assiste impotente a questa bufera di allucinazioni e ricordi, al tentativo straziante e continuo di cercare un ordine che ormai sfugge, di rivendicare una lucidità perduta, di salvaguardare la dignità. E in silenzio raccoglie le reminescenze stralunate della madre e le ricompone in un racconto pacato che è forse un modo per dire un’ultima volta il proprio amore di figlio.

Contrasti, vita in divenire, vita in scomparire…

“Mia madre è sempre stata vanitosa. Non ha mai portato colori scuri. Adora il bianco, il giallo pallido, il beige. Per lei i colori devono aiutare il cuore a battere. Non bisogna rendere cupe le cose. Un colore gradevole è un’apertura sulla vita. Ha sempre dedicato particolare cura alla scelta dei foulard. Ne aveva un discreto numero. Non ricordo di aver mai visto mia madre con i capelli al vento o a capo scoperto. Quando era in clinica, una volta, mentre dormiva, il velo le era scivolato un po’ e si intravedevano i capelli bianchi. Ho distolto lo sguardo. Non le sarebbe piaciuto mostrare i capelli”

“– Non ho paura della morte, – ama ripetere mia madre. – La morte è un diritto datoci da Dio per chiudere la nostra vita. Non sta a me discutere la volontà divina. La malattia è un’altra cosa, la malattia è una morte piena di viltà. Ci gira intorno, se la prende con una parte del nostro corpo, la tortura, la priva delle sue facoltà naturali, poi si sposta, se la prende con un altro organo, lo devasta, lo fa soffrire, e per finire se la prende con la testa. La mia paura non è la morte, la mia paura è di vedere il mio dolore nel vostro sguardo, è di vedervi piegati dal dolore perché io soffro, consumata dall’interno. Questo non lo sopporto. Sono credente, sono sottomessa a Dio e sono felice che mi chiami a sé. Ma ho un desiderio: che siate tutti qui e che non soffriate.”

“So che ti irrita, ma Dio mi ha fatta così, è stato lui a darmi un fegato così fragile, non posso farci nulla e non credo che cambierò; non riesco ad addormentarmi se uno dei miei figli è fuori, se non so dove si trova e che cosa fa, è così, ho il fegato pazzo, affetto da follia, è del tutto irrazionale, il cuore mi batte più forte non appena penso a voi, la vita è piena di imprevisti e di incidenti, quindi devi cercare di capirmi, con il tempo capirai!”

Un libro toccante, in cui i ricordi si perdono in un tempo dilatato, si sfumano i contorni dei volti, si rimbalzano i ruoli familiari, si scompongono pezzi di un puzzle in continua trasformazione.

Davvero bellissimi i monologhi a flusso, senza cardini, senza serrature. Monologhi con un ritmo incalzante che mi hanno tenuta appesa alle parole.

Stili di vita diversi, diversi approcci all’età che avanza. Diverso avanzare verso la meta finale, cammini dettati da geografie lontane e non solo.

Amicizia, vera, presunta, trattenuta, costretta, libera. Storia di rivolte lontane che diventano l’oggi. Sconvolgimenti, traslochi, tradizioni, matrimonio, figli, badanti, sospetti, certezze. Morti che visitano casa, rimproveri, rimbrotti, “parole fuori dai denti”. Cucina. Una vita in cucina, in cortile a saltellare come una bambina o come una ragazza di 15 anni incinta del primo marito, c’è la rivolta fuori, la polizia arresta i manifestanti, figlio mio stai attento, sei il primo figlio o il secondo? Tua sorella non viene mai a trovarmi, tua sorella è morta, tua sorella è stata ieri. “E se ho voglia di mangiare del khlie, sai, la carne secca, cotta e poi conservata nel suo grasso, se ti chiedo di prepararmi una piccola tagine di khlie, mi negherai anche questa voglia? Ah, il dottore dice che non va bene per la mia dieta. Ma quale dieta, sono trent’anni che non mangio più cose dolci, il khlie non ha niente a che vedere con lo zucchero. Ah, il grasso, ma ho una buona ricetta al limone che elimina tutto il grasso“. Non bisogna chiudere la porta in faccia ai morti, non si fa, e poi porta male, i morti sono come gli angeli, passano, lasciano tracce di profumo e se ne vanno. profumo di limone, curcuma, zafferano, pollo, spezie. Anche la gente che non ha problemi ha buchi in testa.

dal libro: “Quando mi tieni la mano, mi riscaldi il cuore”

Prima le parole a fiume, la fretta, l’urgenza d’impregnare l’aria con la voce dei ricordi… poi il silenzio, l’assenza, la vacuità di sguardi persi altrove.

Penso che, per l’autore, scrivere questo libro sia stato terapeutico. Un modo per fissare nel tempo le memorie e le presenze; una medicina per metabolizzare un’assenza. Probabilmente un modo, anche, per far sentire meno soli i parenti delle persone affette dal morbo di Alzheimer.

Stringiamoci sempre le mani, così ci riscaldiamo i cuori!

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Puoi trovare il libro QUI

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2 risposte a "“Mia madre, la mia bambina” di Tahar Ben Jelloun."

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